sabato 7 luglio 2018

SE C'E' UNA STRADA SOTTO IL MARE PRIMA O POI CI TROVERA'


Ho indossato la maglietta rossa per rispondere all’appello di Luigi Ciotti; che può essere considerato tutto, fuorché un radical chic. Si, perché ho letto pure, da chi deve distinguersi sempre, non per l’originalità di un suo pensiero, ma solo per avere un’opportunità in più di ampliare la propria visibilità, che l’iniziativa della maglietta rossa, aiuta a dare altri voti a quelli lì; quindi, conclusione, atteggiamento tipico dei radical chic. Ho indossato la maglietta rossa, pur consapevole che oggi non mi sarei mosso da questa frazione di poco più di trenta persone; salvo, confesso, una veloce toccata e fuga poco lontano per comprare i sigari… E stare qui con la maglietta rossa, oggi, ha un grande senso. Girarci intorno ad una frazione di case diroccate, pericolanti alcune, abbandonate da anni, che neanche il Comune sa più precisamente di chi siano. Pensare che tra questi abitanti ci sono solo sei bambini e molti vecchi che, per ragioni inevitabili della vita umana, tenderanno a diminuire; sapere che alcune famiglie già ora, per come sono i servizi, la mobilità, la cura dell’abitato, se avessero un’occasione alternativa, se ne andrebbero di corsa in città o in pianura. Ma già adesso, per le case abitabili che ci sono, gli abitanti potrebbero essere oltre il centinaio. Ma gli abitanti non ci sono. E non lo diventeranno quelli che passano in bicicletta, molti dei quali buttano rifiuti per terra, o pisciano dietro al pino accanto all’edicola sacra. Non lo diventeranno gli escursionisti e i climbers, che parcheggiano in maniera scomposta, ché se lo fanno a casa loro, alla seconda volta gli rigano la macchina. Non lo diventeranno i turisti da toccata e fuga che vengono a vedere le Grotte di Frasassi e, sconsolati da quello che c’è intorno, se la filano a gambe levate. Non lo diventeranno i pronipoti che a Ferragosto, si ricordano che hanno una bisnonna o la prozia, e la vengono a trovare, ché così si fa pranzo e giornata tutto low cost; e magari la nonna, quando si riparte, c'allunga pure cinquanta euro... Non lo diventeranno le piccole cricche autoreferenziali che passano le giornate, di convegno in convegno sui temi delle aree interne. Non lo diventeranno gli imprenditori e i loro cortigiani che, con la scusa del terremoto, si propongono come mecenati e filantropi, ma che in realtà hanno escogitato un nuovo modo di farsi gli affari loro. Io oggi sto qui, con la maglietta rossa, perché penso che queste comunità abbandonate sull' l’Appennino le possano salvare solo i migranti. E lo penso sul serio. Che diventano i nuovi abitanti, che diventano cittadini, che qui vivono, lavorano, ricostruiscono (ecco la Ricostruzione) qui, e con chi qui ha scelto di restare, un nuovo progetto di vita, dopo la fuga dalla fame, dai cambiamenti climatici, da qualche tiranno sanguinario. Ripopolando l’Appennino, dando nuova vita a comunità senza alcun futuro di continuità demografica. Prendendosi cura del territorio in cui abitano. Nuove comunità meticce, giovani che si prendono cura dei vecchi, ché quando dovessero aver bisogno, se aspettano che arriva il nipote (quello di Ferragosto), da centinaia di chilometri di distanza, non la raccontano. Dobbiamo fare una grande operazione verità, su questa prospettiva, di cui Vito Teti e Franco Arminio, solo per fare due nomi, scrivono e dicono da anni. Consapevoli che sia la vera e sola efficace per la vita di questi territori; suffragata dai numeri, quelli non ideologici, che danno l’ISTAT, l’INPS, e la demografia nazionale. E supportata, da queste parti, non da un provocatorio realismo bucolico, ma con i dati che ci arrivano, di ogni genere scientifico, a quasi due anni dal terremoto che ha ribaltato l’Appennino Centrale. Dati demografici, economici, sociali, sanitari, che definiscono una tendenza inesorabile verso un rapido abbandono. Con tutto il resto, ci continuiamo a prendere in giro. Le aree interne moriranno o diventeranno solo un grande luna park all'aperto per ricchi; in molti lavorano, anche a volte in competizione tra loro, per entrambe le soluzioni. E chi le ha spolpate fino ad oggi per arricchirsi, continuerà impunemente a farlo. Dopotutto, chi arriva dopo una migrazione da un Paese lontano, pensate davvero, a meno che non abbiate un pregiudizio razziale e xenofobo, che al paesello sarebbe molto più carogna, scassacazzi, egoista, pericoloso, di molti che ci sono nati e vissuti da sempre? Io no, per esperienza diretta, come si dice; che non fa statistica, ma rende l’idea. Per cui, oggi rimango qui con la maglietta rossa. Consapevole che, grazie ad una politica spietata e diabolica, razzista e fascista nell’anima, e interessata solo al consenso, molti, tanti e di più, moriranno ancora; lasciati affogare nel Mediterraneo, asfissiati dentro il cassone di un camion, dispersi nel gelo di un passo alpino. Ma alla fine, arriveranno comunque, ovunque, da ogni dove. E quando verranno a vivere anche in questa frazione, in case che già ora non compra e vende più nessuno, e che i loro bambini scorrazzeranno per la via, e che ai vecchi rimasti qualche braccio robusto metterà a posto la legna per l’inverno, questo posto sarò un luogo migliore di quello che è adesso. E allora anche il paesano, un po’ razzista per induzione televisiva e social, che tempo fa, quando sono arrivati sei o sette richiedenti asilo qui vicino, mi diceva “ma, se in fondo nostro Signore ci ha fatto tutti diversi, un motivo ci sarà”, elaborando un pensiero teologico alquanto originale e tutto suo, prenderà atto, che in posti come questo, la vita prosegue se ci sono le persone che ci vivono, perché, i turisti, tanto, ad una certa, se ne vanno via. E che #magliettarossa e #strategiadellabbandono, non sono le facce della stessa medaglia; ma la prima è l’antidoto alla seconda.


giovedì 5 luglio 2018

GIORNO D'ESTATE (a Fermo, UE)

«Giorno d'estate, giorno fatto di sole, vuote di gente son le strade in città». Era probabilmente così il centro di Fermo, quel primo pomeriggio di due anni fa; come ce lo lasciano immaginare i versi di Guccini. Due giovani sposi stavano su una panchina a parlare per i fatti loro. Lungo il marciapiede che la costeggia, passa un tizio che nel vederli, dà della "scimmia africana" alla sposa; il marito reagisce, nasce una colluttazione. Lo sposo morirà poi all'ospedale, con la testa fracassata da un paletto della segnaletica stradale. Gli sposi sono due richiedenti asilo nigeriani. L'altro è fermano, "un figlio nostro", come diranno molti suoi concittadini. La giustificazione comunitaria, assolutoria, per il carnefice è stata subito trovata; uno un po' sbandato, un ragazzo a disagio e con traumi familiari, un ultrà esagitato con qualche piccolo precedente (il suo avvocato in passato fu il libero professionista che da qualche settimana era diventato Sindaco della città). Con il pudore, per tanti, a chiamarlo per quello che, anche per frequentazioni sociali consolidate, era, e cioè un fascista. Anche per lo sposo, la vittima, c'è stata presto una giustificazione alla reazione d'impeto avuta su quella panchina. Era anche lui un poco di buono, del giro della mafia nigeriana; una fantasia che nemmeno è entrata nell'aula di tribunale, ma rimasta tutta dentro il chiacchiericcio dei bar di piazza, i luoghi più fertili per la diffusione di certi virus culturali. Ma siano a Fermo, e l'unico comportamento assimilabile al mafioso (seppur penalmente irrilevante), dopo due anni, è l'omertà silenziosa, ma non imbarazzata, tantomeno malcelata, che su questo fatto prevale ancora oggi nella capitale del distretto della calzatura. Tanto che il Consiglio Comunale giorni fa, avrebbe deciso faticosamente di intitolargli lo spiazzo dove è stato assassinato, ma di non scrivere "vittima del razzismo" nella targa. Perché quella parola, razzismo, darebbe cattiva luce all'immagine della città, che scommette, come tutta la Regione, sulla fascinazione dell'industria del turismo. Perfino l'attuale Ministro dell'Interno, che della tutela dei "figli nostri" fa la sua missione istituzionale, l'8 luglio 2016 dichiarerà a Il Giornale: "prego per lui"; che era semplicemente figlio dell'Africa. Adesso l'assassino ha patteggiato la pena, ed è libero. Lo sposo, dopo quasi due anni, ha trovato finalmente sepoltura in Nigeria. La sposa, protetta da persone misericordiose, vive il suo dolore senza fine lontano da Fermo; l'unica per cui varrà il giurisprudenziale "fine pena mai". C'è un altro personaggio in questa storia. Un vecchio prete fermano, che aveva accolto nella sua comunità, e li aveva sposati, in nome di Dio, i due fidanzati nigeriani, arrivati in Italia su un barcone; scappavano dalle persecuzioni sanguinarie di Boko Haram. Viaggio in cui lei, a causa degli stenti, aveva perso il bimbo che aspettava. Un prete che da decenni, accoglie puttane, drogati, migranti e handicappati. Un rompicoglioni, la spina nel fianco del perbenismo marchigiano. E che, mesi dopo, quando nell'Aula Nervi troverà l'abbraccio e la carezza di Papa Francesco, nel cinquantesimo della sua comunità di derelitti e scartati dalla società gli dirà commosso: "Capodarco ha cinquant'anni, e abbiamo aspettato cinquant'anni per incontrare lei". Gli studiosi della società e dei suoi mutamenti, hanno spesso ragione di sostenere, che è nelle piccole realtà, in provincia come si dice, che si capiscono le anticipazioni di quello che sta delineandosi all'orizzonte. È in questi posti in culo al mondo, dove non succede mai niente, che si capisce l'aria che tira, e che tirerà poi; nel mondo. Quello che è successo a Fermo nelle Marche, panciute e tranquille, mantenute e sedate per decenni a pil padronale fatto di lavatrici e scarpe, solo scosse un po' dalla crisi e dalla secolarizzazione, il 5 luglio del 2016, è stato però archiviato subito come l'eccezione. Qualche settimana dopo, nelle Marche un terremoto devastante per gran parte del territorio montano, destabilizzerà del tutto un tessuto sociale ed economico; ma questa è un'altra storia. Poi, tra il 30 gennaio e il 4 febbraio 2018, è arrivata Macerata. Sempre in provincia, dove non succede mai niente. Una provincia, dove però, a forza di metterla sotto, la polvere ha corroso il tappeto. Adesso che l'aria è cambiata è evidente, sia per chi rimane controvento, sia per chi ha soffiato per anni nella stessa direzione di questo vento, sperando che diventasse tempesta. Ma anche per chi si è immediatamente riposizionato in direzione di vento, perché "amico caro, fatti i cazzi tuoi", come direbbero Crozza/Razzi, è stata sempre la sua bussola vincente. Se fino a qualche tempo fa pensavamo (io meno, ma lo dico con umiltà), che Fermo fosse l'eccezione, oggi abbiamo già prove manifeste, che già allora era la manifestazione embrionale di quella che sta diventando la regola. Non per le Marche, nè per l'Italia. Ma per l'Europa. Ah, a proposito. La sposa si chiama Chyniere, e nel chiuso di una sagrestia, senza parlare, mi ha spiegato in un attimo cosa siano il dolore e il terrore. Lo sposo si chiamava Emmanuel, e di lui ho letto, e visto solo la sua bara e la foto della tomba provvisoria. Il prete si chiama Vinicio, e lui tanti anni fa, a me ad altri riuniti per pranzo ci disse che se intorno ad una scodella di maccheroni fumanti, si ritrovano dei credenti animati da sete di carità, verità e giustizia, anche quei maccheroni sono l'Eucarestia. Poi, scopersi, qualche anno dopo, che anche i Cervi celebrarono nel luglio del 1943, il 25, la caduta del fascismo con una grande festa dove servirono a tutti i paesani dei maccheroni con burro e parmigiano. E dopo quelle pastasciutte, non ho capito ancor oggi da che parte andare, ma sicuramente quella verso quale non dirigermi mai. E che "figlio nostro" è un concetto pericoloso, perché poi, come in un altro racconto, porta a scegliere Barabba. 

Se volete un po' approfondire sulle Marche:

http://hopassatolafrontiera.blogspot.com/2018/02/cerano-una-volta-le-marche.html?m=1


sabato 30 giugno 2018

QUELLI CHE NON


Qui, come altrove, i turisti non servono a niente. Qui c’è bisogno di nuovi abitanti, di qualche panchina per i vecchi e di un altalena per i sei bambini. Qui c’è bisogno di censire i ruderi, metterli in sicurezza o demolirli, di rendere di nuovo abitabili case dismesse da anni. Qui c’è bisogno della metanizzazione e della banda larga, anziché della superstrada. Qui c’è bisogno che le macchine rispettino il limite dei trenta chilometri orari, che quelli che passano in bicicletta non buttino fialette, bottigliette, incarti per terra, che gli escursionisti e i climbers pensino che non stanno in una parco divertimenti all’aperto, ma in luoghi che sono di tutti, comprese le bestie. Qui c’è bisogno che se fa un po’ di neve, oltre a scansarla si butti anche il sale o il breccino, perché alle quattro c’è chi si sveglia per andare al lavoro. Qui, come altrove, i turisti non servono. Perché il turismo è un’industria. E come tale non può essere “slow” o “responsabile”. Perché l’attività industriale ha bisogno di consumare risorse naturali e materie prime, sennò non produce. E qui, l’industria ha già consumato molto; e molto di più di quello che ha prodotto. Qui anche la politica non serve a niente. Perché ha pensato e pensa solo ai turisti, ma non agli abitanti. Qui, come altrove, i turisti non servono. Qui servono i viaggiatori e i villeggianti. Quelli che si chiedono dove saranno migrati i caprioli scacciati dal bosco dalle ruspe dei cantieri stradali. Quelli che si chiedono, quando ritornano d’estate, se sarà ancora vivo il vecchio che viveva accanto casa dei loro nonni. Qui, come altrove, serve nuovo umanesimo. I turisti sono disumani. Sono quelli che calpestano i fiori delle lenticchie di Castelluccio, che parcheggiano le macchine sui prati per sentire un concerto, che si fanno un selfie sulle macerie dei terremoti, che toccano con le dita un quadro in un museo e le stalagmiti di una grotta, che entrano in un luogo sacro vestiti per la spiaggia, che vanno nel Canal Grande su una nave da crociera. Sono anche quelli che, imperturbabili, fanno acquagym sul bagnasciuga, davanti ad una nave carica di migranti a cui viene negato l’accesso al porto. Sulla battigia, la disumanità. In mezzo al mare, l’umanità. Quella di cui c’è bisogno anche qui.


venerdì 15 giugno 2018

LA STRADA DEL PAPA RE


E’ curioso che la Strada Clementina, fatta costruire nel 1733 dal Papa-Re Clemente XII, come allora moderna infrastruttura pubblica per collegare il porto di Ancona a Roma (si innestava infatti alla Flaminia a nord di Nocera Umbra), sia stata di fatto privatizzata da anni dai Sindaci dell’Italia Repubblicana. Infatti, quelli di una certa età oramai, ricorderanno che prima della realizzazione della superstrada tra Ancona e Fabriano, per raggiungere la Città della Carta si passava lungo la Gola della Rossa, attraversando le frazioni del Comune di Genga di Pontechiaradovo, Falcioni, Camponocecchio, Gattuccio e Valtreara, e lambendo, dall’altra parte dell’Esino, la due frazioni di Palombare e Mogiano. Con la realizzazione, qualche decennio fa, della Superstrada e del tracciato in galleria, quel suggestivo percorso stradale, è stato progressivamente abbandonato dal traffico ordinario, ed utilizzato solo dai mezzi pesanti delle imprese di attività estrattive, concessionarie dei bacini di escavazione del Monte Murano. Tanto che, ad un certo punto, la Clementina, riconosciuta originariamente come Statale, è stata declassata prima a provinciale, e poi a comunale. Così, negli anni, il Comune di Serra S. Quirico, che nel 2009 ha rinnovato la concessione di estrazione ai privati fino al 2048, ha pensato bene di darla in uso esclusivo alle imprese delle cave, in cambio del prendersi carico, da parte di queste ultime, degli aspetti manutentivi del tracciato viario. Il risultato è che alla fine, Comune e imprese, la manutenzione della strada e della Gola, non l’hanno mai fatta (nonostante un progetto esecutivo presentato qualche anno fa dalle imprese interessate al Comune, che lo approvò, ma poi misteriosamente scomparso); anzi, l’hanno sbarrata sia a monte, verso Fabriano, che a valle, verso Jesi. Ciò a seguito di un’Ordinanza Sindacale di chiusura totale (la n. 9 del 24.02.2010, mai modificata o revocata), che vieta l’accesso alla strada a qualsiasi essere vivente che non sia dotato di ali per il suo sorvolo… La strada però è rimasta percorribile fino al 2013, più o meno clandestinamente, quando si trovavano le sbarre aperte per via del transito dei mezzi pesanti che accedevano ai cantieri di estrazione. Chi sapeva ed era del posto, considerata l’assenza di qualsiasi controllo, ci passava. Poi, in conseguenza della piena straordinaria dell’Esino del novembre 2013, un tratto di carreggiata di circa 30 metri, è parzialmente franato. Ricordo che un pomeriggio di quell’autunno 2013, il fiume allagò la superstrada e la galleria “Colle Saluccio”, isolando il fabrianese dalla Vallesina, e per circa 24 ore il traffico da Fabriano verso Ancona fu deviato straordinariamente lungo la Clementina. Da anni quindi, paradossalmente, il divieto di accesso e transito, per quanto riguarda pedoni, ciclisti e climber, viene quotidianamente disatteso. Non si capisce quindi, ad esempio, come da qualche anno il Comune di Serra S. Quirico consenta, peraltro da Ente Patrocinante l’evento, lo svolgimento di una manifestazione internazionale di arrampicata sportiva all’interno della strada interdetta a chiunque. Inoltre, il 14 maggio 2016, lungo la strada, in prossimità del fronte di cava di Serra S. Quirico, sono franati massi molto grandi che, ad oggi, nessuno ha rimosso, né il Comune di Serra S. Quirico, né le imprese delle cave. Uno stato di progressivo e concreto abbandono, a fare da contraltare alle più volte ascoltate promesse di ripristino della strada. Nel febbraio 2016, è nato un Comitato dal nome “Riprendiamocilastrada”, che dopo un lungo silenzio, ha rimesso al centro la necessità riaprirla e renderla pubblica. Un Comitato di abitanti, cittadini, Associazioni, che annovera, tra le centinaia di firmatari, anche l’attuale Sindaco di Fabriano e Vicepresidente dell’Unione Montana, Gabriele Santarelli. La Clementina, al di là del valore storico e paesaggistico, è tornata in questi ultimi mesi ad essere strategica, più che in passato, per gli abitanti delle frazioni di Genga che si vedono costretti, per andare verso Jesi, a tornare indietro verso Valtreara ed imboccare la nuova superstrada della Quadrilatero-Anas (la galleria di oltre 3 km); cosa che, praticamente, comporta circa venti minuti in più per trovarsi lungo la Vallesina. Ma ad impiegarci questo tempo, oltre i cittadini di queste zone, per primo per recarsi quotidianamente al lavoro, potrebbero essere anche eventuali mezzi di soccorso, chiamati a raggiungere le quattro frazioni penalizzate (Falcioni, Pontechiaradovo, Palombare e Mogiano); sempre che trovino aperto il passaggio a livello di Pontechiaradovo, che nell’arco delle 24 ore, è chiuso circa per 7 ore al giorno. Due frazioni in particolare, Palombare e Mogiano, in caso di qualsivoglia emergenza, si ritroverebbero ad essere di fatto isolate e non raggiungibili, non potendo contare sull’accesso o fuga veloci in direzione Vallesina, che restituirebbe loro la Clementina riaperta. C’è da evidenziare poi che, con il nuovo assetto viario del raddoppio della SS 76, i mezzi inferiori a 150 cc (motorini, apetti, biciclette) non possono già da adesso andarci secondo quanto previsto dal Codice della Strada. E una persona che dispone solo di questi mezzi, come fa? E’ pur vero che ci sono sempre dei sentieri di montagna percorribili per andare verso Jesi… Ma anche per raggiungere Fabriano, si è costretti a passare esclusivamente per Collegiglioni. Per questo nei giorni scorsi, gli abitanti delle frazioni, esasperati, hanno scritto al Prefetto, richiamando il civico valore e diritto alla sicurezza, affinché il tratto della Clementina chiuso, venga riaperto, messo in sicurezza, e destinato al traffico locale, perché le persone che vivono da queste parti, possano avere piena agibilità di spostarsi, sia nell’ordinario, sia nell’emergenza. Farlo ora, contestualmente ai lavori della Quadrilatero in quella zona, significherebbe a detta del buon senso, anche una razionalizzazione dei costi. C’è da affrontare, è pur vero, la questione della sicurezza delle pareti rocciose, ma oggi ci sono tecniche di messa in sicurezza efficaci e durature; basti vedere il pregevole intervento, che le Ferrovie hanno fatto con le reti, sulle pareti sovrastanti il binario a Pontechiaradovo. E ci sarebbero già anche, nel cassetto del Comune di Serra S. Quirico, 250.000 euro che la Regione nel dicembre 2016 ha assegnato all’Amministrazione per la messa in sicurezza della Gola della Rossa, e che, ad oggi, non risultano dagli atti amministrativi, né da cantieri in evidenza, essere stati impegnati. Nessuno vuole che la Clementina sia di nuovo oggetto di traffico sfrenato; anzi, gli abitanti per primi, sono d’accordo che un tratto della carreggiata possa essere ciclopedonabile, e che magari nei giorni festivi si possano prevedere fasce orarie di chiusura, fatta eccezione per i mezzi di soccorso, per favorire escursionisti ed amanti della natura. E siccome siamo nel XXI secolo, ci sono accorgimenti tali che possono contemplare tali differenti esigenze. Ma i diritti, anche se di poco meno di settanta cittadini, per primi quelli alla sicurezza e alla salute, devono tornare ad essere prioritari per quanti hanno la responsabilità della vita pubblica; altrimenti tutte le riflessioni che da anni si fanno nei convegni e nei tavoli istituzionali sul valore delle comunità locali, sulle politiche per le Aree Interne, sullo spopolamento, si riveleranno quello che già, purtroppo, in molti pensano essere. Cioè delle chiacchiere.


domenica 10 giugno 2018

I SOVRANISTI DELL'ALTOPIANO


Negli ultimi trent’anni sono stato a Castelluccio, sulla Piana, due volte. La prima con un amico prete ed altri, dopo un ritiro spirituale a Castelsantangelo sul Nera; la seconda, con una giovane allevatrice transumante di pecore, e un amico scrittore. Per cui, due volte in trent’anni, non mi danno, secondo molti, a partire dalla statistica, alcuna legittimità ad esprimermi su quello che succede in quel territorio. Però sono più che sufficienti, secondo gli stessi, per sentirmi al contrario obbligato ad essere un consumatore del brand Castelluccio, a farmi i selfie in mezzo ai fiori, parcheggiandoci sopra anche la macchina, come da anni fanno in tanti, a mangiare dai “porchettari” o dai ristoratori, e a comprare nei supermercati di tutta Italia, i prodotti a marchio Castelluccio di Norcia (dei quali, a partire dalle famose lenticchie, oltre il 70% di quanto messo in commercio, viene da anni coltivato, prodotto e confezionato in altre Regioni, se non in altri Stati). Compra, consuma, spendi e, contestualmente, “amico caro...fatte li cazzi tua!”, come direbbe Razzi/Crozza o viceversa, rispetto ad alcune scelte che sono in essere a Castelluccio; prima e più emblematica il costruendo Deltaplano. Però, diversamente, i cazzi miei, non debbo farmeli quando vado a fare la spesa, oppure quando decido la gita della domenica o la vacanza. Questo il pensiero dominante, secondo coloro che a Castelluccio, in forma diverse e con ruoli molteplici, hanno a che fare con il solo prodotto universale che regola i rapporti all’interno della società e degli Stati: i soldi. O quanti, in un modo o in un altro, hanno a che spartire con un altro concetto: la proprietà. Che non è quella immobiliare tradizionale, s’intenda. Tanto per fare un esempio, chi appartiene ad una Comunanza Agraria, secondo la storia e la legislazione, fa parte di un ente dotato di personalità giuridica pubblica, ed è gestore in forma collettiva di proprietà: terreni, boschi, pascoli, etc (quella di Castelluccio possiede 1136 ettari; cfr. SIUSA-MIBACT). Castelluccio è stato raso al suolo dai terremoti del 2016, sono in corso le demolizioni delle rovine del borgo. Dopo quasi due anni, le otto SAE richieste, dagli otto nuclei familiari residenti a Castelluccio (che non verrà mai ricostruito, così almeno siamo chiari e non raccontiamo fiabe), non sono state ancora consegnate. Questo fatto ci dice che a Castelluccio, al contrario di quello che si tenta di far credere, i problemi dei pochi abitanti stabili, non sono sovrapponibili ai problemi e alle esigenze (seppur legittime) di chi sulla Piana vi svolge solamente un’attività imprenditoriale o commerciale, diretta o indiretta; e che sono numericamente molti di più degli abitanti. Questi ultimi hanno bisogno delle SAE e di un paese che il terremoto ha cancellato e che non avranno più; tutti gli altri hanno bisogno del Deltaplano e di altre possibili iniziative tese alla ripresa e al potenziamento del business turistico e commerciale di massa sulla Piana, con il brand Castelluccio da proporre e vendere. Sostenere con pacatezza queste cose, da diversi mesi, comporta essere additati e perseguitati (per ora solo sui Social e sui giornali) come nemico del popolo (quale? otto famiglie?) castellucciano, nonché affamatori della “ggente” di Castelluccio. Dire o scrivere che l’operazione Deltaplano è una schifezza, una porcata (come direbbe il Calderoli) paesaggistica e urbanistica, o che è semplicemente brutto sul piano estetico, viene considerata lesa maestà istituzionale e popolare, ed infamia verso i terremotati di Castelluccio. Condividere la giustezza dell’azione legittima, intrapresa dal WWF nelle sedi deputate, comporta espliciti inviti a tenersi fisicamente lontani dalla Piana per i giorni a venire. In tutto questo c’è un però: anche io, insieme a tanti altri, potremmo divenire comproprietari (esclusivamente immateriali) di Castelluccio. E già, perché stiamo parlando di un territorio che da tempo è considerato lì lì per diventare Patrimonio dell’Unesco (tanto che alcuni siti web turistici lo scrivono da anni): patrimonio mondiale dell’umanità. E quindi, io e molti altri, in quanto facenti parte dell’umanità, siamo anche noi proprietari in pectore di Castelluccio. Ed eticamente corresponsabili di quel luogo, e delle questioni che lo riguardano. E, di conseguenza, legittimati e liberi a dire e scrivere quello che pensiamo su quel tratto di Appennino, e sulle scelte che vi sono state compiute, e che vi si intenderanno fare. Al pari degli otto nuclei familiari, e di tutti quelli che da sempre ci commerciano nelle forme consentite dalla legge. E anche degli stronzi che parcheggiano le macchine sopra la fioritura per farsi le foto.  Comunque, la vicenda del Deltaplano di Castelluccio è paradigmatica di un clima, di una cultura, e di un sentimento crescenti nel Paese, e non dagli ultimi tre mesi, ed è il frutto di una lunga semina ultraventennale. Che è quella di un’idea della società non più comunitaria, ma tribale; della superfetazione del concetto di interesse particolare, per il quale è legittimato il cannibalismo del tutti contro tutti; in tempo di pace, come si dice, e ancor più in tempo di guerra. Del concetto che non ci si debba interessare di una questione, se questa non coinvolge direttamente la tua saccoccia; e soprattutto di non permettersi, vivendo fuori da un determinato luogo (anche se solo di qualche decina di chilometri) di dire, fare, scrivere, perché lì, la “ggente” vuole così. E che pratiche democratiche quali la dialettica, il confronto, la mediazione, tolgono opportunità e diritti alla “ggente”; la quale sa bene da sola cosa è giusto e cosa non lo è. Per cui, in questa cultura crescente di un concetto di popolo ridotto a banda di condominio, è normale che chi vende le foto della Piana di Castelluccio o le magliette sulle bancarelle festive, pur abitando magari nella Pianura Padana, sia pronto a prendere a legnate (verbali s’intende), chi pensa e scrive che il Deltaplano rappresenti una scelta sbagliata rispetto ad un valore di territorio e di resilienza. Così come, tornando in una parte dell’Appennino più vicina a casa mia, un libero professionista, che da una scelta politica ed amministrativa che lede il paesaggio in maniera definitiva, ci “spizzica” per sé qualche migliaio di euro, possa trovare naturale e normale, minacciare (con l’uso della tastiera) di prendere a palate una signora che scrive di pensarla diversamente da lui. Questo perché solo chi opera in un luogo, chi guadagna in quel posto, e quindi non in virtù della nascita o di una scelta di residenzialità , o di una volontà di “restanza”, così come la definisce Vito Teti, ma solo in virtù di un tornaconto monetario per sé, è nel diritto di pensare, dire, operare, giudicare. Il denaro diventa il valore assoluto, che accredita e legittima al tempo stesso, chi è in condizione di poter esprimere un punto di vista e un giudizio. E’ questa, la cultura montante, molto pericolosa, che tiene insieme, nel caso di Castelluccio, il costruttore, il comunardo e il “porchettaro”; e che esclude l’unico soggetto vocato a definirsi popolo, le otto famiglie che non ci abiteranno mai più. E, che fa di essi una categoria del tutto originale, nuova e straordinaria: quella dei sovranisti dell’Altopiano. E dei tanti altipiani sparsi e diffusi per l’Italia, anche a livello del mare… 


mercoledì 25 aprile 2018

TANTI AUGURI A TE!

"Non se sta' a culo puzzo', ninì". Non mi ricordo altro, purtroppo. Era il tuo modo severo di correggere una mia postura un po' scomposta, che assumevo nel giocare sul corridoio di casa. Poi, negli anni, ho realizzato che, con quella frase, sicuramente volessi darmi anche un insegnamento etico. Te ne sei andato che avevo poco più di cinque anni. Mi ricordo, che una mattina nonna venne a prendermi anzitempo all'asilo, dalle suore giuseppine. "Nonno sta male", m'aveva detto riportandomi a casa. Poi, io per molte sere ti ho aspettato dietro la porta, quando sentivo i passi lungo la tromba delle scale del palazzo. "Eccolo, stasera torna a casa", mi dicevo; ma poi era sempre qualcun altro... Da allora sono passati tanti anni, fino a quando, tra un trasloco e l'altro, da uno scatolone sono spuntate due medaglie di bronzo. "Ma di chi sono queste?" ho chiesto. C'era inciso "Brigate Garibaldi". "Mah, ce l'aveva nonno, se l'è portate sempre dietro", m'ha risposto babbo. "Ma in che senso, erano le sue, erano di altri?, ho continuato a domandare. "Boh, lui diceva che erano sue, aveva pure una sorta di diploma, ma quello non se 'rtrova più", mi aveva risposto mio padre, quasi a voler chiudere definitivamente, non tanto la conversione, ma una finestra sul passato, sulla sua vita stessa. Ma per me, però, s'era palesato un immaginario portone, che non andava aperto, ma spalancato. E che faceva incontrare le emozioni del bambino, che aspettava in cima alle scale il ritorno del nonno, con il percorso di vita del nipote quasi cinquantenne. E via allora: Archivio dell'Istituto di Storia, del Distretto Militare, dell'Archivio di Stato di Ancona. E poi, sedute di interrogatori modalità "Ispettore Derrick", a mio padre. E, a quasi 50 anni, salta fuori tutto, o quasi. Perché tu non l'hai mai raccontato a casa e, soprattutto, ne sono certo, anche le carte che ho trovato, la tua storia non  documentano proprio tutta. E quindi, eri Partigiano, grado di Sergente, ed eri stato pure arrestato e processato al Tribunale di Ancona, dopo la Liberazione, con altri compagni della Camera del Lavoro, come sobillatore e sovversivo, oltre che ladro. E poi babbo, alla fine, ha parlato; per quel poco che sa, anche lui frugando tra ricordi sbiaditi di un bambino con meno di dieci anni. E quindi, te che stavi a morire di fame come mezzadro sulle campagne di Ostra, non avevi avuto molto scrupolo, per primo verso la tua famiglia, nel nascondere per mesi a casa quei ricchi signori ebrei di Senigallia. Ed i cui figli e nipoti sto cercando in questi mesi, perché credo sia giusto conoscerli. E poi, avevi sotterrato e nascosto le armi dei Partigiani dietro  il pagliaio, e a casa, di notte, facevi le riunioni con Brutti, Galassi e Maggini. Quelli che hanno fucilato a Ostra, perché il prete fascista aveva fatto la spia. E quindi, mi sa tanto, che pure tu, in quei giorni, te l'avevi vista proprio brutta. "Ma poi i partigiani, dopo fucilarono il prete. Hanno fatto bene", m'ha detto babbo. Hanno fatto bene, penso anche adesso io. Ma ci pensi, stavi con Galassi, Brutti e Maggini?! Se di dicessi io con che personaggi in questi anni ho fatto le riunioni politiche, ti accenderesti quella "senza filtro" e ti sganasceresti dalle risate... (ecco, fumavi quella roba lì, questo me lo ricordo, perché nonna si incazzava, chè la sera la lasciavi spegnere sul comodino, che più volte aveva rischiato di prendere fuoco...). Questo eri, questo sei, questo sono. Perché poi, negli anni, quando ho fatto e faccio tutt'ora certe cose, a casa tutti a dire rassegnati "tanto è proprio come suo nonno, non c'è niente da fare...". Ma a me piace pensarti quando hai rubato i polli al padrone perché era un sabotaggio contro il Lodo De Gasperi, e t'hanno arrestato e processato ad Ancona. Perché penso, che oggi i soprusi e le ingiustizie vadano combattuti, e sabotare sia un gesto giusto. E a Erri De Luca, uno scrittore, l'hanno assolto proprio perché incitare al sabotaggio, non costituisce reato. E anche io, credo che oggi essere antifascisti significhi, più che portare corone ai cippi una volta l'anno, opporsi alla Tav, al gasdotto, alle trivelle, a quelli che rubano i beni comuni e il futuro delle persone, e che i territori siano di chi c'è nato e di chi ci abita, e non di chi vuole sfruttarli per speculare e arricchirsi. In questi ultimi mesi, sai, per certi aspetti, mi sono applicato molto. Nel paese dove abito, c'è un' amministrazione comunale incurante dei diritti dei suoi cittadini, e della tutela e valorizzazione di un paesaggio straordinario. "Bene comune" non è un concetto che conoscono; anzi, non sanno neanche il significato italiano delle due parole. Qui prevale ancora il sempreverde "affari propri". Adesso, i cortigiani del sindaco, terrorizzati dall'idea che le persone qui possano autodeterminarsi,  vanno mormorando che io l'anno prossimo mi voglia candidare a sindaco. Più che altro, sono talmente miserabili, che alla fine mi ci costringeranno. Ma non perché abbia io ambizioni; anzi, andare a spasso tra i monti con il cane (si chiama Broz, come il maresciallo Tito, ti sarebbe piaciuto il nome che gli ho dato) mi dà piu soddisfazioni. Però, trovo insopportabile vedere le persone e questo territorio, trattati in questo modo. Per cui, vedrai, che se alla fine mi candiderò, a casa ridiranno "è come suo nonno, che ci possiamo fare...". Giusto, oggi pomeriggio vado a fare una conferenza sulla Famiglia Cervi. In una città, dove da decenni, la politica di ogni colore, sta vendendo la salute dei cittadini all'industriale ricco e potente. Anche i Cervi, come te, erano un po' matti... Qualche anno fa, sai, ho conosciuto la figlia di Antenore, Maria. Gli ho fatto una promessa; anche lei da tempo non c'è più. Sono certo che "la Maria" ti sarebbe piaciuta molto. Come vedi, sergente Serafino, "a culo puzzò", da quando ero piccolo e mi rimproveravi, non ci sono stato più, ma a volte e ancora oggi, non è stato, non è semplice. Però è così, non riesco a essere e a fare diversamente. Ma so che anche tu non ci sei stato mai. Auguri! Oggi è la tua Festa, e di altri che ancora ci sono, e di tanti che non ci sono più. Noi, la nostra Festa, ce la dobbiamo ancora meritare. 



P.S. Su quella bicicletta eri straordinario, non toccavi i piedi per terra, sembri volare, come i sogni. Bravo anche il fotografo dell'epoca. La foto l'abbiamo appesa a casa con noi. Vicino alle  tue medaglie, al quadro con i pensieri dei Resistenti europei, di mio suocero Alfiero (era un vecchio liberale, ma un antifascista vero, più dei tanti che oggi alzano il pugno chiuso, e domattina tornano di nuovo "a bottega"), e al ritratto di Che Guevara, che mi ha regalato un amico pittore.

giovedì 19 aprile 2018

IL PARCO SIAMO NOI (?)


Prosegue, dopo il convegno per l'anniversario del ventennale, l'impegno dei nuovi vertici dell'Unione Montana, il Presidente Pesciarelli e il Vice Santarelli con delega al Parco, per rilanciare il valore e le opportunità dell’area protetta. Il Parco come brand di un nuovo sviluppo locale, espressione dell'idea di una nascente economia turistica. Positive in questi mesi le azioni già messe in campo, capaci di coinvolgere quelle esperienze imprenditoriali locali, che in questi anni hanno scommesso sull'agricoltura e sulla tipicità enogastronomica. Esperienze giovani ed innovative, un tentativo di rifondazione del genius loci. Il partecipato convegno di lunedì 9 aprile all'Oratorio della Carità, ha segnato una significativa tappa di questo percorso, rafforzata in quella sede dalle testimonianze di giovani imprenditrici agricole del territorio del Parco. "Comunità e Territori per un nuovo Appennino", questo il tema, che ha visto alternarsi autorevoli relatori, moderati dal Direttore del Parco Scotti. A partire dall'intervento principale del Presidente del Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano, Giampiero Sammurri, che ha raccontato i risultati di un'area protetta, profondamente diversa dalla nostra, e non solo per la conformazione geomorfologica, ma quanto per essere un territorio molto poco antropizzato. A seguire, la Presidente di Legambiente Marche, Francesca Pulcini, sull'importanza delle attività di educazione ambientale e sulla valorizzazione del patrimonio faunistico e forestale. Progetti già sviluppati nel nostro parco da anni, ma da tempo ridimensionati per i tagli della Regione Marche alle attività dei CEA (Centri di Educazione Ambientale). Jacopo Angelini, del WWF Marche, competente naturalista fabrianese, ha ripercorso i legami storici tra comunità e territorio fin dall'antichità, giustificando anche l'attuale assetto antropico del Parco. La Deputata fabrianese Patrizia Terzoni, autrice insieme ad Ermete Realacci della recente Legge sui Piccoli Comuni, ha illustrato il valore della norma, e le potenzialità future per le oltre cinquemila piccole Municipalità del nostro Paese. Potenzialità, che fanno i conti, per ora, solo con un finanziamento della legge per cento milioni di euro fino al 2023; il che significa, facendo una semplicistica media aritmetica, poco più di tremila euro all'anno per ogni Comune. A chiudere il giro di tavolo, l'intervento del Segretario della Fondazione Symbola, Fabio Renzi, sull'esigenza di ripartenza dei territori del Centro Italia, martoriati dal sisma, le cui eccellenze enogastronomiche rappresentano una speranza di rilancio dell'economia. A tirare le conclusioni, l'Assessore Regionale all'Ambiente, Angelo Sciapichetti che, partendo da una riflessione sul contesto internazionale sulle pericolose schermaglie tra Trump e Putin, ha annunciato poi l'intenzione della Giunta Regionale di riformare l'assetto normativo sulla gestione dei Parchi; prefigurando un unico soggetto centralizzato, lontano dai territori, che avrà la governance di tutte le aree protette regionali. Tutto bene, fin qui, convegno riuscito. Se non fosse che l'effetto che si corre, sia quello di raccontare un altro Parco, diverso da quello reale. Omettendo quello che è stato nei suoi primi diciannove anni. La cui eredità attende alla prova i nuovi amministratori. Ovvero, un'area protetta nata a seguito di molti compromessi politici, al fine di accontentare al meglio tutti gli stakeholder (ambientalisti, imprenditori, cavatori, cacciatori), e che è stata paracadutata sopra le comunità locali, che hanno vissuto fin dall'inizio la sua istituzione come un fastidio, anziché un'opportunità. E ciò è comprovato proprio dall'assenza, in questi venti anni, dagli Organismi Gestionali, dell'azionista territoriale di maggioranza del Parco, che è il Comune di Genga (il 73% della intera superficie). In cui, tanti anni fa, si tenne un referendum popolare se entrare nel Parco o meno, stravinto alla grande dai contrari. Poi, la governance del Parco, è stata sempre utilizzata, ancor prima che per adempiere ai valori e agli obiettivi statutari, per compensare gli equilibri politici tra i partiti e le amministrazioni del territorio. Con il risultato, dopo un ventennio, che è sotto gli occhi di tutti. Quello di ritrovarci un'area protetta fortemente antropizzata e industrializzata, attraversata dalle strade della Quadrilatero, con un elevato impatto paesaggistico ambientale, piena di rifiuti di tutti i generi (televisori, gomme, passeggini, materassi, etc) abbandonati nei boschi, con una segnaletica e sentieristica non curata da anni, con bidoni di cromo esavalente che spuntano sotterrati chissà da chi, e da quanto. Con una significativa percentuale di escursionisti e ciclisti incivili, che lasciano nelle macchia e per strada i rifiuti dei loro passatempi festivi. E, soprattutto, pensando alle trentasette frazioni del Comune di Genga, piccole comunità abitate da adulti, anziani e bambini, completamente abbandonate delle amministrazioni locali, fatta eccezione per l'area strettamente adiacente alla biglietteria e all'ingresso delle Grotte di Frasassi. Senza scherzare più di tanto, si può affermare che l'unica specie in via di estinzione del nostro Parco, sia quella umana, degli abitanti. E, purtroppo, questa visuale nella tavola rotonda, che vedeva come tema principale, proprio quello delle Comunità, è mancata del tutto; così come il tema dell’Appennino, è rimasto un titolo su un manifesto. Ma se davvero si ha l’ambizione di voler scrivere una pagina nuova, è da lì che bisogna ripartire, senza filtri e nella verità, per cambiare radicalmente rotta. Perché il nostro, più di ogni altra esperienza, è per primo un Parco fatto di persone che lo abitano, che hanno bisogno di servizi e che, anche loro, devono essere stimolate a cambiare progressivamente cultura e mentalità. Ma la condizione sine qua non si chiama partecipazione democratica La quotidianità delle persone che vivono nell'area protetta, il loro diritto alla socialità, e a sentirsi una più ampia comunità, non può essere surrogato dall'encomiabile impegno dell'associazionismo locale; ma deve avere visione e azione istituzionale. In questo, se lo vogliono davvero, i nuovi Amministratori dell'Unione Montana, almeno fino a quando la Giunta Ceriscioli non scriverà la parola fine con la ventilata riforma per le aree protette regionali, hanno davanti a loro, come si dice, una prateria sterminata. Giusto il lavoro di comunicazione, promozione, merchandising, ma se non c’è un faticoso impegno per e con le comunità del Parco, avrà ragione la visione del Prof. Olivieri, Presidente del Parco Nazionale dei Sibillini che, intervenendo a margine della tavola rotonda, ha così aperto: "prima ero a Perugia, e per venire a Fabriano ho preso la Quadrilatero e c'ho messo solo 45 minuti". E cioè, un territorio appennino il nostro, da considerarsi come raccordo di collegamento, all’interno di un grande parco avventura domenicale.



giovedì 12 aprile 2018

"FATTI, NON PUGNETTE" (cit. Ass. Cangini)


Provare ad offrire un altro punto di vista sui cantieri Anas-Quadrilatero del raddoppio della statale 76, a pochi giorni dalla notizia che in uno di questi, in località Valtreara di Genga sono stati rinvenuti dalle Forze dell'Ordine sei bidoni di cromo esavalente interrati in un’area di lavoro, rischia di portare fuori binario molte possibili considerazioni, e di far smarrire ogni intenzione di obiettività sull’argomento. Perché, se è vero che la durata e il prolungarsi nel tempo (fine lavori posticipate semestralmente), e alcune modalità organizzative dei lavori stessi, da molto tempo stanno creando disagi agli automobilisti, che quotidianamente utilizzano la tratta Serra S. Quirico-Fossato di Vico, è altrettanto vero che, almeno parimenti, ci sono disagi non lievi che subiscono gli abitanti delle comunità di questa parte del territorio appenninico. E già, perché la statale 76, ed i suoi cantieri Anas-Quadrilatero, non si trovano in mezzo ad una zona desertica, ma in un contesto antropizzato, con molti piccoli centri, e a forte valore ambientale; tra l'altro, siamo all'interno del perimetro del Parco Regionale Naturale della Gola della Rossa e di Frasassi. E i disagi degli abitanti di queste comunità, composte da adulti, anziani e bambini, hanno già tempi più lunghi e duraturi di quelli degli automobilisti: a cantieri in allestimento, a lavori in corso e, soprattutto, a lavori terminati e consegnati, quando le modifiche alla viabilità a quattro corsie, incideranno praticamente sulla quotidianità delle persone. Da molto tempo infatti, sono noti i problemi quotidiani a raggiungere Fabriano per i residenti di Castelletta; quelli dei residenti di Borgo Tufico e Albacina, circondati dai cantieri rumorosi e maleodoranti; ma anche di chi vive a Trocchetti di Fabriano, che si vede già privato di ogni visuale ed affaccio dalla barriera antirumore realizzata a margine della corsia di scorrimento. Poi, i disagi più recenti degli abitanti di Valtreara e Gattuccio, che si prendono fumi e rumori di tutto il traffico pesante, oltre che di quello ordinario, dirottato nella realizzazione del nuovo svincolo lungo la vecchia statale storica. Uno svincolo, quello di Valtreara, che a giudicare dalla sua superficie areale, sembra essere stato pensato come se dovesse immettere traffico all’ingresso di una grande metropoli statunitense, anziché in piccoli centri. Ciò, con un consumo di suolo e di paesaggio abnorme, a detta di tutti coloro che hanno buonsenso. Un risultato frutto di una mediazione rispetto all’idea progettuale originaria, a seguito di esplicite richieste mosse anni fa delle amministrazioni locali gengarine all'Anas-Quadrilatero. Animati, gli amministratori locali, non da un interesse primario per la qualità della vita e dell'ambiente del territorio amministrato, ma esclusivamente dal soddisfacimento dell’ipotetico movimento turistico verso le Grotte di Frasassi, e dalle sollecitazioni ricevute riguardo all’afflusso dei TIR verso le zone industriali locate subito oltre la Gola di Frasassi. Scendendo poi verso Serra S. Quirico, troviamo le frazioni del Comune di Genga come Falcioni, Pontechiaradovo, Palombare e Mogiano. Qui, già da metà febbraio scorso, con l'apertura della nuova galleria di oltre tre chilometri tra Serra S. Quirico e Valtreara, gli abitanti, per andare verso la Vallesina, si vedono costretti prima a tornare indietro verso Fabriano, fino a Valtreara, ed imboccare la nuova strada per andare in direzione Jesi; e così sarà per sempre, anche a raddoppio ultimato. Che significa, per una persona che vive lì, per arrivare a Serra S. Quirico stazione, impiegarci circa venti minuti in più rispetto a prima. E, ad esempio, se per lavoro una persona è un dipendente turnista, venti minuti in più per raggiungere la sede dello stabilimento, gli cambiano significativamente la giornata. E, per fare un altro esempio, se ci si può spostare solo con un Apetto o un motorino, mezzi inferiori a 150 cc di cilindrata, a Serra S. Quirico ci si può già arrivare solo inerpicandosi per i monti (soluzioni consigliare: la cosiddetta strada bianca “di Brega” che sale da Pierosara fino alla sommità Monte Murano, oppure passare per Castelletta, Grotte, S. Giovanni e S. Elia…). Perché, sulla nuova strada del raddoppio a quattro corsie, una volta ultimata, per norma la viabilità è interdetta a cicli e motocicli, oltre che ai cavalli... Se poi un mezzo di soccorso, considerato che in questi luoghi vivono anche persone anziane, avrà necessità di arrivare, lo farà in tempi molto differenti da quelli previsti dalla logistica standard del 118. C’è poi una situazione tragicomica di questi ultimi mesi, in cui, grazie ad una segnaletica caotica e poco chiara, e a navigatori che vanno in tilt, le frazioni di Falcioni e Pontechiaradovo sono sottoposte ad un carico di traffico straordinario, dovuto a tutti quelli che sbagliano direzione e si infilano dentro la Gola della Rossa che è chiusa. Compresi molti bisonti della strada, che rischiano di rimanere incastrati tra le case o le pareti rocciose. A questa ulteriore penalizzazione e marginalizzazione delle frazioni gengarine intorno l'Esino, si potrebbe dare una risposta significativa, mettendo in sicurezza e riparando la vecchia Strada Clementina che passa per la Gola della Rossa, riaprendola al pubblico, e destinandola al traffico locale, dopo che da decenni è stata concessa dal Comune di Serra S. Quirico in uso esclusivo alle imprese delle cave. Un intervento, tra l’altro non economicamente enorme, che potrebbe essere facilitato in questi mesi dai contemporanei lavori di ammodernamento, che si faranno nelle tre vecchie gallerie dopo Serra S. Quirico. Considerato che nel dicembre 2016, il Comune di Serra S. Quirico, ha ricevuto un contributo straordinario di duecentomila euro dal Ministero dell’Ambiente per la messa in sicurezza delle pareti della Gola della Rossa che sovrastano la Clementina. Contributo che, ad oggi, non è stato ancora utilizzato. Ma qualcuno ci ha pensato? E, soprattutto, interessa agli Amministratori Locali? O il Comune di Serra S. Quirico si preoccupa solo di incassare l’aggio previsto a metro cubo per le cave sul Monte Murano, alle cui ditte ha dato la concessione all’estrazione fino al 2048 (quando non ci sarà più rimasto il monte…)? C'è poi un altro aspetto generale, non di poco conto: si provvederà davvero, come previsto, al ripristino ambientale delle aree di cantiere, alle ripiantumazioni, considerato che siamo anche in un Parco? Ci sarà chi vigilerà su questo con rigore? In conclusione, il raddoppio della statale 76, si sta rivelando ciò che si è già manifestato per la statale 77 nel maceratese: un'opera, che in ragione di una presunta velocizzazione dei collegamenti tra Regioni, produce nell’immediato una sostanziale emarginazione dei piccoli centri delle aree interne, e con un saldo paesaggistico ed ambientale fortemente negativo. E poi, chiedo sinceramente ai fabrianesi: ma davvero c'è qualcuno che pensa che la nuova strada porterà nuova linfa allo sviluppo locale? Che la velocità di percorrenza di una strada è direttamente proporzionale ad una ripresa dell’economia, e quale poi? O, forse, da un punto di vista delle attività commerciali, per un cittadino della costa non potrebbe essere più allettante con poco più di un'ora, andare a fare shopping e a consumare servizi per il tempo libero, direttamente in Umbria o in Toscana? E analogamente, per umbro o un toscano, forse diventano più vicine la riviera del Conero o la costa senigalliese. Saltando tutti, da entrambe le direzioni di provenienza, tutto quello che c’è nel mezzo… Rispetto alle fanfare e ai tromboni che suonano la musica della strada nuova, come il nuovo progresso, ne riparleremo tra qualche anno. 


mercoledì 14 febbraio 2018

C'ERA(NO) UNA VOLTA LE MARCHE

La mia sintesi è che vivi in una terra di merda”. Così mi scrive in chat un caro amico, a poche ore dalla tentata strage fascista di Macerata, e a pochi giorni dal barbaro omicidio di Pamela. Scambiandoci, entrambi frastornati, un po’ di sensazioni ed opinioni in rete. Premetto che il mio amico, che vive a diverse centinaia di chilometri di distanza dalle Marche, è una persona che ha un profondo interesse e passione per questi territori, e per i quali si spende generosamente. Io in quelle ore invece, non riuscivo invece a trovare un’espressione che, in poche parole, condensasse chiaramente cosa sono diventate le Marche oggi. Neanche una frase colorita, ma il rigirare in testa da tempo, ancor prima dei fatti di Macerata, di un ragionamento articolato ed in evoluzione. Neanche uno slogan da lanciare a caldo; vero è che per le Marche ce ne sarebbero già sono fin troppi, ma sono anche quelli che portano fuori binario, creando una narrazione fasulla. Sono quelli che la Regione Marche da anni usa per la promozione del territorio, tipo “ViviAmo le Marche”, “l’Italia in una Regione”, “Viaggio nella Bellezza”, ed altri ancora. La situazione drammatica e dolorosa contingente, non mi consentiva di rilanciare neanche “Risorgimarche”, titolo dell’adattamento casereccio del Festival delle Dolomiti. Lassù ideato da uno dei più grandi violoncellisti viventi, Mario Brunello, con i prati e pascoli raggiunti dopo ore di cammino notturno, e concerti in acustico all’alba tra capre e stambecchi, con il pubblico raccolto in piccoli gruppi. E nelle Marche, rivisto e riproposto dall’attore fermano Neri Marcorè, come risposta sensoriale ed emozionale al dramma del terremoto che ha sconvolto l’Appennino; concerti più o meno unplugged di cantanti italiani, con partecipazione massiva di pubblico, a cui si è fatto parcheggiare sui prati migliaia di macchine. Ma ciò era dovuto, e giustificato, dai limiti della “prima volta”. Ora, con lo Stato di Emergenza ancora in corso dopo 18 mesi, e con buone probabilità di ulteriore proroga, preso atto che le Marche non sono ancora risorte, si sta preparando già la seconda edizione del Festival; sperando che la prossima estate, con una energica ripassata di Fender Stratocaster, usate a mo’ di defibrillatore cardiaco, l’Appennino marchigiano si rianimi davvero. Per rendere l’idea delle Marche contemporanee, non va bene neanche la sintesi di regione delle “comunità rancorose”, espressione del sociologo Aldo Bonomi, oramai marchigiano d’adozione. Perché, i marchigiani sono per natura miti, generosi, e a loro modo, seppur un po’ trattenuti e diffidenti, comunque accoglienti. Rancorosi non si nasce, quindi, ma si diventa semmai, per sollecitazioni esterne, e non per natura interiore. Penso semplicemente, ma non da questi giorni, di vivere in una terra drammaticamente smarrita, in cui negli ultimi anni sono venuti meno punti di riferimento e certezze secolari. E che ora non ha gli strumenti, e il fisico (come direbbe qualcuno), per ricominciare da capo, e da sola, dandosi nuove coordinate. E la paura e l’incertezza, nel costruire una visione condivisa ed un futuro diverso, hanno preso, anche tragicamente in molti episodi, il sopravvento. Questa nuova instabilità etica, sociale ed economica, individuale e comunitaria, d’istinto porta tra le braccia di chi, per sua autenticità identitaria ed ideologica, soffia sul fuoco parole d’ordine estreme, ma rassicuranti e protettive al tempo stesso. Risposte semplici per problemi complessi; menzogne elettorali, che però piace sentirsi raccontare. Facendo intravedere di nuovo, anche se sotto stavolta inquietanti vesti, quello ai marchigiani, molto più che agli italiani in genere, manca di più da qualche anno: un padrone. Ma non da intendersi in senso autoritario e repressivo; ma paternalistico, dalla voce rassicurante e dalla mano carezzevole. Buono, in sostanza, con chi gli si affida. Clemente, con quelli che non lo amano. Saranno probabilmente queste caratteristiche della figura padronale, che avranno indotto un profondo analista delle Marche come Aldo Bonomi, a definirci una terra temperata dal “capitalismo dolce dei distretti”.  Perché in fondo, le Marche, un padrone ce l’hanno sempre avuto. Prima il Papa, poi il Re e Lui, e nel corso del Novecento un padrone più tradizionale, regionale, quello della fabbrica o il proprietario fondiario, a seconda delle situazioni. Un padrone al plurale, espressione della aricolazione dei cosiddetti distretti economici. Che era, a seconda dei territori, direttamente o indirettamente, anche padrone culturale, politico, e talvolta, istituzionale. Che faceva e disfaceva, assicurando di farlo per il bene comune. Ma in verità, si può oggi constatare, guardandosi intorno, che è stato sempre prevalente l’operare per il proprio esclusivo profitto: nell’economia, nelle banche, nei rapporti imprenditoriali, nella politica. Sapendo far svolgere sempre il proprio ruolo a tutti. C’era il partito del padrone, che riusciva a contenere e far convivere, sotto il grande mantello bianco, l’impegno sociale del cattolico democratico e il rigurgito del fascista, sedando per decenni le pulsioni di quest’ultimo. E anche per l’opposizione politica, rossa e laica, c’era un pezzetto di potere che veniva dispensato sotto un tavolo abbondantemente apparecchiato, a seconda delle convenienze. Nelle Marche miti e prudenti, persino i brigatisti rossi, sono stati “da salotto”. E tutto questo sistema, per molti decenni, nella regione ha funzionato, e garantito, come si dice ora, la coesione sociale. E ha riempito pance e saccocce. C’era lavoro per tutti; anzi, negli anni, tante migliaia di persone sono arrivate nelle Marche, perché a tutta quell’offerta di occupazione, i marchigiani da soli non bastavano. E il lavoro c’era per tutto il nucleo familiare, marito e moglie, e il posto passava da padre in figlio. E tutti, stavano bene, c’era benessere diffuso. E il marchigiano sobrio, prudente, riservato e pudico, avvezzo a non allargarsi mai più di tanto, era contento. E i problemi, alcuni fenomeni di devianza e marginalità, che sempre ci sono stati, venivano messi discretamente sotto il tappeto. L’importante era che non se ne parlasse troppo. Che il vicino di casa sapesse, era normale, ma per pudore di caseggiato, non si andava oltre il bisbiglio. Basti pensare nelle Marche, negli anni ’70 e ’80, a che cosa fosse il fenomeno delle tossicodipendenze. Con l’eroina che a Jesi, tanto per fare un esempio vissuto da ragazzino, veniva spacciata a giorno in Piazza della Repubblica davanti il Teatro Pergolesi. E di notte nelle discoteche, sempre con discrezione e pudicizia, il figlio del libero professionista e dell’imprenditore, strisciava nel bagno le centomila lire di cocaina per il capriccio del sabato sera. Perché, farsi una pera, per i figli della ricca borghesia marchigiana, era considerato sconveniente; quello era un rito riservato ai giovani dei ceti medio bassi. Sempre negli anni ’70 e ’80, non un mese fa. E all’epoca, gli spacciatori erano tutti bianchi, local. E anche allora c’era il problema della sicurezza urbana; ma al posto della videosorveglianza, per i tanti che dalla fanciullezza erano abituati a stare fuori di casa, c’era la voce della mamma, o di una coesa rete sociale parentale, che  ammoniva “basta che non vai a giardini, che lì ci sono i drogati”, oppure “non prendere niente da nessuno quando esci da scuola”  Ma, con il conto corrente in ordine, i risparmi investiti nei fondi consigliati dal persuasivo funzionario di banca, e con la seconda casa al mare o in collina, al marchigiano metalmezzadro (status che per definizione è indice di subalternità e sottomissione), poco gli importava di quello che intanto combinava il padrone.  Sia in fabbrica e sul territorio, sia in qualche saletta riservata di un buon ristorante di pesce della costa. Perché, in fondo, si stava bene. Le Marche erano un’isola felice, tanto ancora da permettersi, nei piccoli centri, il lusso di lasciare le chiavi sulla porta. Poi, ad un certo punto, con l’implosione dei grandi partiti tradizionali, quelli della cosiddetta Prima Repubblica, ma anche complice il processo di secolarizzazione religiosa, il sistema perfetto ha cominciato a scricchiolare. Si sono aperte delle crepe, provocando un primo indebolimento culturale, ideale ed etico. Crepe sulle quali, dall’esterno, o meglio dai monitor televisivi, era cominciato il lungo ma efficace bombardamento della “cultura del Drive-In”. Ma, comunque, ancora c’era il padrone che intanto reggeva; il benessere materiale diffuso non era stato aggredito. Poi però è arrivata, d’improvviso, la crisi. E dalla Grande Mela alla Valle dell’Ete, si è propagato lo tsunami.  Il padrone, nelle sue molteplici ramificazioni, è saltato, ed è saltata pure la banca dei marchigiani, e sono cominciati i guai. Quelli veri, quelli che d’improvviso ti ritrovi in mezzo alla strada senza lavoro. Non solo c’è solo da imparare a tirare la cinghia, ma si comincia a consumare i risparmi propri, e quelli dei genitori. I fiumi di denaro pubblico di ammortizzatori sociali, per un decennio hanno sedato ed anestetizzato, per migliaia di persone e famiglie, il dolore e l’angoscia per il proprio futuro. Ma ora l’effetto dopante sta esaurendosi. Il marchigiano è passato da una vita per certi aspetti chiara in ogni suo passaggio, dalla “culla alla tomba” per usare un termine del welfare nordico. Dove si poteva avere la certezza anche che, in qualche modo, il padrone si sarebbe fatto carico delle sue improvvise difficoltà e umane debolezze. Per approdare ad un nuovo, imprevedibile ed indesiderato, status. In cui adesso ci si guarda intorno smarriti, convinti che non è possibile che anche stavolta il padrone non si farà carico di noi. Noi che, a partire dal voto, gli abbiamo dato tutto. Ma stavolta, invece “i nostri” non arriveranno più per davvero. Ed è in questo nuovo e non preventivato contesto, che salta il cosiddetto tappo. O meglio, salta l’idea e il valore di comunità, di un tratto identitario. Si è pronti per il tutti contro tutti, in un desolante far-west territoriale. Si perde l’innocenza e si scopre la violenza. Quella privata, domestica, e quella politica ed ideologica, xenofoba, razzista, e fascista. Però il marchigiano, per sua natura, anche in queste barbare dinamiche, continua a mettere la polvere sotto il tappeto. Sempre pubbliche virtù, ma vizi privati.  Quindi, ad esempio, non l’altra settimana, ma dodici anni fa, quando proprio a Macerata il direttore bianco del teatro, riempì di botte la moglie, e la buttò in un cassonetto della spazzatura mezza morta, fu considerato già allora normale, che l'allora Sindaco della città, fosse andato a trovare in galera il marito carnefice, piuttosto che la moglie vittima, in coma farmacologico all’ospedale. Così come adesso, di nuovo a Macerata, una comunità non più communĭtas, ma aggregato di persone impaurite e spaesate, senza più punti di riferimento, si trova malcelatamente, istintivamente e pudicamente, a giustificare perfino il terrorista fascista, anziché a schierarsi spontaneamente dalla parte delle vittime, e sentirsi per prima vittima anch’essa come intera città. Ma questo era già accaduto quasi due anni fa a Fermo, quando un fascista locale ha assassinato un ragazzo nigeriano che passeggiava con la moglie, in pieno centro. In fondo, il fascista fermano, rispetto al nero migrante ammazzato, viene dai più considerato "un figlio nostro". Ipnotizzati, gran parte, dall’idea che se nelle Marche ce la passiamo male, la colpa è dei migranti. E a questa paura, istintiva e razionalmente ingiustificata da ogni dato sociale oggettivo e statistico, il senso di communĭtas non glielo si può restituire importandolo da fuori. Bisogna rigenerarlo dall’interno, lentamente e faticosamente, sedendosi accanto agli impauriti, e ricominciando da capo. La paura ha sempre bisogno di essere identificata, impersonata; e spesso non è mai la fisionomia del più forte e cattivo, ma il più debole. Levarsi dalle scatole un po’ di migranti, è più semplice e consente di evitare di guardarsi dentro, a ciò che si è, piano piano, diventati. Oggi la regione, è un insieme di tante “non comunità” in cui, anche a seguito di una sciagura come un terremoto, dopo i primi tempi, nel prolungarsi di un’emergenza senza alcun barlume di ricostruzione, le persone sono approdate ad uno stato di cattività ancestrale, ed i terremotati si sono ritrovati spesso l’uno contro l’altro, per l’ottenimento di un diritto, che è semplicemente quello di riabitare in fretta il proprio luogo d’origine. Ora le Marche, più di altre regioni, sono in uno stato di allarme conclamato, codice rosso per usare un’espressione sanitaria. I dati economici e sociali, quelli veri e non quelli dei comunicati stampa istituzionali, descrivono una regione che per dinamiche sociali ed occupazionali, sta ben al di sotto di territori del Mezzogiorno. Con numeri da defibrillatore. Se si è arrivati fin qui, è anche, e per certi aspetti soprattutto, perché negli anni la politica e le Istituzioni, e le classi dirigenti in genere, hanno sottovalutato in molti casi; valutato in altri con estrema superficialità alcuni segnali. Ma giustificato sempre, nella ricerca di un consenso a tutti costi, alcuni fenomeni. Un metodo di analisi e sintesi, espressione di un collettivo “tanto sò regazzi”. E, cosa più grave, ha continuato a narrare ufficialmente una regione che non c’è più da tempo, e non avendo in testa, neanche in bozza, quella che dovrebbe essere. Evitando, aggirando, mettendo, la politica anch’essa, da buona marchigiana, la polvere sotto il tappeto. Convinti, che quel modello economico e sociale, quello dei distretti per capirci, che è imploso con la crisi, si potesse nuovamente, dandogli una rabberciata alla meglio, replicare in un futuro infinito. Pensando, e operando di conseguenza, ad esempio, che il rilancio di un sistema economico ed occupazionale, possa passare, come negli anni ’60 del secolo scorso, con la costruzione di nuove strade ed infrastrutture a prescindere del costo paesaggistico. O che l’occupazione di migliaia di persone estromesse dal mercato del lavoro, possa riconvertirsi massivamente nel settore turistico. Accantonando, ancora una volta, retaggio questo della subcultura metalmezzadrile, l’idea della valorizzazione e dell’investimento nelle vere ed uniche radici che le Marche hanno, ovvero quelle agricole ed agroalimentari. Spendendo fiumi di denaro pubblico in inefficaci azioni di marketing fine a se stesse, confondendo l’evento con l’espressione dell’arte, e la cultura con il turismo. E facendo confluire un piccolo rivolo di quel denaro, in un’operazione istituzionale e culturale sconcertante: quello di darsi una nuova identità, per legge. Pochi sanno infatti, o ricordano, o preferiscono non ricordare, che nel 2005 il Consiglio Regionale delle Marche, su proposta della Giunta, il cui Presidente, che in precedenza era un dipendente-manager dell’industriale più importante della Regione, ha approvato una legge che istituisce la Giornata delle Marche, il 10 dicembre, festa della Madonna di Loreto; “quale solenne ricorrenza per riflettere e sottolineare la storia, la cultura, le tradizioni e le testimonianze della comunità marchigiana e rafforzarne la conoscenza e l’appartenenza”  Quindi, eventi, premi (il Marchigiano dell’Anno), la ricerca dei marchigiani nei secoli emigrati all’estero. Ma ciò non bastava. Infatti, qualche anno dopo, la Regione ha commissionato l’Inno delle Marche. Prima la partitura musicale, composta dal pianista ascolano Giovanni Allevi (riferendosi a lui, Riccardo Muti dirà “Io ho molto rispetto per le canzonette, per il pop. Ma è appunto un altro mestiere”). E poi, non paga del brano strumentale, ha promosso un concorso di idee pubblico per la scrittura del testo dell’Inno. Giuria presieduta da Mogol. Viene scelto il testo del paroliere marchigiano di Montemarciano, Giacomo Greganti, Presidente della locale Banda Municipale. Riporto il testo, che va letto:

Nel cuore avrò i monti azzurri,
Il mare e poi le verdi terre...
Regione mia, luogo d'arte e poesia,
se io domani dovessi andar via,
vivrei soltanto per ritornare..
Perché ogni giorno io penso a te
Ovunque vai, ritroverai
gente serena e libertà
Piccoli borghi e operose città
L'anima immensa del grande poeta
che ha illuminato la nostra vita
sempre vivrà per l'eternità
se ritorni
se ritorni
tu ritrovi il sorriso
la regione delle Marche:
il Paradiso
se rimani
se rimani
da domani vivrai
tutto un mondo di felicità
Ovunque andrai respirerai
un grande senso di dignità
I paesaggi del gran Raffaello
Puoi rivedere passando di qua
Sono le Marche la terra mia
Luogo di pace e di umanità


Un testo del 2013, non di un’altra epoca. In cui è evidente quale sia l’idea e l’immagine si vuole narrare delle Marche, e che soprattutto si vuole perseguire; per la quale si intende chiamare a raccolta un milione e mezzo di cittadini. Che, da diversi anni, oramai stanno sperimentando sulla propria quotidianità, quanto la propria terra, oramai sia quasi uno sbiadito ricordo di anni felici. Quell’Inno, frutto di una stagione politica, nel cambio di classe dirigente alle elezioni successive, non è stato soppiantato, così come la Giornata delle Marche, ma è rimasto un appuntamento del calendario regionale. Segno, che non ci sono stati grandi cambiamenti. Nonostante l’iniezione di una politica proveniente dalla riproduzione “nostrana” del riformismo emiliano. Una politica che ancora non riesce a fare i conti con la complessità, ad interpretare i mutamenti e a proporre una visione differente, radicalmente diversa. E che quindi, come il cittadino di provincia che è abituato a mettere la polvere sotto il tappeto, decide consapevolmente di proseguire a raccontare una fiction. Una politica che, quando il livello della gestione di un conflitto non è più la chiusura al traffico di un centro storico, ma la paura sociale che ti mette a soqquadro tutta una comunità, sbanda e annaspa, rischiando il k.o. definitivo. C’è l’urgenza,al contrario, di una classe dirigente che abbia l’umiltà e l’intelligenza di invertire drasticamente la rotta. Capace di tornare dagli spot alla realtà. Coinvolgendo i cittadini con processi partecipati e democratici. Le Marche, tanto più dopo i devastanti terremoti del 2016, e l’accadere dei recenti episodi violenti e tragici, espressioni di un profondo disagio sociale e di devianza criminale, ma anche di un radicato estremismo politico dalle tinte nere, non possono più permettersi il lusso di sentirsi ancora raccontare dalla regia, ciò che non sono più da tempo. Solamente Sergio Leone aveva il talento e il genio, come nella scena finale di “C’era una volta in America”, di far credere agli spettatori che la vita che per settant’anni aveva vissuto il protagonista Noodles-Robert De Niro, non fosse il frutto della realtà, ma un grande flashback generato dai fumi dell’oppio. 

martedì 30 gennaio 2018

GENTILE CANDIDATA, GENTILE CANDIDATO, ...

Gentile candidata, gentile candidato,

invertendo una prassi consolidata, stavolta la tradizionale lettera elettorale gliela la scrivo prima io. Le anticipo, volendola da subito rassicurare, che non troverà a seguire lamentele e proteste, o la solita “lista della spesa”. E ce ne sarebbero, sapesse, di cose da scrivere.

Ma non è il mio modo di vedere le cose, né tantomeno il mio stile. Ho molta storia alle spalle e, come può immaginare, in diversi millenni, ne ho viste di tutti i colori. Grazie a me, senza voler essere ingeneroso con altri, si è davvero fatta l’Italia.

Immagino che nel prossimo mese potrebbe venire da queste parti; e ciò rappresenterebbe un fatto indubbiamente positivo. Avrà modo di rendersi conto direttamente, se finora non ne ha avuto occasione, di quale davvero sia la realtà.

Negli anni, sono stato ripetutamente al centro dell’attenzione della politica; soprattutto quella parlata e dei convegni. Ma anche di interessi particolari, dei quali la politica spesso si è fatta interprete e complice. Pensava di guidare i processi, di controllare, ma poi ha sempre lasciato fare. Ho pagato un prezzo alto in tante scelte fatte, che meglio definirei subite; riportando ferite che non sono rimarginabili. Sono state tutte, se non generate direttamente, quantomeno legittimate dalla politica. Che pretendeva di conoscere i problemi, di avere le soluzioni migliori per il mio futuro, di decidere cosa fosse giusto fare. E questo atteggiamento sbagliato, persevera ancora oggi e, almeno in questo, mi permetta di suggerirle un netto cambio di passo.

Non sarebbe onesto da parte mia, non riconoscere che talvolta le iniziative prese, fossero anche animate da buone intenzioni. Ma il limite, alla fine, che ne ha sempre decretato la parzialità della riuscita, se non il fallimento, era quello di essere state pensate in stanze troppo lontane da qui, con la conseguenza di una grande superficialità delle scelte individuate. Altre invece, erano espressamente la risposta a bisogni e diritti che non erano i miei, anzi contrastavano fortemente con la mia natura ed identità. Si dichiarava di fare un favore a me, ma in realtà si facevano favori ad altri. E il prezzo di questo, di volta in volta, lo pagavo io.

Adesso, come avrà modo di vedere, sto abbastanza malmesso. La mia situazione, per usare un’espressione cara alla politica, potrebbe definirsi di estrema precarietà. Ciclicamente, c’è stato sempre chi per me, a suo dire, aveva sempre la soluzione efficace, risolutiva. Ma io, ogni volta, vedevo solo il prefigurarsi di un aggravamento della mia condizione.

E ciò perché, nel passato come oggi, venivo sempre estromesso da qualsiasi processo partecipativo e decisionale.

Anche in questi tempi recenti, parlate di me, parlate per me, ma non sapete niente di me.

Penso che, se vogliamo provare per una volta ad essere onesti l’uno con l’altro, dobbiamo avere il coraggio di tirare una riga. Punto e a capo. E ripartire.

Guardando dal basso e non più dall’alto. Da qui, e non da altrove. Dall’io al noi. Se si chinerà un poco, è scomodo e faticoso lo so, e guarderà da terra, vedrà che molte azioni che i politici hanno sempre pensato essere giuste, in realtà non servivano; anzi sono state dannose. O meglio, servivano ad altri, ma non a me.

Lo so, nella campagna elettorale si va di fretta, si corre da un appuntamento all’altro. Toccata e fuga. Qualche stretta di mano, la foto di rito, e via.

Le chiederei invece, di spendere un po’ più del suo tempo se passerà da queste parti; potrebbe arrivare anche ad orari insoliti, rispetto alla ritualità degli incontri elettorali. E quando sarà qui, osservi; anzi, impari a guardare. Lo faccia da fermo o camminando a piedi; dal vetro della macchina molte cose fondamentali le sfuggirebbero. Ascolti. Le anticipo che potrebbe trovarsi di fronte a molte situazioni dolorose, si prepari.

Non faccia promesse, però. Nel tempo, qui si sono promessi già tutto. Non prenda impegni particolari, perché non è detto che lei poi, a prescindere dalla sua volontà, riesca a mantenerli. Come sa meglio di me, poi le questioni, in altre sedi, quando è il momento, non dipendono solo da lei. Ci sono anche gli altri. E, tra questi, anche quelli che intenderanno usare, per i loro interessi, la sua buona volontà.

A me basterebbe una sola cosa, su cui potremmo stringere un patto. Che lei tenga fede, sempre, nella sua auspicabile futura attività di eletto, a due articoli della Costituzione Italiana. L’articolo 3 e l’articolo 9. Se sarà capace di declinare ogni sua azione, proposta, secondo quello che c’è scritto lì, vedrà che ne trarrò vantaggio anche io.

Soprattutto se quegli articoli, rappresenteranno per lei, in ogni momento, il limite sotto il quale, non ci potrà essere nessuna mediazione o compromesso. Se così sarà, sono fiducioso che stavolta potrebbe davvero aprirsi davvero una nuova stagione.

La aspetto nelle prossime settimane. Io resto fermo al mio posto. Potrebbe capitare, come è già capitato molte volte, che io debba muovermi all’improvviso. Ma è per pochissimo tempo. Poi mi riposiziono di nuovo.

Per cui, alla fine se non ci incontreremo, sarà perché le priorità della sua agenda politica, la porteranno ad andare da altre parti e a preferire altri incontri.

In bocca al lupo (io posso dirlo consapevolmente) per la sua campagna elettorale.


Cordialmente, Appennino Italiano.