venerdì 27 luglio 2018

ERA UN CONTAINER MOLTO CARINO...


Quando il paese non ce l’hai più, perché il terremoto te l’ha portato via, assieme a quarantasette compaesani, anche un container, donato da un’impresa privata alla Protezione Civile Regionale, riesce a diventare il tuo nuovo paese. Il solo nuovo che avrai. Perché sai pure, siccome non sei scemo, che il tuo paese non sarà mai ricostruito. Per primo perché a nessuno, fatta eccezione per i paesani rimasti, interessa realmente ricostruire un paese per un pugno di abitanti che, tolti i morti, e quelli che dopo quasi due anni hanno già ricominciato la vita altrove, sono quelli che restano. Non in senso negativo. Ma intesi come “i restanti”, categoria antropologica di Vito Teti; quelli che hanno scelto di restare. Poi, non si può ricostruire un paese di nuovo sopra ad una paleofrana, di fianco un monte sventrato da decenni di attività estrattive, che fiancheggia i piloni di un viadotto e che sta sopra una sorgente di acqua buonissima, che ancora sgorga libera e pubblica, nonostante i tentativi fatti nel tempo per imbottigliarla e venderla. Tutti elementi, opera sia della natura che dell’uomo, che negli anni hanno reso quel territorio più fragile di altri, in cui la furia della Terra nella notte del 24 agosto 2016, ha trovato la porta spalancata. Il 24 agosto dell’anno scorso, un anno dopo, sono entrato in quel container, affidato dalla Protezione Civile Regionale alle persone del paese. E ho avuto la sensazione di entrare nel loro paese, che più in alto, sotto il monte, non c’era più, ma riviveva dentro le pareti di quei cento metri di struttura modulare di emergenza. Perché i paesani rimasti, che per farsi forza vicendevolmente, e per farsi voce verso i molti “chi di dovere”, nel frattempo avevano costituito un’associazione, si erano presi cura di quegli spazi, c’avevano appeso dei quadri, salvati da qualche casa crollata, in cui un artista locale, aveva impresso lo skyline di tempera del paese che non c’è più. Avevano fatto da mesi di quei volumi, un po’ asettici e incostanti nelle temperature, un punto di riferimento, di socialità, dove si poteva condividere un piatto di pasta e le ultime informative su come, fuori, stavano andando le cose. Anche l’aria, dentro quel container, sapeva di paese. E, una volta dentro, ho pensato che avrei dovuto, prima di entrarvi, togliermi le scarpe, impolverate peraltro dalla breccia, in segno di rispetto, come ho sempre fatto entrando, seppur da cattolico, in una moschea. Qualche giorno fa, ho letto che il Comune ha intimato all’associazione dei paesani, facendolo precedere dal distacco delle utenze, di lasciare la struttura. Perché, d’intesa con la Protezione Civile Regionale, quel container l’Amministrazione Comunale, ha deciso di assegnarlo ai Vigili del Fuoco. Se vuole, l’associazione dei paesani, potrà usufruire di uno spazio condiviso, all’interno di una struttura realizzata sempre da un Ente filantropico privato. Che però, nel frattempo, il Comune ha assegnato in via esclusiva, ad un’altra associazione. Ora, si potrebbe entrare nel merito amministrativo e procedurale della vicenda; alcuni paesani m’hanno mandato i carteggi intercorsi tra i vari soggetti coinvolti. Ma non mi interessa farlo, perché così, davvero si rincorre quella che io chiamo la “strategia dell’abbandono”, che è fatta anche dal rimanere schiacciati da carte e burocrazia. Mi piacerebbe che questa storia piccola di paese, potesse essere risolta con uno degli antidoti più efficaci contro la “strategia dell’abbandono. Quello, che da ancor prima del terremoto, è stato sgretolato in Italia da una certa idea, e pratica, di politica e di amministrazione. Il buon senso. Quello che per i pompieri, che sono certo di questa situazione se ne dispiacciono per primi loro, ti fa trovare e mettere a disposizione in qualche ora un altro container con le caratteristiche adatte. Quello che, se un paesano un po’ ribelle e arcigno, non vuole lasciare la Zona Rossa, a testimonianza del suo seppur originale senso si attaccamento a quei luoghi, sali su e con pazienza e capacità di mediazione lo convinci a scendere; non mandi i Carabinieri ad arrestarlo perché inottemperante all’Ordinanza Sindacale. Ecco, io non saprei prevedere come finirà la vicenda del container. Se prevarranno la rigidità e l’intransigenza delle carte firmate, in quel paese si allargherà ancora di più la faglia immateriale tra cittadini e politica, questo è certo. Così come io non so, se e quali, saranno i tempi della ricostruzione materiale, ma il vero ritardo, e la vera emergenza che si prolunga, è quello della ricostruzione etica e civile di una comunità e di un territorio. Che il terremoto ha riempito di lutto, precarietà e disorientamento. E che, tutti sanno, paesani e “chi di dovere”, che niente potrà più essere come prima. Ma i paesani a voler essere un nuovo paese ci avevano pensato e iniziato a lavorare, e l’avevano intanto messo dentro un container. Quelli del “chi di dovere” no. Presi da altre incombenze e vicende. Il Sindaco da migliaia di problemi, crollatigli addosso in una notte d’estate insieme al paese; problemi tutti più grandi di lui. Il Responsabile della Protezione Civile Regionale, da qualche tempo impegnato a dover fornire delle spiegazioni alla Guardia di Finanza e al Magistrato di competenza. Ah, giusto. Il paese si chiama Pescara del Tronto. Quello dalle macerie ancora polverose e fumanti, e di poveri corpi raccolti da sacchi e lenzuoli, che prima di lì è solo una scena che hai visto nei film di guerra, e che la casualità della vita mi ha messo davanti agli occhi una mattina d’agosto. Il paese che poi, e non può essere diversamente, ti porti dentro tutta la vita che ti resta. Di giorno, e di notte.


giovedì 26 luglio 2018

VIAGGIO LUNGO IL TUBO


“Portarci il corpo”. L’espressione e l’intenzione, che recentemente lo scrittore Sandro Veronesi ha lanciato per quanto riguarda il tema delle migrazioni e degli arrivi dal Mediterraneo, ripropone un tema più generale. Quello dell’importanza, riguardo a ciò che accade in un territorio, per capirne determinati fenomeni a fatti, di essere lì, viverci, o portarci se stessi. E’ con questo atteggiamento, pur conoscendo la questione nel merito e avendola affrontata in incontri pubblici, ma sempre a distanza e mai con chi ci abita, che ho deciso di “portare il mio corpo” lungo il percorso che avrà il Gasdotto SNAM nelle Marche e in Umbria, che dal Salento, dopo aver attraversato dieci Regioni per 687 km, arriverà al Nord. Un breve viaggio lungo il tubo, all’interno di parte dei 167 km del tratto Sulmona-Foligno. Da Serravalle di Chienti nelle Marche, lungo l’Appennino, fino a Cascia in Umbria.

Nelle Marche se ne parla poco. C’è stato, e c’è il terremoto, che ha sconquassato le aree montane delle Province di Macerata, Fermo, Ascoli Piceno e parte di quella di Ancona. Siamo ancora nella fase dell’emergenza; le persone sono prese da una quotidianità lacerata e problematica, e della ricostruzione non c’è ancora una minima traccia. Il gasdotto nella Regione attraverserà due Comuni, Serravalle di Chienti e Visso. Insieme poco più di duemila abitanti e circa 200 chilometri quadri di superficie. Poco, si dirà. Certo, almeno in termini demografici. Ma comunque un territorio molto esteso che attraversa un lungo tratto di Appennino. Alcune reti dei movimenti di base e sociali hanno già promosso incontri, partecipati peraltro, ma tutti dentro dinamiche che non raggiungono le popolazioni. E il giornalista Mario di Vito e la scrittrice Loredana Lipperini, rispettivamente su Il Manifesto e sul proprio blog, hanno raccontato un fatto che recente che, nelle Marche, potrebbe essere messo in relazione con il gasdotto. Ovvero, la donazione di cinque milioni di euro, ricevuta dalla Regione Marche, con tanto di atti amministrativi ed incontri istituzionali nell’estate 2017, da parte della compagnia petrolifera russa Rosnef, per la ricostruzione dell’ospedale di Amandola, nel fermano, distrutto dal sisma del 2016. Compagnia, di cui risultano, mai smentite, joint venture con la Snam da diversi anni.
Arrivo a Serravalle di Chienti. Qui il terremoto del 2016 ha segnato meno, ma ci sono ancora i segni di quello del 1997, l’epicentro del 26 settembre con magnitudo 5.4 fu a Cesi, una frazione di Serravalle. “Qui in Comune non è arrivato ancora niente, anche se sappiamo. Però qui in paese non se ne parla”, mi dice con gentilezza l’impiegato dell’Ufficio Tecnico del Comune. La piazza centrale è assolata e l’aria è asciutta; riconosco seduto ad un tavolino del bar Venanzo Ronchetti, ex Sindaco di Serravalle; amministratore durante il terremoto del ’97 e la successiva ricostruzione. Ci conosciamo, è un piacere rivederlo. “Io lo so, certo, del gasdotto, e dove passerà. Ma qui non sa niente nessuno, non se ne parla; se entri al bar, qui si parla solo di Salvini”. Da Serravalle salgo a Colfiorito, l’altopiano delle patate rosse. Quando, fino a pochi anni fa, non c’era la strada veloce in galleria della Quadrilatero, per andare da questa zona delle Marche in Umbria, si saliva per la vecchia statale 77 fin quassù, si attraversava la piana, e si scendeva a Foligno. Adesso, la strada nuova taglia fuori tutto, compresi “i patatari”; che prima trovavi uno dopo l’altro a vendere patate, legumi e formaggio con macchine e furgoncini ai bordi della strada, e che adesso non trovi più. Il traffico passa tutto sotto i monti in galleria, e la patate sono costretti a venirle a vendere a decine di chilometri di distanza da Colfiorito, ai bordi delle strade provinciali in pianura. “La strada nuova è una gran cosa, perché Colfiorito è la prima uscita”, mi dice la titolare del primo bar all’inizio della piana. “Si, ma la prima dall’Umbria, e la strada arriva a Civitanova Marche sull’Adriatico – le rispondo, e chiedo – ma i clienti sono di più o meno di prima? “Ah, dipende – mi risponde adesso meno entusiasta – certi giorni non si vede proprio nessuno”. Non sa che lì dietro alla piana ci passerà il gasdotto; gli spiego un po’ di che si tratta. Anche la mamma molto anziana, che ancora dà una mano dietro il bancone, ascolta molto attenta. “Non può essere mica vero – commenta la barista – qui è tutta zona naturale, mica ci possiamo mettere il gas sotto? E se esplode? Ci sono le leggi e non gli daranno i permessi”, chiude molto speranzosa. Le rispondo dicendo che, al contrario, ci sono leggi e permessi che consentono proprio di farlo.
Strada facendo, nello spostarmi tra Colfiorito e Cesi, dove vedo ancora sparse qua e là le casette di legno del terremoto del 1997, alcune tutt’ora palesemente abitate e vissute, telefono alla ViceSindaca di Serravalle di Chienti, Isabella Piermarini, che di mestiere è archeologa. Mi conferma che ancora in Comune non sono arrivati documenti o richieste di convocazione di Conferenze dei Servizi, ma lei sa del gasdotto. E’ favorevole, e anche se brutto paesaggisticamente, la ritiene un’opportunità di lavoro e per la ricerca archeologica (opere come queste prevedono campagne di scavi e rilevamenti preliminari lungo le aree del tracciato, ndr). Mi racconta che anni fa, da archeologa, ha lavorato per i sondaggi della superstrada che da Serravalle va verso Colfiorito, e che più recentemente ha condotto campagne di scavi lungo il passaggio del metanodotto “Cellino – Teramo – San Marco”, della S.G.I s.p.a. (Società Gasdotti Italia). “Anche rispetto alla superstrada qui sotto, c’erano forti perplessità da queste parti – mi dice – ma poi tutti hanno visto che è un’opera positiva, adesso a Colfiorito non ci passa più tutto il traffico di prima, ma c’è solo il turismo di qualità”. Secondo lei, il gasdotto “crea un servizio”. Le dico però che questo è un tubo di solo trasporto del TAP pugliese fino all’Emilia – Romagna, e che non è una rete di distribuzione territoriale. Mi consiglia anche di fare attenzione alle bufale che girano da queste parti sul gasdotto, relative alla pericolosità sismica e alle paventate possibili esplosioni.
Chiusa la telefonata, lasciandomi la piana alle spalle, arrivo a Cesi, frazione di Serravalle di Chienti, oggi circa 20 famiglie ad abitare il piccolo centro ricostruito dopo il sisma di 21 anni fa; ma molto di quella storia è ancora viva nei piccoli villaggi di legno, dove furono realizzate le antesignane delle contemporanee SAE (Strutture Abitative di Emergenza), e che come già si prefigura anche per i terremoti del 2016, sono diventate “strutture abitative eterne” (1). La signora Marika, titolare del piccolo ristorante fuori paese, anch’esso ricavato in una struttura modulare del tempo, mi spiega che queste casette di legno vennero allora poi vendute dal Comune ai chi ne era interessato, ed alcuni le usano oggi come seconda casa, ma altri addirittura come abitazione principale. “L’acquedotto? – mi chiede Marika – Io non so niente”. “No signora – le rispondo - il gasdotto”, e gli racconto un poco. “Allora ci porteranno il metano – mi dice – che qui non c’è” “No”, rispondo e le racconto che il tubo fa solo trasporto tra la Puglia e l’Emilia Romagna”. “Allora – chiosa un po’ rattristata – a noi ci faranno solo del male”.
E si, in questa parte d’Appennino, che non conoscevo affatto, di schiena a Colfiorito e ai Sibillini, sgusciando il tubo proprio come un’enorme anaconda tra i confini di Marche ed Umbria, porterà dei danni irrimediabili al paesaggio, considerata la complessità dell’infrastruttura e delle sue opere accessorie, checché ne pensi la cortese ViceSindaca di Serravalle di Chienti. Qui, lasciando Cesi, e dirigendosi tra le frazioni umbre di Foligno, Fraia e Popoli, piccoli centri abitati da qualche famiglia, si trova ancora davvero un paesaggio incontaminato, vocato ad una agricoltura di alta quota e all’allevamento brado. Le rotoballe di questo inizio luglio, disposte sui campi di foraggio appena tagliati, testimoniano la qualità ambientale e rurale di questo territorio agricolo. Il vecchietto che s’affaccia a Popoli dal balcone di casa, per vedere chi potrà mai essere questo (cioè io) che s’aggira per il piccolo borgo turrito sotto il sole del primo pomeriggio, mi dice che lui del gasdotto non ha sentito mai parlare. “Tanto tempo fa – mi racconta – c’avevano detto che c’avrebbero portato il metano, ma poi non s’è visto più nessuno”. E dell’intenzionalità di tale infrastruttura domestica, a Popoli, a testimonianza c’è rimasta almeno una palina con il cartello; il tutto provato dal tempo e dalle stagioni.
E da questa Umbria di confine, rientrando nelle Marche e arrivando a Civitella, capisci.
Capisci che il gasdotto lo faranno. E l’hanno pensata proprio bene, nel farlo passare da queste parti. In un territorio di margine dove, fatta eccezioni per piccoli abitati di un pugno di persone, non c’è nessuno. E, cosa non secondaria, non ci passa nessuno, se non chi ci abita o chi si sbaglia strada. Non sono questi i luoghi del turismo, di nessun tipo: di massa, “slow”, responsabile, come viene ora classificato pur di giustificare qualsivoglia intervento sul paesaggio. E, di conseguenza, qualunque scempio ambientale verrà praticato, non lo vedrà nessuno, né tantomeno qualcuno controllerà e denuncerà. Quali sono le comunità da queste parti che si opporranno? Che si mobiliteranno? Quali gli amministratori locali che si batteranno per difendere il loro territorio?
Rifletto sututto questo mentre oltrepasso le poche case della frazione di Rasenna, nel Comune di Visso, per ritornare dopo qualche chilometro in Umbria, nel piccolo borgo di Piaggia, Comune di Sellano, dove paradossalmente nella bacheca di legno all’inizio del paesello, mischiato tra l’annuncio di una sagra e un manifesto da morto, trovo appiccicato il volantino di un’informativa del Comitato contro il gasdotto. Che nessuna popolazione avrà probabilmente mai letto, considerato che le case che danno l’idea di essere tutt’ora abitate sono un paio. Rinfrancato da questa pulsione di civismo e democrazia trovata lì in mezzo all’Appennino, rientro nelle Marche, e scendo a Chiusita, altra frazione del Comune di Visso, dove l’unico abitante che incontro mentre sta letamando, in una lingua mista tra l’italiano e lo slavo, mi fa comunque capire che del gasdotto non sa niente, ed anche come arrivare fino a Ponte Chiusita, in piena Valnerina.
Qui, la strada, devastata dalle frane e dallo scostamento del letto del Nera il 30 ottobre 2016, da qualche mese è stata messa in sicurezza ed ha ripreso la sua funzionalità. Non ci ero più passato da quei terribili giorni per la provinciale che da Ponte Chiusita, in una ventina di chilometri, porta a Norcia. Più o meno parallelo alla strada ci passerà il gasdotto. Ora, percorrendola di nuovo, chiunque capirebbe una cosa: che il terremoto di Norcia ed Amatrice, non è stato, come mediaticamente viene ancora spacciato, solo di Norcia ed Amatrice. Ma anche di tutto quello che sta, nel nostro caso specifico, intorno a Norcia. Quel che resta della Basilica di San Benedetto, oggi sta lì intubato, come un paziente nell’UTIC di un ospedale, accudito a vista dal piglio severo della statua del Patrono D’Europa. Norcia è conciata male, ma ha retto. Le piccole località, e molta dell’edilizia delle campagne, non ci sono più, sostituite dalle SAE, come a Preci, Campi, Ancarano, o definitivamente in via di abbandono, come Ocricchio, Civita, Castel Santa Maria, Roccanolfi, Ospedaletto. Ecco, in questo “via crucis” della tettonica appenninica, quella con il massimo grado di rischio simico del Paese, ci passerà il tubo, 1,20 metri di diametro, ad una profondità tra i 4 e i 5 metri, con il gas pompato a 75 atmosfere, con sbancamenti di 40 metri.
Arrivo a Norcia, conosco Arcangelo De Angelis, nursino, attivista del Comitato “Norcia per l’Ambiente”. Loro si sono attivati già da più di dieci anni, dal 2004. Si sono battuti con manifestazione eclatanti, come quella del giorno dell’Immacolata del dicembre 2005, quando portarono delle bare dentro la Sala Consiliare di Norcia. Hanno anche ottenuto nel 2007, la modifica di parte dei 19 chilometri del tracciato che attraversa questa zona dell’Umbria, quella che passava dentro le Marcite, un’area storico-ambientale protetta. Il Comitato è composto da 40/50 attivisti. “Qui la gente lo sa che faranno il gasdotto – mi dice Arcangelo – a livello informativo abbiamo lavorato molto. Però – continua – qui si pensa esclusivamente al turismo, da sempre. Fanno finta di non saperlo… Poi, dopo il terremoto del 2016, oggi la gente ha tutt’altri pensieri e priorità personali e familiari, e al gasdotto non ci pensa proprio; ma le cose non si fermano certo perché c’è stato il terremoto”.
Salgo in macchina con lui, che mi porta a vedere un po’ di cose che riguardano il tubo. Mi parla, guidando, di Norcia, di come funzionano un po’ le cose da sempre da queste parti, a prescindere dalle stagioni della politica. Del gasdotto, che è stato progettato considerando la sismicità storica dell’Appennino fino al 2004, quindi senza prendere in considerazione i sismi dell’Aquila, dell’Emilia, del 2016 e del 2017 vicino Campotosto in Abruzzo. “E’ vero, corretto scientificamente, che la scossa del 30 ottobre 2016 è stata classificata mediamente 6.5 Richter, ma – mi precisa – quella mattina la strumentazione locale a Poggio Capo di Colle sopra Ancarano, ha segnato una magnitudo di 7.1…” Ci sono passato arrivando a Norcia, tra Campi e Ancarano, e i segni distruttivi di quello che sismologicamente mi ha raccontato Arcangelo, si vedono. “Considera – aggiunge – che il progetto del gasdotto è basato su un valore dell’accelerazione dell’onda sismica, che è meno della metà di quello del 30 ottobre 2016”. Arriviamo a Casali di Serravalle, poco fuori la città di San Benedetto. Mi indica sul terreno dove correrà con precisione il gasdotto, a fianco di un ristorante con un bel parco. “Mah – gli dico – viste le condizioni del ristorante che è completamente inagibile, non avranno neanche tante noie con gli espropri; anzi, al proprietario gli fanno un piacere…”. Mi indica il crinale del colle dall’altra parte della provinciale per Spoleto. “Guarda in mezzo a quei due pioppi, come se fossero un traguardo – mi indica – il gasdotto da Ospedaletto che sta su dietro, scende lungo il versante e passa qui sotto i nostri piedi. La faglia del 6.5 Richter sta a un chilometro a mezzo da qui.” Poi mi fa girare di spalle e mi indica un monte opposto alla valle, Monte Mattone a Campofermo. E mi racconta un’altra storia: quella dello sbancamento del monte con un nuova cava, con i cui materiali verrà prodotto il calcestruzzo, e della costruzione a ridosso della zona di estrazione di un cementificio. “Dicono – mi spiega – che servirà per gli inerti a servizio della ricostruzione post-sismica. Ma l’operazione è assai precedente al terremoto, e non è da escludere che abbia a che vedere pure con il gasdotto”.
Ripartiamo, ci inerpichiamo per le curve della comunale che portano ad Ospedaletto. Arrivati al piccolo centro, mi fa segno con il braccio, come se fosse una stadia, di dove passa il tubo. A fianco la chiesa di campagna, ora inagibile, e ad un agriturismo, lesionato inesorabilmente pure quello. “Prima del terremoto – ricorda – ci vivevano quassù circa cinquanta persone; ora sono rimaste quattro, cinque famiglie, solo perché si sono fatte le casette faidate a spese loro. Con tutti i problemi di presunto abuso edilizio, derivante dalla normativa urbanistica che vieta di farlo”.
Ritorniamo a Norcia, è ora di pranzo, ed è d’obbligo il panino con i salumi e il formaggio locale. Seduti sulla panca di fronte l’area commerciale provvisoria, che ha già del definitivo, sotto le mura di Porta Orientale, Arcangelo mi racconta che a Norcia ci sono 696 SAE, e che dopo il terremoto, già tra quattrocento e seicento abitanti se ne sono andati a vivere definitivamente in altre zone della Regione, specialmente verso Spoleto e Corciano. Da lì, sotto i nuovi negozi di tipicità norcine, mi indica dove si vorrebbe far passare il ventilato trenino a cremagliera per portare i turisti direttamente da Norcia a Castelluccio. Non riusciamo a non parlare del Deltaplano, il costruendo centro commerciale e ricettivo sulla Piana di Castelluccio. Mi racconta un po’ di storie e faccende locali, di come sono regolati alcuni rapporti e alcune dinamiche locali. Ma questa, come direbbe Carlo Lucarelli in una puntata di “Blu notte”, è veramente un’altra storia. E’ arrivato il momento di congedarci con Arcangelo, ma sappiamo entrambi che si tratta di un arrivederci.
Riparto da Norcia e mi rimetto in viaggio lungo il tubo, attraverso la piana, e comincio a salire in direzione Cascia, lasciandomi sulla sinistra San Pellegrino di Norcia, completamente raso al suolo la notte del 24 agosto 2016. Arrivo a Civita, Comune di Cascia, immersa nella campagna d’altura. Dopo il cartello dell’inizio del centro abitato, mi colpisce che sostanzialmente questa frazione sia costituita da file di case a schiera, parallele fra loro. Non vedo nessuno in giro, penso all’ora calda che sconsiglia di stare fuori. Ma poi, entrato dentro la zona abitata, capisco il perché non ci siano folle in giro: buona parte delle case, seppur di recente costruzione, penso ad un edilizia fine anni settanta, sono tutte lesionate dal terremoto e in stato di abbandono; quelle abitate sono una minoranza. Anche qui, penso, i lavori del gasdotto non troveranno grandi resistenze. Ma lo shock vero lo provo quando entro a Castel Santa Maria, piccola frazione di Cascia edificata su un colle, che sovrasta i ruderi dell’antica chiesa cinquecentesca della Madonna della Neve. Entrando in paese, la sensazione che provo è quella di entrare in un villaggio del far west, quelli riprodotti dai maestri scenografi di Cinecittà, che il protagonista del film trova arrivando, abbandonato dopo qualche razzia o epidemia tra gli abitanti. Due file di villette a schiera si affacciano sulla strada. Buona parte del pavè fatto di grandi lastre di porfido è saltato o è sconnesso. Le case hanno tutte lesioni enormi, qualche crollo, lo stato di abbandono di molti mesi è evidente. La spettralità, è resa più significativa dal fatto che anche qui sono tutte costruzioni recenti.
“La frazione antica stava più in alto – mi spiega la cortese titolare del Gabry Bar a Savelli, piccola località che trovo tornando indietro – poi dopo il grande terremoto del 1979 fu rifatta nuova più sotto con criteri antisismici, ma nel 2016 è stata di nuovo distrutta; adesso ci abitano solo due famiglie”. Il 19 settembre di 39 anni fa, una magnitudo di 5.8 Richter devastò la Valnerina, facendo 5 vittime a Norcia e, il che spiega i ruderi che avevo visto, rase al suolo il Santuario della Madonna della Neve. Anche Civita di Cascia, fu ricostruita con criteri antisismici, prediligendo la sicurezza all’estetica, e facendo diventare un borgo vivo, un grande dormitorio senza un bar e un negozio. Ritrovo, nel documentarmi a casa al ritorno, una testimonianza su Civita del 26 agosto 2016, che ci aiuta a capire: “A Civita il borgo storico è un paese di fantasmi. «È un luogo romantico», ci racconta Silvana. Una cartolina, un nido dove salire da fidanzati. Ma non ci vive nessuno. Dagli anni novanta, e quindi oltre undici anni dopo il fatidico '79, tutti gli abitanti si sono trasferiti nelle tre file di palazzine anonime a due e tre piani. «La scossa dell'altra notte trema ancora- racconta Ivana - è stata una catapulta, di una violenza, di una ferocia! E poi il rumore». Ma in casa e fuori non è caduto nemmeno un pezzetto di intonaco. Si sono aperte tutte le ante delle credenze, sono caduti i libri. Per questo tra le villette di Civita ringraziano sempre e comunque «il geometra Ercoli, che pensò a questa soluzione bruttina ma comoda e sicura». Case perfette dal punto di vista tecnico, «e completamente sbagliate dal punto di vista sociale». Non una piazza, non un bar, «la chiesa costruita verso il tramonto». Questo è un paese «dove non ci si incontra mai» (www.ilgiornale.it). Poi, però il 30 ottobre del 2016, non ha risparmiato, purtroppo, neanche questo esperimento di urbanistica post- sismica di quasi quarant’anni fa. “Se ne parla sotto voce – ora sono riuscito a spostare l’interesse della barista dal sisma al gasdotto – e qui rovineranno tutto, tagliano le montagne per fare il cementificio. E’ il progresso, però… C’è un signore di S. Andrea che sul gasdotto è molto arrabbiato, vedrai che più tardi arriva al bar”. “Ma io purtroppo devo ripartire – le rispondo congedandomi e ringraziandola – e poi se arriva e lo faccio parlare del gasdotto, si arrabbia di nuovo e gli rovino la serata…”.
E dalla piana di Norcia, attraversando una campagna estiva meravigliosa, salgo ad Ocricchio, dove il tubo passerà indisturbato, in un paese che ancora è tutto zona rossa, e dove l’abbandono ha contagiato anche il cantiere allestito dopo il terremoto; giustificando anche qui la veridicità di una vera e propria “Strategia dell’Abbandono” (2). “Ad Ocricchio ci vivevano prima del terremoto stabilmente alcune famiglie, ma d’estate superava con i villeggianti le cento persone, mia mamma era di lì – mi racconta la signora della Cioccolateria Vetustia Nursia di Norcia, dove cedo alla tentazione del gelato e del cioccolato da riportare a casa– e dopo il terremoto del ’79 era stato rifatto e ora è venuto di nuovo giù tutto”.
Ritornando verso la Valnerina, giunto quasi al termine del mio viaggio, salgo su a Preci al castello, e a Roccanolfi, altre frazioni nursine interessate al passaggio del gasdotto. “Ora su a Preci è tutto chiuso – mi racconta la giovane titolare del bar provvisorio nella casetta di legno lungo la provinciale sotto il Castello – prima ci abitavano venti, trenta persone; a Roccanolfi ora ci saranno due, tre persone”. Chiedo del gasdotto. “Se ne parla – mi dice la ragazza – lo sappiamo che lo faranno. Qui al bar sono venuti tempo fa dei ragazzi a portare dei volantini di quelli contrari”. A questo punto si gira un paesano dal volto simpatico e dal barbone brizzolato, finora sprofondato dentro la Gazzetta dello Sport su un tavolino del bar. Abbandona il giornale e si alza verso di noi, ci tiene a far parte della conversazione, e a dire la sua: “Qui – riferendosi al tubo – ci vuole proprio per queste zone. Tanto è gas e sta sottoterra, e poi porteranno lavoro, qui sono tutti monti, tanto. Ma dove passa di preciso? “Qui dietro – gli spiego – proprio tra queste frazioni” Adesso il suo piglio si rammollisce, mi guarda interdetto, come quelli che “qualunque cosa mi va bene, ma non nel cortile di casa mia”. “Ah beh – adesso è un po’ più timoroso – però tanto non scoppia, tuttalpiù prende fuoco…”



Note
(1)          Definizione delle SAE data dalla Rete dei Movimenti TERREINMOTO MARCHE, dicembre 2017

pubblicato da  https://www.terredifrontiera.info/ il 24.07.2018




































sabato 7 luglio 2018

SE C'E' UNA STRADA SOTTO IL MARE PRIMA O POI CI TROVERA'


Ho indossato la maglietta rossa per rispondere all’appello di Luigi Ciotti; che può essere considerato tutto, fuorché un radical chic. Si, perché ho letto pure, da chi deve distinguersi sempre, non per l’originalità di un suo pensiero, ma solo per avere un’opportunità in più di ampliare la propria visibilità, che l’iniziativa della maglietta rossa, aiuta a dare altri voti a quelli lì; quindi, conclusione, atteggiamento tipico dei radical chic. Ho indossato la maglietta rossa, pur consapevole che oggi non mi sarei mosso da questa frazione di poco più di trenta persone; salvo, confesso, una veloce toccata e fuga poco lontano per comprare i sigari… E stare qui con la maglietta rossa, oggi, ha un grande senso. Girarci intorno ad una frazione di case diroccate, pericolanti alcune, abbandonate da anni, che neanche il Comune sa più precisamente di chi siano. Pensare che tra questi abitanti ci sono solo sei bambini e molti vecchi che, per ragioni inevitabili della vita umana, tenderanno a diminuire; sapere che alcune famiglie già ora, per come sono i servizi, la mobilità, la cura dell’abitato, se avessero un’occasione alternativa, se ne andrebbero di corsa in città o in pianura. Ma già adesso, per le case abitabili che ci sono, gli abitanti potrebbero essere oltre il centinaio. Ma gli abitanti non ci sono. E non lo diventeranno quelli che passano in bicicletta, molti dei quali buttano rifiuti per terra, o pisciano dietro al pino accanto all’edicola sacra. Non lo diventeranno gli escursionisti e i climbers, che parcheggiano in maniera scomposta, ché se lo fanno a casa loro, alla seconda volta gli rigano la macchina. Non lo diventeranno i turisti da toccata e fuga che vengono a vedere le Grotte di Frasassi e, sconsolati da quello che c’è intorno, se la filano a gambe levate. Non lo diventeranno i pronipoti che a Ferragosto, si ricordano che hanno una bisnonna o la prozia, e la vengono a trovare, ché così si fa pranzo e giornata tutto low cost; e magari la nonna, quando si riparte, c'allunga pure cinquanta euro... Non lo diventeranno le piccole cricche autoreferenziali che passano le giornate, di convegno in convegno sui temi delle aree interne. Non lo diventeranno gli imprenditori e i loro cortigiani che, con la scusa del terremoto, si propongono come mecenati e filantropi, ma che in realtà hanno escogitato un nuovo modo di farsi gli affari loro. Io oggi sto qui, con la maglietta rossa, perché penso che queste comunità abbandonate sull' l’Appennino le possano salvare solo i migranti. E lo penso sul serio. Che diventano i nuovi abitanti, che diventano cittadini, che qui vivono, lavorano, ricostruiscono (ecco la Ricostruzione) qui, e con chi qui ha scelto di restare, un nuovo progetto di vita, dopo la fuga dalla fame, dai cambiamenti climatici, da qualche tiranno sanguinario. Ripopolando l’Appennino, dando nuova vita a comunità senza alcun futuro di continuità demografica. Prendendosi cura del territorio in cui abitano. Nuove comunità meticce, giovani che si prendono cura dei vecchi, ché quando dovessero aver bisogno, se aspettano che arriva il nipote (quello di Ferragosto), da centinaia di chilometri di distanza, non la raccontano. Dobbiamo fare una grande operazione verità, su questa prospettiva, di cui Vito Teti e Franco Arminio, solo per fare due nomi, scrivono e dicono da anni. Consapevoli che sia la vera e sola efficace per la vita di questi territori; suffragata dai numeri, quelli non ideologici, che danno l’ISTAT, l’INPS, e la demografia nazionale. E supportata, da queste parti, non da un provocatorio realismo bucolico, ma con i dati che ci arrivano, di ogni genere scientifico, a quasi due anni dal terremoto che ha ribaltato l’Appennino Centrale. Dati demografici, economici, sociali, sanitari, che definiscono una tendenza inesorabile verso un rapido abbandono. Con tutto il resto, ci continuiamo a prendere in giro. Le aree interne moriranno o diventeranno solo un grande luna park all'aperto per ricchi; in molti lavorano, anche a volte in competizione tra loro, per entrambe le soluzioni. E chi le ha spolpate fino ad oggi per arricchirsi, continuerà impunemente a farlo. Dopotutto, chi arriva dopo una migrazione da un Paese lontano, pensate davvero, a meno che non abbiate un pregiudizio razziale e xenofobo, che al paesello sarebbe molto più carogna, scassacazzi, egoista, pericoloso, di molti che ci sono nati e vissuti da sempre? Io no, per esperienza diretta, come si dice; che non fa statistica, ma rende l’idea. Per cui, oggi rimango qui con la maglietta rossa. Consapevole che, grazie ad una politica spietata e diabolica, razzista e fascista nell’anima, e interessata solo al consenso, molti, tanti e di più, moriranno ancora; lasciati affogare nel Mediterraneo, asfissiati dentro il cassone di un camion, dispersi nel gelo di un passo alpino. Ma alla fine, arriveranno comunque, ovunque, da ogni dove. E quando verranno a vivere anche in questa frazione, in case che già ora non compra e vende più nessuno, e che i loro bambini scorrazzeranno per la via, e che ai vecchi rimasti qualche braccio robusto metterà a posto la legna per l’inverno, questo posto sarò un luogo migliore di quello che è adesso. E allora anche il paesano, un po’ razzista per induzione televisiva e social, che tempo fa, quando sono arrivati sei o sette richiedenti asilo qui vicino, mi diceva “ma, se in fondo nostro Signore ci ha fatto tutti diversi, un motivo ci sarà”, elaborando un pensiero teologico alquanto originale e tutto suo, prenderà atto, che in posti come questo, la vita prosegue se ci sono le persone che ci vivono, perché, i turisti, tanto, ad una certa, se ne vanno via. E che #magliettarossa e #strategiadellabbandono, non sono le facce della stessa medaglia; ma la prima è l’antidoto alla seconda.


giovedì 5 luglio 2018

GIORNO D'ESTATE (a Fermo, UE)

«Giorno d'estate, giorno fatto di sole, vuote di gente son le strade in città». Era probabilmente così il centro di Fermo, quel primo pomeriggio di due anni fa; come ce lo lasciano immaginare i versi di Guccini. Due giovani sposi stavano su una panchina a parlare per i fatti loro. Lungo il marciapiede che la costeggia, passa un tizio che nel vederli, dà della "scimmia africana" alla sposa; il marito reagisce, nasce una colluttazione. Lo sposo morirà poi all'ospedale, con la testa fracassata da un paletto della segnaletica stradale. Gli sposi sono due richiedenti asilo nigeriani. L'altro è fermano, "un figlio nostro", come diranno molti suoi concittadini. La giustificazione comunitaria, assolutoria, per il carnefice è stata subito trovata; uno un po' sbandato, un ragazzo a disagio e con traumi familiari, un ultrà esagitato con qualche piccolo precedente (il suo avvocato in passato fu il libero professionista che da qualche settimana era diventato Sindaco della città). Con il pudore, per tanti, a chiamarlo per quello che, anche per frequentazioni sociali consolidate, era, e cioè un fascista. Anche per lo sposo, la vittima, c'è stata presto una giustificazione alla reazione d'impeto avuta su quella panchina. Era anche lui un poco di buono, del giro della mafia nigeriana; una fantasia che nemmeno è entrata nell'aula di tribunale, ma rimasta tutta dentro il chiacchiericcio dei bar di piazza, i luoghi più fertili per la diffusione di certi virus culturali. Ma siano a Fermo, e l'unico comportamento assimilabile al mafioso (seppur penalmente irrilevante), dopo due anni, è l'omertà silenziosa, ma non imbarazzata, tantomeno malcelata, che su questo fatto prevale ancora oggi nella capitale del distretto della calzatura. Tanto che il Consiglio Comunale giorni fa, avrebbe deciso faticosamente di intitolargli lo spiazzo dove è stato assassinato, ma di non scrivere "vittima del razzismo" nella targa. Perché quella parola, razzismo, darebbe cattiva luce all'immagine della città, che scommette, come tutta la Regione, sulla fascinazione dell'industria del turismo. Perfino l'attuale Ministro dell'Interno, che della tutela dei "figli nostri" fa la sua missione istituzionale, l'8 luglio 2016 dichiarerà a Il Giornale: "prego per lui"; che era semplicemente figlio dell'Africa. Adesso l'assassino ha patteggiato la pena, ed è libero. Lo sposo, dopo quasi due anni, ha trovato finalmente sepoltura in Nigeria. La sposa, protetta da persone misericordiose, vive il suo dolore senza fine lontano da Fermo; l'unica per cui varrà il giurisprudenziale "fine pena mai". C'è un altro personaggio in questa storia. Un vecchio prete fermano, che aveva accolto nella sua comunità, e li aveva sposati, in nome di Dio, i due fidanzati nigeriani, arrivati in Italia su un barcone; scappavano dalle persecuzioni sanguinarie di Boko Haram. Viaggio in cui lei, a causa degli stenti, aveva perso il bimbo che aspettava. Un prete che da decenni, accoglie puttane, drogati, migranti e handicappati. Un rompicoglioni, la spina nel fianco del perbenismo marchigiano. E che, mesi dopo, quando nell'Aula Nervi troverà l'abbraccio e la carezza di Papa Francesco, nel cinquantesimo della sua comunità di derelitti e scartati dalla società gli dirà commosso: "Capodarco ha cinquant'anni, e abbiamo aspettato cinquant'anni per incontrare lei". Gli studiosi della società e dei suoi mutamenti, hanno spesso ragione di sostenere, che è nelle piccole realtà, in provincia come si dice, che si capiscono le anticipazioni di quello che sta delineandosi all'orizzonte. È in questi posti in culo al mondo, dove non succede mai niente, che si capisce l'aria che tira, e che tirerà poi; nel mondo. Quello che è successo a Fermo nelle Marche, panciute e tranquille, mantenute e sedate per decenni a pil padronale fatto di lavatrici e scarpe, solo scosse un po' dalla crisi e dalla secolarizzazione, il 5 luglio del 2016, è stato però archiviato subito come l'eccezione. Qualche settimana dopo, nelle Marche un terremoto devastante per gran parte del territorio montano, destabilizzerà del tutto un tessuto sociale ed economico; ma questa è un'altra storia. Poi, tra il 30 gennaio e il 4 febbraio 2018, è arrivata Macerata. Sempre in provincia, dove non succede mai niente. Una provincia, dove però, a forza di metterla sotto, la polvere ha corroso il tappeto. Adesso che l'aria è cambiata è evidente, sia per chi rimane controvento, sia per chi ha soffiato per anni nella stessa direzione di questo vento, sperando che diventasse tempesta. Ma anche per chi si è immediatamente riposizionato in direzione di vento, perché "amico caro, fatti i cazzi tuoi", come direbbero Crozza/Razzi, è stata sempre la sua bussola vincente. Se fino a qualche tempo fa pensavamo (io meno, ma lo dico con umiltà), che Fermo fosse l'eccezione, oggi abbiamo già prove manifeste, che già allora era la manifestazione embrionale di quella che sta diventando la regola. Non per le Marche, nè per l'Italia. Ma per l'Europa. Ah, a proposito. La sposa si chiama Chyniere, e nel chiuso di una sagrestia, senza parlare, mi ha spiegato in un attimo cosa siano il dolore e il terrore. Lo sposo si chiamava Emmanuel, e di lui ho letto, e visto solo la sua bara e la foto della tomba provvisoria. Il prete si chiama Vinicio, e lui tanti anni fa, a me ad altri riuniti per pranzo ci disse che se intorno ad una scodella di maccheroni fumanti, si ritrovano dei credenti animati da sete di carità, verità e giustizia, anche quei maccheroni sono l'Eucarestia. Poi, scopersi, qualche anno dopo, che anche i Cervi celebrarono nel luglio del 1943, il 25, la caduta del fascismo con una grande festa dove servirono a tutti i paesani dei maccheroni con burro e parmigiano. E dopo quelle pastasciutte, non ho capito ancor oggi da che parte andare, ma sicuramente quella verso quale non dirigermi mai. E che "figlio nostro" è un concetto pericoloso, perché poi, come in un altro racconto, porta a scegliere Barabba. 

Se volete un po' approfondire sulle Marche:

http://hopassatolafrontiera.blogspot.com/2018/02/cerano-una-volta-le-marche.html?m=1