sabato 7 luglio 2018

SE C'E' UNA STRADA SOTTO IL MARE PRIMA O POI CI TROVERA'


Ho indossato la maglietta rossa per rispondere all’appello di Luigi Ciotti; che può essere considerato tutto, fuorché un radical chic. Si, perché ho letto pure, da chi deve distinguersi sempre, non per l’originalità di un suo pensiero, ma solo per avere un’opportunità in più di ampliare la propria visibilità, che l’iniziativa della maglietta rossa, aiuta a dare altri voti a quelli lì; quindi, conclusione, atteggiamento tipico dei radical chic. Ho indossato la maglietta rossa, pur consapevole che oggi non mi sarei mosso da questa frazione di poco più di trenta persone; salvo, confesso, una veloce toccata e fuga poco lontano per comprare i sigari… E stare qui con la maglietta rossa, oggi, ha un grande senso. Girarci intorno ad una frazione di case diroccate, pericolanti alcune, abbandonate da anni, che neanche il Comune sa più precisamente di chi siano. Pensare che tra questi abitanti ci sono solo sei bambini e molti vecchi che, per ragioni inevitabili della vita umana, tenderanno a diminuire; sapere che alcune famiglie già ora, per come sono i servizi, la mobilità, la cura dell’abitato, se avessero un’occasione alternativa, se ne andrebbero di corsa in città o in pianura. Ma già adesso, per le case abitabili che ci sono, gli abitanti potrebbero essere oltre il centinaio. Ma gli abitanti non ci sono. E non lo diventeranno quelli che passano in bicicletta, molti dei quali buttano rifiuti per terra, o pisciano dietro al pino accanto all’edicola sacra. Non lo diventeranno gli escursionisti e i climbers, che parcheggiano in maniera scomposta, ché se lo fanno a casa loro, alla seconda volta gli rigano la macchina. Non lo diventeranno i turisti da toccata e fuga che vengono a vedere le Grotte di Frasassi e, sconsolati da quello che c’è intorno, se la filano a gambe levate. Non lo diventeranno i pronipoti che a Ferragosto, si ricordano che hanno una bisnonna o la prozia, e la vengono a trovare, ché così si fa pranzo e giornata tutto low cost; e magari la nonna, quando si riparte, c'allunga pure cinquanta euro... Non lo diventeranno le piccole cricche autoreferenziali che passano le giornate, di convegno in convegno sui temi delle aree interne. Non lo diventeranno gli imprenditori e i loro cortigiani che, con la scusa del terremoto, si propongono come mecenati e filantropi, ma che in realtà hanno escogitato un nuovo modo di farsi gli affari loro. Io oggi sto qui, con la maglietta rossa, perché penso che queste comunità abbandonate sull' l’Appennino le possano salvare solo i migranti. E lo penso sul serio. Che diventano i nuovi abitanti, che diventano cittadini, che qui vivono, lavorano, ricostruiscono (ecco la Ricostruzione) qui, e con chi qui ha scelto di restare, un nuovo progetto di vita, dopo la fuga dalla fame, dai cambiamenti climatici, da qualche tiranno sanguinario. Ripopolando l’Appennino, dando nuova vita a comunità senza alcun futuro di continuità demografica. Prendendosi cura del territorio in cui abitano. Nuove comunità meticce, giovani che si prendono cura dei vecchi, ché quando dovessero aver bisogno, se aspettano che arriva il nipote (quello di Ferragosto), da centinaia di chilometri di distanza, non la raccontano. Dobbiamo fare una grande operazione verità, su questa prospettiva, di cui Vito Teti e Franco Arminio, solo per fare due nomi, scrivono e dicono da anni. Consapevoli che sia la vera e sola efficace per la vita di questi territori; suffragata dai numeri, quelli non ideologici, che danno l’ISTAT, l’INPS, e la demografia nazionale. E supportata, da queste parti, non da un provocatorio realismo bucolico, ma con i dati che ci arrivano, di ogni genere scientifico, a quasi due anni dal terremoto che ha ribaltato l’Appennino Centrale. Dati demografici, economici, sociali, sanitari, che definiscono una tendenza inesorabile verso un rapido abbandono. Con tutto il resto, ci continuiamo a prendere in giro. Le aree interne moriranno o diventeranno solo un grande luna park all'aperto per ricchi; in molti lavorano, anche a volte in competizione tra loro, per entrambe le soluzioni. E chi le ha spolpate fino ad oggi per arricchirsi, continuerà impunemente a farlo. Dopotutto, chi arriva dopo una migrazione da un Paese lontano, pensate davvero, a meno che non abbiate un pregiudizio razziale e xenofobo, che al paesello sarebbe molto più carogna, scassacazzi, egoista, pericoloso, di molti che ci sono nati e vissuti da sempre? Io no, per esperienza diretta, come si dice; che non fa statistica, ma rende l’idea. Per cui, oggi rimango qui con la maglietta rossa. Consapevole che, grazie ad una politica spietata e diabolica, razzista e fascista nell’anima, e interessata solo al consenso, molti, tanti e di più, moriranno ancora; lasciati affogare nel Mediterraneo, asfissiati dentro il cassone di un camion, dispersi nel gelo di un passo alpino. Ma alla fine, arriveranno comunque, ovunque, da ogni dove. E quando verranno a vivere anche in questa frazione, in case che già ora non compra e vende più nessuno, e che i loro bambini scorrazzeranno per la via, e che ai vecchi rimasti qualche braccio robusto metterà a posto la legna per l’inverno, questo posto sarò un luogo migliore di quello che è adesso. E allora anche il paesano, un po’ razzista per induzione televisiva e social, che tempo fa, quando sono arrivati sei o sette richiedenti asilo qui vicino, mi diceva “ma, se in fondo nostro Signore ci ha fatto tutti diversi, un motivo ci sarà”, elaborando un pensiero teologico alquanto originale e tutto suo, prenderà atto, che in posti come questo, la vita prosegue se ci sono le persone che ci vivono, perché, i turisti, tanto, ad una certa, se ne vanno via. E che #magliettarossa e #strategiadellabbandono, non sono le facce della stessa medaglia; ma la prima è l’antidoto alla seconda.


giovedì 5 luglio 2018

GIORNO D'ESTATE (a Fermo, UE)

«Giorno d'estate, giorno fatto di sole, vuote di gente son le strade in città». Era probabilmente così il centro di Fermo, quel primo pomeriggio di due anni fa; come ce lo lasciano immaginare i versi di Guccini. Due giovani sposi stavano su una panchina a parlare per i fatti loro. Lungo il marciapiede che la costeggia, passa un tizio che nel vederli, dà della "scimmia africana" alla sposa; il marito reagisce, nasce una colluttazione. Lo sposo morirà poi all'ospedale, con la testa fracassata da un paletto della segnaletica stradale. Gli sposi sono due richiedenti asilo nigeriani. L'altro è fermano, "un figlio nostro", come diranno molti suoi concittadini. La giustificazione comunitaria, assolutoria, per il carnefice è stata subito trovata; uno un po' sbandato, un ragazzo a disagio e con traumi familiari, un ultrà esagitato con qualche piccolo precedente (il suo avvocato in passato fu il libero professionista che da qualche settimana era diventato Sindaco della città). Con il pudore, per tanti, a chiamarlo per quello che, anche per frequentazioni sociali consolidate, era, e cioè un fascista. Anche per lo sposo, la vittima, c'è stata presto una giustificazione alla reazione d'impeto avuta su quella panchina. Era anche lui un poco di buono, del giro della mafia nigeriana; una fantasia che nemmeno è entrata nell'aula di tribunale, ma rimasta tutta dentro il chiacchiericcio dei bar di piazza, i luoghi più fertili per la diffusione di certi virus culturali. Ma siano a Fermo, e l'unico comportamento assimilabile al mafioso (seppur penalmente irrilevante), dopo due anni, è l'omertà silenziosa, ma non imbarazzata, tantomeno malcelata, che su questo fatto prevale ancora oggi nella capitale del distretto della calzatura. Tanto che il Consiglio Comunale giorni fa, avrebbe deciso faticosamente di intitolargli lo spiazzo dove è stato assassinato, ma di non scrivere "vittima del razzismo" nella targa. Perché quella parola, razzismo, darebbe cattiva luce all'immagine della città, che scommette, come tutta la Regione, sulla fascinazione dell'industria del turismo. Perfino l'attuale Ministro dell'Interno, che della tutela dei "figli nostri" fa la sua missione istituzionale, l'8 luglio 2016 dichiarerà a Il Giornale: "prego per lui"; che era semplicemente figlio dell'Africa. Adesso l'assassino ha patteggiato la pena, ed è libero. Lo sposo, dopo quasi due anni, ha trovato finalmente sepoltura in Nigeria. La sposa, protetta da persone misericordiose, vive il suo dolore senza fine lontano da Fermo; l'unica per cui varrà il giurisprudenziale "fine pena mai". C'è un altro personaggio in questa storia. Un vecchio prete fermano, che aveva accolto nella sua comunità, e li aveva sposati, in nome di Dio, i due fidanzati nigeriani, arrivati in Italia su un barcone; scappavano dalle persecuzioni sanguinarie di Boko Haram. Viaggio in cui lei, a causa degli stenti, aveva perso il bimbo che aspettava. Un prete che da decenni, accoglie puttane, drogati, migranti e handicappati. Un rompicoglioni, la spina nel fianco del perbenismo marchigiano. E che, mesi dopo, quando nell'Aula Nervi troverà l'abbraccio e la carezza di Papa Francesco, nel cinquantesimo della sua comunità di derelitti e scartati dalla società gli dirà commosso: "Capodarco ha cinquant'anni, e abbiamo aspettato cinquant'anni per incontrare lei". Gli studiosi della società e dei suoi mutamenti, hanno spesso ragione di sostenere, che è nelle piccole realtà, in provincia come si dice, che si capiscono le anticipazioni di quello che sta delineandosi all'orizzonte. È in questi posti in culo al mondo, dove non succede mai niente, che si capisce l'aria che tira, e che tirerà poi; nel mondo. Quello che è successo a Fermo nelle Marche, panciute e tranquille, mantenute e sedate per decenni a pil padronale fatto di lavatrici e scarpe, solo scosse un po' dalla crisi e dalla secolarizzazione, il 5 luglio del 2016, è stato però archiviato subito come l'eccezione. Qualche settimana dopo, nelle Marche un terremoto devastante per gran parte del territorio montano, destabilizzerà del tutto un tessuto sociale ed economico; ma questa è un'altra storia. Poi, tra il 30 gennaio e il 4 febbraio 2018, è arrivata Macerata. Sempre in provincia, dove non succede mai niente. Una provincia, dove però, a forza di metterla sotto, la polvere ha corroso il tappeto. Adesso che l'aria è cambiata è evidente, sia per chi rimane controvento, sia per chi ha soffiato per anni nella stessa direzione di questo vento, sperando che diventasse tempesta. Ma anche per chi si è immediatamente riposizionato in direzione di vento, perché "amico caro, fatti i cazzi tuoi", come direbbero Crozza/Razzi, è stata sempre la sua bussola vincente. Se fino a qualche tempo fa pensavamo (io meno, ma lo dico con umiltà), che Fermo fosse l'eccezione, oggi abbiamo già prove manifeste, che già allora era la manifestazione embrionale di quella che sta diventando la regola. Non per le Marche, nè per l'Italia. Ma per l'Europa. Ah, a proposito. La sposa si chiama Chyniere, e nel chiuso di una sagrestia, senza parlare, mi ha spiegato in un attimo cosa siano il dolore e il terrore. Lo sposo si chiamava Emmanuel, e di lui ho letto, e visto solo la sua bara e la foto della tomba provvisoria. Il prete si chiama Vinicio, e lui tanti anni fa, a me ad altri riuniti per pranzo ci disse che se intorno ad una scodella di maccheroni fumanti, si ritrovano dei credenti animati da sete di carità, verità e giustizia, anche quei maccheroni sono l'Eucarestia. Poi, scopersi, qualche anno dopo, che anche i Cervi celebrarono nel luglio del 1943, il 25, la caduta del fascismo con una grande festa dove servirono a tutti i paesani dei maccheroni con burro e parmigiano. E dopo quelle pastasciutte, non ho capito ancor oggi da che parte andare, ma sicuramente quella verso quale non dirigermi mai. E che "figlio nostro" è un concetto pericoloso, perché poi, come in un altro racconto, porta a scegliere Barabba. 

Se volete un po' approfondire sulle Marche:

http://hopassatolafrontiera.blogspot.com/2018/02/cerano-una-volta-le-marche.html?m=1