Prosegue, dopo il convegno per
l'anniversario del ventennale, l'impegno dei nuovi vertici
dell'Unione Montana, il Presidente Pesciarelli e il Vice Santarelli con delega
al Parco, per rilanciare il valore e le opportunità dell’area protetta. Il
Parco come brand di un nuovo sviluppo
locale, espressione dell'idea di una nascente economia turistica. Positive in
questi mesi le azioni già messe in campo, capaci di coinvolgere quelle
esperienze imprenditoriali locali, che in questi anni hanno scommesso
sull'agricoltura e sulla tipicità enogastronomica. Esperienze giovani ed
innovative, un tentativo di rifondazione del genius loci. Il partecipato convegno di lunedì 9 aprile
all'Oratorio della Carità, ha segnato una significativa tappa di questo
percorso, rafforzata in quella sede dalle testimonianze di giovani
imprenditrici agricole del territorio del Parco. "Comunità e Territori per
un nuovo Appennino", questo il tema, che ha visto alternarsi autorevoli relatori,
moderati dal Direttore del Parco Scotti. A partire dall'intervento principale
del Presidente del Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano, Giampiero Sammurri,
che ha raccontato i risultati di un'area protetta, profondamente diversa dalla
nostra, e non solo per la conformazione geomorfologica, ma quanto per essere un
territorio molto poco antropizzato. A seguire, la Presidente di Legambiente
Marche, Francesca Pulcini, sull'importanza delle attività di educazione
ambientale e sulla valorizzazione del patrimonio faunistico e forestale. Progetti
già sviluppati nel nostro parco da anni, ma da tempo ridimensionati per i tagli
della Regione Marche alle attività dei CEA (Centri di Educazione Ambientale).
Jacopo Angelini, del WWF Marche, competente naturalista fabrianese, ha
ripercorso i legami storici tra comunità e territorio fin dall'antichità,
giustificando anche l'attuale assetto antropico del Parco. La Deputata
fabrianese Patrizia Terzoni, autrice insieme ad Ermete Realacci della recente
Legge sui Piccoli Comuni, ha illustrato il valore della norma, e le potenzialità
future per le oltre cinquemila piccole Municipalità del nostro Paese.
Potenzialità, che fanno i conti, per ora, solo con un finanziamento della legge
per cento milioni di euro fino al 2023; il che significa, facendo una
semplicistica media aritmetica, poco più di tremila euro all'anno per ogni
Comune. A chiudere il giro di tavolo, l'intervento del Segretario della
Fondazione Symbola, Fabio Renzi, sull'esigenza di ripartenza dei territori del
Centro Italia, martoriati dal sisma, le cui eccellenze enogastronomiche
rappresentano una speranza di rilancio dell'economia. A tirare le conclusioni,
l'Assessore Regionale all'Ambiente, Angelo Sciapichetti che, partendo da una
riflessione sul contesto internazionale sulle pericolose schermaglie tra Trump
e Putin, ha annunciato poi l'intenzione della Giunta Regionale di riformare
l'assetto normativo sulla gestione dei Parchi; prefigurando un unico soggetto
centralizzato, lontano dai territori, che avrà la governance di tutte le aree protette regionali. Tutto bene, fin
qui, convegno riuscito. Se non fosse che l'effetto che si corre, sia quello di
raccontare un altro Parco, diverso da quello reale. Omettendo quello che è
stato nei suoi primi diciannove anni. La cui eredità attende alla prova i nuovi
amministratori. Ovvero, un'area protetta nata a seguito di molti compromessi
politici, al fine di accontentare al meglio tutti gli stakeholder (ambientalisti, imprenditori, cavatori, cacciatori), e
che è stata paracadutata sopra le comunità locali, che hanno vissuto fin dall'inizio
la sua istituzione come un fastidio, anziché un'opportunità. E ciò è comprovato
proprio dall'assenza, in questi venti anni, dagli Organismi Gestionali, dell'azionista
territoriale di maggioranza del Parco, che è il Comune di Genga (il 73% della
intera superficie). In cui, tanti anni fa, si tenne un referendum popolare se entrare
nel Parco o meno, stravinto alla grande dai contrari. Poi, la governance del Parco, è stata sempre
utilizzata, ancor prima che per adempiere ai valori e agli obiettivi statutari,
per compensare gli equilibri politici tra i partiti e le amministrazioni del
territorio. Con il risultato, dopo un ventennio, che è sotto gli occhi di
tutti. Quello di ritrovarci un'area protetta fortemente antropizzata e
industrializzata, attraversata dalle strade della Quadrilatero, con un elevato
impatto paesaggistico ambientale, piena di rifiuti di tutti i generi
(televisori, gomme, passeggini, materassi, etc) abbandonati nei boschi, con una
segnaletica e sentieristica non curata da anni, con bidoni di cromo esavalente
che spuntano sotterrati chissà da chi, e da quanto. Con una significativa
percentuale di escursionisti e ciclisti incivili, che lasciano nelle macchia e
per strada i rifiuti dei loro passatempi festivi. E, soprattutto, pensando alle
trentasette frazioni del Comune di Genga, piccole comunità abitate da adulti,
anziani e bambini, completamente abbandonate delle amministrazioni locali,
fatta eccezione per l'area strettamente adiacente alla biglietteria e
all'ingresso delle Grotte di Frasassi. Senza scherzare più di tanto, si può
affermare che l'unica specie in via di estinzione del nostro Parco, sia quella
umana, degli abitanti. E, purtroppo, questa visuale nella tavola rotonda, che
vedeva come tema principale, proprio quello delle Comunità, è mancata del
tutto; così come il tema dell’Appennino, è rimasto un titolo su un manifesto.
Ma se davvero si ha l’ambizione di voler scrivere una pagina nuova, è da lì che
bisogna ripartire, senza filtri e nella verità, per cambiare radicalmente
rotta. Perché il nostro, più di ogni altra esperienza, è per primo un Parco
fatto di persone che lo abitano, che hanno bisogno di servizi e che, anche
loro, devono essere stimolate a cambiare progressivamente cultura e mentalità.
Ma la condizione sine qua non si
chiama partecipazione democratica La quotidianità delle persone che vivono
nell'area protetta, il loro diritto alla socialità, e a sentirsi una più ampia comunità,
non può essere surrogato dall'encomiabile impegno dell'associazionismo locale;
ma deve avere visione e azione istituzionale. In questo, se lo vogliono
davvero, i nuovi Amministratori dell'Unione Montana, almeno fino a quando la
Giunta Ceriscioli non scriverà la parola fine con la ventilata riforma per le
aree protette regionali, hanno davanti a loro, come si dice, una prateria
sterminata. Giusto il lavoro di comunicazione, promozione, merchandising, ma se non c’è un faticoso impegno per e con
le comunità del Parco, avrà ragione la visione del Prof. Olivieri, Presidente
del Parco Nazionale dei Sibillini che, intervenendo a margine della tavola
rotonda, ha così aperto: "prima ero a Perugia, e per venire a Fabriano ho preso
la Quadrilatero e c'ho messo solo 45 minuti". E cioè, un territorio
appennino il nostro, da considerarsi come raccordo di collegamento, all’interno
di un grande parco avventura domenicale.
giovedì 19 aprile 2018
giovedì 12 aprile 2018
"FATTI, NON PUGNETTE" (cit. Ass. Cangini)
Provare ad offrire un altro punto di vista sui
cantieri Anas-Quadrilatero del raddoppio della statale 76, a pochi giorni dalla
notizia che in uno di questi, in località Valtreara di Genga sono stati rinvenuti
dalle Forze dell'Ordine sei bidoni di cromo esavalente interrati in
un’area di lavoro, rischia di portare fuori binario molte possibili
considerazioni, e di far smarrire ogni intenzione di obiettività sull’argomento.
Perché, se è vero che la durata e il prolungarsi nel tempo (fine lavori
posticipate semestralmente), e alcune modalità organizzative dei lavori stessi,
da molto tempo stanno creando disagi agli automobilisti, che quotidianamente utilizzano
la tratta Serra S. Quirico-Fossato di Vico, è altrettanto vero che, almeno
parimenti, ci sono disagi non lievi che subiscono gli abitanti delle comunità
di questa parte del territorio appenninico. E già, perché la statale 76, ed i
suoi cantieri Anas-Quadrilatero, non si trovano in mezzo ad una zona desertica,
ma in un contesto antropizzato, con molti piccoli centri, e a forte valore
ambientale; tra l'altro, siamo all'interno del perimetro del Parco Regionale
Naturale della Gola della Rossa e di Frasassi. E i disagi degli abitanti di
queste comunità, composte da adulti, anziani e bambini, hanno già tempi più
lunghi e duraturi di quelli degli automobilisti: a cantieri in allestimento, a
lavori in corso e, soprattutto, a lavori terminati e consegnati, quando le
modifiche alla viabilità a quattro corsie, incideranno praticamente sulla
quotidianità delle persone. Da molto tempo infatti, sono noti i problemi
quotidiani a raggiungere Fabriano per i residenti di Castelletta; quelli dei
residenti di Borgo Tufico e Albacina, circondati dai cantieri rumorosi e
maleodoranti; ma anche di chi vive a Trocchetti di Fabriano, che si vede già privato
di ogni visuale ed affaccio dalla barriera antirumore realizzata a margine
della corsia di scorrimento. Poi, i disagi più recenti degli abitanti di
Valtreara e Gattuccio, che si prendono fumi e rumori di tutto il traffico
pesante, oltre che di quello ordinario, dirottato nella realizzazione del nuovo
svincolo lungo la vecchia statale storica. Uno svincolo, quello di Valtreara,
che a giudicare dalla sua superficie areale, sembra essere stato pensato come
se dovesse immettere traffico all’ingresso di una grande metropoli statunitense,
anziché in piccoli centri. Ciò, con un consumo di suolo e di paesaggio abnorme,
a detta di tutti coloro che hanno buonsenso. Un risultato frutto di una
mediazione rispetto all’idea progettuale originaria, a seguito di esplicite
richieste mosse anni fa delle amministrazioni locali gengarine
all'Anas-Quadrilatero. Animati, gli amministratori locali, non da un interesse
primario per la qualità della vita e dell'ambiente del territorio amministrato,
ma esclusivamente dal soddisfacimento dell’ipotetico movimento turistico verso
le Grotte di Frasassi, e dalle sollecitazioni ricevute riguardo all’afflusso
dei TIR verso le zone industriali locate subito oltre la Gola di Frasassi.
Scendendo poi verso Serra S. Quirico, troviamo le frazioni del Comune di Genga
come Falcioni, Pontechiaradovo, Palombare e Mogiano. Qui, già da metà febbraio
scorso, con l'apertura della nuova galleria di oltre tre chilometri tra Serra
S. Quirico e Valtreara, gli abitanti, per andare verso la Vallesina, si vedono
costretti prima a tornare indietro verso Fabriano, fino a Valtreara, ed
imboccare la nuova strada per andare in direzione Jesi; e così sarà per sempre,
anche a raddoppio ultimato. Che significa, per una persona che vive lì, per
arrivare a Serra S. Quirico stazione, impiegarci circa venti minuti in più
rispetto a prima. E, ad esempio, se per lavoro una persona è un dipendente
turnista, venti minuti in più per raggiungere la sede dello stabilimento, gli cambiano
significativamente la giornata. E, per fare un altro esempio, se ci si può
spostare solo con un Apetto o un motorino, mezzi inferiori a 150 cc di
cilindrata, a Serra S. Quirico ci si può già arrivare solo inerpicandosi per i
monti (soluzioni consigliare: la cosiddetta strada bianca “di Brega” che sale
da Pierosara fino alla sommità Monte Murano, oppure passare per Castelletta,
Grotte, S. Giovanni e S. Elia…). Perché, sulla nuova strada del raddoppio a
quattro corsie, una volta ultimata, per norma la viabilità è interdetta a cicli
e motocicli, oltre che ai cavalli... Se poi un mezzo di soccorso, considerato
che in questi luoghi vivono anche persone anziane, avrà necessità di arrivare,
lo farà in tempi molto differenti da quelli previsti dalla logistica standard
del 118. C’è poi una situazione tragicomica di questi ultimi mesi, in cui,
grazie ad una segnaletica caotica e poco chiara, e a navigatori che vanno in
tilt, le frazioni di Falcioni e Pontechiaradovo sono sottoposte ad un carico di
traffico straordinario, dovuto a tutti quelli che sbagliano direzione e si
infilano dentro la Gola della Rossa che è chiusa. Compresi molti bisonti della
strada, che rischiano di rimanere incastrati tra le case o le pareti rocciose. A
questa ulteriore penalizzazione e marginalizzazione delle frazioni gengarine
intorno l'Esino, si potrebbe dare una risposta significativa, mettendo in
sicurezza e riparando la vecchia Strada Clementina che passa per la Gola della
Rossa, riaprendola al pubblico, e destinandola al traffico locale, dopo che da
decenni è stata concessa dal Comune di Serra S. Quirico in uso esclusivo alle
imprese delle cave. Un intervento, tra l’altro non economicamente enorme, che
potrebbe essere facilitato in questi mesi dai contemporanei lavori di
ammodernamento, che si faranno nelle tre vecchie gallerie dopo Serra S.
Quirico. Considerato che nel dicembre 2016, il Comune di Serra S. Quirico, ha
ricevuto un contributo straordinario di duecentomila euro dal Ministero
dell’Ambiente per la messa in sicurezza delle pareti della Gola della Rossa che
sovrastano la Clementina. Contributo che, ad oggi, non è stato ancora
utilizzato. Ma qualcuno ci ha pensato? E, soprattutto, interessa agli
Amministratori Locali? O il Comune di Serra S. Quirico si preoccupa solo di
incassare l’aggio previsto a metro cubo per le cave sul Monte Murano, alle cui
ditte ha dato la concessione all’estrazione fino al 2048 (quando non ci sarà
più rimasto il monte…)? C'è poi un altro aspetto generale, non di poco conto:
si provvederà davvero, come previsto, al ripristino ambientale delle aree di
cantiere, alle ripiantumazioni, considerato che siamo anche in un Parco? Ci
sarà chi vigilerà su questo con rigore? In conclusione, il raddoppio della
statale 76, si sta rivelando ciò che si è già manifestato per la statale 77 nel
maceratese: un'opera, che in ragione di una presunta velocizzazione dei
collegamenti tra Regioni, produce nell’immediato una sostanziale emarginazione
dei piccoli centri delle aree interne, e con un saldo paesaggistico ed
ambientale fortemente negativo. E poi, chiedo sinceramente ai fabrianesi: ma
davvero c'è qualcuno che pensa che la nuova strada porterà nuova linfa allo
sviluppo locale? Che la velocità di percorrenza di una strada è direttamente proporzionale
ad una ripresa dell’economia, e quale poi? O, forse, da un punto di vista delle
attività commerciali, per un cittadino della costa non potrebbe essere più
allettante con poco più di un'ora, andare a fare shopping e a consumare servizi
per il tempo libero, direttamente in Umbria o in Toscana? E analogamente, per
umbro o un toscano, forse diventano più vicine la riviera del Conero o la costa
senigalliese. Saltando tutti, da entrambe le direzioni di provenienza, tutto
quello che c’è nel mezzo… Rispetto alle fanfare e ai tromboni che suonano la
musica della strada nuova, come il nuovo progresso, ne riparleremo tra qualche
anno.
mercoledì 14 febbraio 2018
C'ERA(NO) UNA VOLTA LE MARCHE
“La mia sintesi è
che vivi in una terra di merda”. Così mi scrive in chat un caro amico, a poche
ore dalla tentata strage fascista di Macerata, e a pochi giorni dal barbaro
omicidio di Pamela. Scambiandoci, entrambi frastornati, un po’ di sensazioni ed
opinioni in rete. Premetto che il mio amico, che vive a diverse centinaia di
chilometri di distanza dalle Marche, è una persona che ha un profondo interesse
e passione per questi territori, e per i quali si spende generosamente. Io in
quelle ore invece, non riuscivo invece a trovare un’espressione che, in poche
parole, condensasse chiaramente cosa sono diventate le Marche oggi. Neanche
una frase colorita, ma il rigirare in testa da tempo, ancor prima dei fatti di
Macerata, di un ragionamento articolato ed in evoluzione. Neanche uno slogan da
lanciare a caldo; vero è che per le Marche ce ne sarebbero già sono fin troppi, ma sono
anche quelli che portano fuori binario, creando una narrazione fasulla. Sono
quelli che la Regione Marche da anni usa per la promozione del territorio, tipo
“ViviAmo le Marche”, “l’Italia in una Regione”, “Viaggio nella Bellezza”, ed altri ancora. La
situazione drammatica e dolorosa contingente, non mi consentiva di rilanciare
neanche “Risorgimarche”, titolo dell’adattamento casereccio del Festival delle
Dolomiti. Lassù ideato da uno dei più grandi violoncellisti viventi, Mario
Brunello, con i prati e pascoli raggiunti dopo ore di cammino notturno, e concerti
in acustico all’alba tra capre e stambecchi, con il pubblico raccolto in piccoli gruppi. E nelle Marche, rivisto e
riproposto dall’attore fermano Neri Marcorè, come risposta sensoriale ed
emozionale al dramma del terremoto che ha sconvolto l’Appennino; concerti più o
meno unplugged di cantanti italiani,
con partecipazione massiva di pubblico, a cui si è fatto parcheggiare sui prati
migliaia di macchine. Ma ciò era dovuto, e giustificato, dai limiti della “prima
volta”. Ora, con lo Stato di Emergenza ancora in corso dopo 18 mesi, e con buone
probabilità di ulteriore proroga, preso atto che le Marche non sono ancora risorte,
si sta preparando già la seconda edizione del Festival; sperando che la
prossima estate, con una energica ripassata di Fender Stratocaster, usate a mo’
di defibrillatore cardiaco, l’Appennino marchigiano si rianimi davvero. Per rendere
l’idea delle Marche contemporanee, non va bene neanche la sintesi di regione delle
“comunità rancorose”, espressione del sociologo Aldo Bonomi, oramai marchigiano
d’adozione. Perché, i marchigiani sono per natura miti, generosi, e a loro modo,
seppur un po’ trattenuti e diffidenti, comunque accoglienti. Rancorosi non si
nasce, quindi, ma si diventa semmai, per sollecitazioni esterne, e non per
natura interiore. Penso semplicemente, ma non da questi giorni, di vivere in
una terra drammaticamente smarrita, in cui negli ultimi anni sono venuti meno
punti di riferimento e certezze secolari. E che ora non ha gli strumenti, e il
fisico (come direbbe qualcuno), per ricominciare da capo, e da sola, dandosi
nuove coordinate. E la paura e l’incertezza, nel costruire una visione
condivisa ed un futuro diverso, hanno preso, anche tragicamente in molti
episodi, il sopravvento. Questa nuova instabilità etica, sociale ed economica, individuale
e comunitaria, d’istinto porta tra le braccia di chi, per sua autenticità
identitaria ed ideologica, soffia sul fuoco parole d’ordine estreme, ma
rassicuranti e protettive al tempo stesso. Risposte semplici per problemi complessi;
menzogne elettorali, che però piace sentirsi raccontare. Facendo intravedere di
nuovo, anche se sotto stavolta inquietanti vesti, quello ai marchigiani, molto
più che agli italiani in genere, manca di più da qualche anno: un padrone. Ma non
da intendersi in senso autoritario e repressivo; ma paternalistico, dalla voce
rassicurante e dalla mano carezzevole. Buono, in sostanza, con chi gli si
affida. Clemente, con quelli che non lo amano. Saranno probabilmente queste
caratteristiche della figura padronale, che avranno indotto un profondo
analista delle Marche come Aldo Bonomi, a definirci una terra temperata dal “capitalismo
dolce dei distretti”. Perché in fondo,
le Marche, un padrone ce l’hanno sempre avuto. Prima il Papa, poi il Re e Lui,
e nel corso del Novecento un padrone più tradizionale, regionale, quello della
fabbrica o il proprietario fondiario, a seconda delle situazioni. Un padrone al
plurale, espressione della aricolazione dei cosiddetti distretti economici. Che
era, a seconda dei territori, direttamente o indirettamente, anche padrone
culturale, politico, e talvolta, istituzionale. Che faceva e disfaceva,
assicurando di farlo per il bene comune. Ma in verità, si può oggi constatare,
guardandosi intorno, che è stato sempre prevalente l’operare per il proprio esclusivo
profitto: nell’economia, nelle banche, nei rapporti imprenditoriali, nella
politica. Sapendo far svolgere sempre il proprio ruolo a tutti. C’era il
partito del padrone, che riusciva a contenere e far convivere, sotto il grande
mantello bianco, l’impegno sociale del cattolico democratico e il rigurgito del
fascista, sedando per decenni le pulsioni di quest’ultimo. E anche per
l’opposizione politica, rossa e laica, c’era un pezzetto di potere che veniva
dispensato sotto un tavolo abbondantemente apparecchiato, a seconda delle
convenienze. Nelle Marche miti e prudenti, persino i brigatisti rossi, sono
stati “da salotto”. E tutto questo sistema, per molti decenni, nella regione ha
funzionato, e garantito, come si dice ora, la coesione sociale. E ha riempito
pance e saccocce. C’era lavoro per tutti; anzi, negli anni, tante migliaia di
persone sono arrivate nelle Marche, perché a tutta quell’offerta di
occupazione, i marchigiani da soli non bastavano. E il lavoro c’era per tutto
il nucleo familiare, marito e moglie, e il posto passava da padre in figlio. E
tutti, stavano bene, c’era benessere diffuso. E il marchigiano sobrio,
prudente, riservato e pudico, avvezzo a non allargarsi mai più di tanto, era
contento. E i problemi, alcuni fenomeni di devianza e marginalità, che sempre ci
sono stati, venivano messi discretamente sotto il tappeto. L’importante era che
non se ne parlasse troppo. Che il vicino di casa sapesse, era normale, ma per
pudore di caseggiato, non si andava oltre il bisbiglio. Basti pensare nelle
Marche, negli anni ’70 e ’80, a che cosa fosse il fenomeno delle tossicodipendenze.
Con l’eroina che a Jesi, tanto per fare un esempio vissuto da ragazzino, veniva
spacciata a giorno in Piazza della Repubblica davanti il Teatro Pergolesi. E di
notte nelle discoteche, sempre con discrezione e pudicizia, il figlio del
libero professionista e dell’imprenditore, strisciava nel bagno le centomila lire
di cocaina per il capriccio del sabato sera. Perché, farsi una pera, per i
figli della ricca borghesia marchigiana, era considerato sconveniente; quello
era un rito riservato ai giovani dei ceti medio bassi. Sempre negli anni ’70 e
’80, non un mese fa. E all’epoca, gli spacciatori erano tutti bianchi, local. E anche allora c’era il problema
della sicurezza urbana; ma al posto della videosorveglianza, per i tanti che
dalla fanciullezza erano abituati a stare fuori di casa, c’era la voce della
mamma, o di una coesa rete sociale parentale, che ammoniva “basta che non vai a giardini, che lì
ci sono i drogati”, oppure “non prendere niente da nessuno quando esci da
scuola” Ma, con il conto corrente in
ordine, i risparmi investiti nei fondi consigliati dal persuasivo funzionario
di banca, e con la seconda casa al mare o in collina, al marchigiano
metalmezzadro (status che per
definizione è indice di subalternità e sottomissione), poco gli importava di
quello che intanto combinava il padrone. Sia in fabbrica e sul territorio, sia in
qualche saletta riservata di un buon ristorante di pesce della costa. Perché,
in fondo, si stava bene. Le Marche erano un’isola felice, tanto ancora da
permettersi, nei piccoli centri, il lusso di lasciare le chiavi sulla porta. Poi,
ad un certo punto, con l’implosione dei grandi partiti tradizionali, quelli
della cosiddetta Prima Repubblica, ma anche complice il processo di
secolarizzazione religiosa, il sistema perfetto ha cominciato a scricchiolare.
Si sono aperte delle crepe, provocando un primo indebolimento culturale, ideale
ed etico. Crepe sulle quali, dall’esterno, o meglio dai monitor televisivi, era
cominciato il lungo ma efficace bombardamento della “cultura del Drive-In”. Ma, comunque, ancora c’era il padrone che intanto reggeva; il benessere materiale
diffuso non era stato aggredito. Poi però è arrivata, d’improvviso, la crisi. E
dalla Grande Mela alla Valle dell’Ete, si è propagato lo tsunami. Il padrone, nelle sue molteplici
ramificazioni, è saltato, ed è saltata pure la banca dei marchigiani, e sono
cominciati i guai. Quelli veri, quelli che d’improvviso ti ritrovi in mezzo
alla strada senza lavoro. Non solo c’è solo da imparare a tirare la cinghia, ma si comincia a
consumare i risparmi propri, e quelli dei genitori. I fiumi di denaro pubblico
di ammortizzatori sociali, per un decennio hanno sedato ed anestetizzato, per
migliaia di persone e famiglie, il dolore e l’angoscia per il proprio futuro.
Ma ora l’effetto dopante sta esaurendosi. Il marchigiano è passato da una vita
per certi aspetti chiara in ogni suo passaggio, dalla “culla alla tomba” per
usare un termine del welfare nordico. Dove si poteva avere la certezza anche che,
in qualche modo, il padrone si sarebbe fatto carico delle sue improvvise
difficoltà e umane debolezze. Per approdare ad un nuovo, imprevedibile ed
indesiderato, status. In cui adesso ci
si guarda intorno smarriti, convinti che non è possibile che anche stavolta il padrone
non si farà carico di noi. Noi che, a partire dal voto, gli abbiamo dato tutto.
Ma stavolta, invece “i nostri” non arriveranno più per davvero. Ed è in questo
nuovo e non preventivato contesto, che salta il cosiddetto tappo. O meglio,
salta l’idea e il valore di comunità, di un tratto identitario. Si è pronti per
il tutti contro tutti, in un desolante far-west
territoriale. Si perde l’innocenza e si scopre la violenza. Quella privata,
domestica, e quella politica ed ideologica, xenofoba, razzista, e fascista.
Però il marchigiano, per sua natura, anche in queste barbare dinamiche,
continua a mettere la polvere sotto il tappeto. Sempre pubbliche virtù, ma vizi
privati. Quindi, ad esempio, non l’altra
settimana, ma dodici anni fa, quando proprio a Macerata il direttore bianco del
teatro, riempì di botte la moglie, e la buttò in un cassonetto della spazzatura
mezza morta, fu considerato già allora normale, che l'allora Sindaco della città, fosse andato a trovare in galera il marito carnefice, piuttosto che la moglie
vittima, in coma farmacologico all’ospedale. Così come adesso, di nuovo a Macerata,
una comunità non più communĭtas, ma
aggregato di persone impaurite e spaesate, senza più punti di riferimento, si
trova malcelatamente, istintivamente e pudicamente, a giustificare perfino il
terrorista fascista, anziché a schierarsi spontaneamente dalla parte delle
vittime, e sentirsi per prima vittima anch’essa come intera città. Ma questo
era già accaduto quasi due anni fa a Fermo, quando un fascista locale ha
assassinato un ragazzo nigeriano che passeggiava con la moglie, in pieno centro. In fondo, il fascista fermano, rispetto al nero migrante ammazzato, viene dai più considerato "un figlio nostro". Ipnotizzati, gran parte, dall’idea che se nelle Marche ce la passiamo male, la
colpa è dei migranti. E a questa paura, istintiva e razionalmente
ingiustificata da ogni dato sociale oggettivo e statistico, il senso di communĭtas non glielo si può restituire
importandolo da fuori. Bisogna rigenerarlo dall’interno, lentamente e
faticosamente, sedendosi accanto agli impauriti, e ricominciando da capo. La
paura ha sempre bisogno di essere identificata, impersonata; e spesso non è mai la fisionomia del più forte e cattivo, ma il più debole. Levarsi dalle scatole un po’ di
migranti, è più semplice e consente di evitare di guardarsi dentro, a ciò che si è,
piano piano, diventati. Oggi la regione, è un insieme di tante “non comunità”
in cui, anche a seguito di una sciagura come un terremoto, dopo i primi tempi,
nel prolungarsi di un’emergenza senza alcun barlume di ricostruzione, le
persone sono approdate ad uno stato di cattività ancestrale, ed i terremotati si
sono ritrovati spesso l’uno contro l’altro, per l’ottenimento di un diritto,
che è semplicemente quello di riabitare in fretta il proprio luogo d’origine. Ora le Marche,
più di altre regioni, sono in uno stato di allarme conclamato, codice rosso per
usare un’espressione sanitaria. I dati economici e sociali, quelli veri e non
quelli dei comunicati stampa istituzionali, descrivono una regione che per
dinamiche sociali ed occupazionali, sta ben al di sotto di territori del
Mezzogiorno. Con numeri da defibrillatore. Se si è arrivati fin qui, è anche, e
per certi aspetti soprattutto, perché negli anni la politica e le Istituzioni,
e le classi dirigenti in genere, hanno sottovalutato in molti casi; valutato in
altri con estrema superficialità alcuni segnali. Ma giustificato sempre, nella
ricerca di un consenso a tutti costi, alcuni fenomeni. Un metodo di analisi e
sintesi, espressione di un collettivo “tanto sò regazzi”. E, cosa più grave, ha
continuato a narrare ufficialmente una regione che non c’è più da tempo, e non
avendo in testa, neanche in bozza, quella che dovrebbe essere. Evitando,
aggirando, mettendo, la politica anch’essa, da buona marchigiana, la polvere
sotto il tappeto. Convinti, che quel modello economico e sociale, quello dei
distretti per capirci, che è imploso con la crisi, si potesse nuovamente, dandogli
una rabberciata alla meglio, replicare in un futuro infinito. Pensando, e
operando di conseguenza, ad esempio, che il rilancio di un sistema economico ed
occupazionale, possa passare, come negli anni ’60 del secolo scorso, con la
costruzione di nuove strade ed infrastrutture a prescindere del costo
paesaggistico. O che l’occupazione di
migliaia di persone estromesse dal mercato del lavoro, possa riconvertirsi
massivamente nel settore turistico. Accantonando, ancora una volta, retaggio questo
della subcultura metalmezzadrile, l’idea della valorizzazione e dell’investimento
nelle vere ed uniche radici che le Marche hanno, ovvero quelle agricole ed
agroalimentari. Spendendo fiumi di denaro pubblico in inefficaci azioni di
marketing fine a se stesse, confondendo l’evento con l’espressione dell’arte, e
la cultura con il turismo. E facendo confluire un piccolo rivolo di quel
denaro, in un’operazione istituzionale e culturale sconcertante: quello di
darsi una nuova identità, per legge. Pochi sanno infatti, o ricordano, o preferiscono
non ricordare, che nel 2005 il Consiglio Regionale delle Marche, su proposta
della Giunta, il cui Presidente, che in precedenza era un dipendente-manager
dell’industriale più importante della Regione, ha approvato una legge che
istituisce la Giornata delle Marche, il 10 dicembre, festa della Madonna di
Loreto; “quale solenne ricorrenza per riflettere e sottolineare la storia, la
cultura, le tradizioni e le testimonianze della comunità marchigiana e
rafforzarne la conoscenza e l’appartenenza” Quindi, eventi, premi (il Marchigiano
dell’Anno), la ricerca dei marchigiani nei secoli emigrati all’estero. Ma ciò non
bastava. Infatti, qualche anno dopo, la Regione ha commissionato l’Inno delle
Marche. Prima la partitura musicale, composta dal pianista ascolano Giovanni
Allevi (riferendosi a lui, Riccardo Muti dirà “Io ho molto rispetto per le
canzonette, per il pop. Ma è appunto un altro mestiere”). E poi, non paga del
brano strumentale, ha promosso un concorso di idee pubblico per la scrittura del
testo dell’Inno. Giuria presieduta da Mogol. Viene scelto il testo del
paroliere marchigiano di Montemarciano, Giacomo Greganti, Presidente della
locale Banda Municipale. Riporto il testo, che va letto:
Nel cuore avrò i monti
azzurri,
Il mare e poi le verdi terre...
Regione mia, luogo d'arte e poesia,
se io domani dovessi andar via,
vivrei soltanto per ritornare..
Perché ogni giorno io penso a te
Il mare e poi le verdi terre...
Regione mia, luogo d'arte e poesia,
se io domani dovessi andar via,
vivrei soltanto per ritornare..
Perché ogni giorno io penso a te
Ovunque vai, ritroverai
gente serena e libertà
Piccoli borghi e operose città
L'anima immensa del grande poeta
che ha illuminato la nostra vita
sempre vivrà per l'eternità
gente serena e libertà
Piccoli borghi e operose città
L'anima immensa del grande poeta
che ha illuminato la nostra vita
sempre vivrà per l'eternità
se ritorni
se ritorni
tu ritrovi il sorriso
la regione delle Marche:
il Paradiso
se ritorni
tu ritrovi il sorriso
la regione delle Marche:
il Paradiso
se rimani
se rimani
da domani vivrai
tutto un mondo di felicità
se rimani
da domani vivrai
tutto un mondo di felicità
Ovunque andrai respirerai
un grande senso di dignità
I paesaggi del gran Raffaello
Puoi rivedere passando di qua
Sono le Marche la terra mia
Luogo di pace e di umanità
un grande senso di dignità
I paesaggi del gran Raffaello
Puoi rivedere passando di qua
Sono le Marche la terra mia
Luogo di pace e di umanità
Un testo del 2013,
non di un’altra epoca. In cui è evidente quale sia l’idea e l’immagine si vuole
narrare delle Marche, e che soprattutto si vuole perseguire; per la quale si intende
chiamare a raccolta un milione e mezzo di cittadini. Che, da diversi anni,
oramai stanno sperimentando sulla propria quotidianità, quanto la propria terra,
oramai sia quasi uno sbiadito ricordo di anni felici. Quell’Inno, frutto di una
stagione politica, nel cambio di classe dirigente alle elezioni successive, non
è stato soppiantato, così come la Giornata delle Marche, ma è rimasto un
appuntamento del calendario regionale. Segno, che non ci sono stati grandi
cambiamenti. Nonostante l’iniezione di una politica proveniente dalla riproduzione “nostrana” del riformismo emiliano. Una politica che ancora non riesce a fare i
conti con la complessità, ad interpretare i mutamenti e a proporre una visione
differente, radicalmente diversa. E che quindi, come il cittadino di provincia
che è abituato a mettere la polvere sotto il tappeto, decide consapevolmente di
proseguire a raccontare una fiction. Una politica che, quando il livello della
gestione di un conflitto non è più la chiusura al traffico di un centro
storico, ma la paura sociale che ti mette a soqquadro tutta una comunità,
sbanda e annaspa, rischiando il k.o. definitivo. C’è l’urgenza,al contrario, di una classe
dirigente che abbia l’umiltà e l’intelligenza di invertire
drasticamente la rotta. Capace di tornare dagli spot alla realtà. Coinvolgendo i
cittadini con processi partecipati e democratici. Le Marche, tanto più dopo i
devastanti terremoti del 2016, e l’accadere dei recenti episodi violenti e
tragici, espressioni di un profondo disagio sociale e di devianza criminale, ma
anche di un radicato estremismo politico dalle tinte nere, non possono più
permettersi il lusso di sentirsi ancora raccontare dalla regia, ciò che non
sono più da tempo. Solamente Sergio Leone aveva il talento e il genio, come
nella scena finale di “C’era una volta in America”, di far credere agli
spettatori che la vita che per settant’anni aveva vissuto il protagonista
Noodles-Robert De Niro, non fosse il frutto della realtà, ma un grande
flashback generato dai fumi dell’oppio.
martedì 30 gennaio 2018
GENTILE CANDIDATA, GENTILE CANDIDATO, ...
Gentile candidata, gentile
candidato,
invertendo una prassi
consolidata, stavolta la tradizionale lettera elettorale gliela la scrivo prima
io. Le anticipo, volendola da subito rassicurare, che non troverà a seguire lamentele
e proteste, o la solita “lista della spesa”. E ce ne sarebbero, sapesse, di
cose da scrivere.
Ma non è il mio modo di
vedere le cose, né tantomeno il mio stile. Ho molta storia alle spalle e, come
può immaginare, in diversi millenni, ne ho viste di tutti i colori. Grazie a
me, senza voler essere ingeneroso con altri, si è davvero fatta l’Italia.
Immagino che nel prossimo
mese potrebbe venire da queste parti; e ciò rappresenterebbe un fatto
indubbiamente positivo. Avrà modo di rendersi conto direttamente, se finora non
ne ha avuto occasione, di quale davvero sia la realtà.
Negli anni, sono stato ripetutamente
al centro dell’attenzione della politica; soprattutto quella parlata e dei
convegni. Ma anche di interessi particolari, dei quali la politica spesso si è
fatta interprete e complice. Pensava di guidare i processi, di controllare, ma
poi ha sempre lasciato fare. Ho pagato un prezzo alto in tante scelte fatte,
che meglio definirei subite; riportando ferite che non sono rimarginabili. Sono
state tutte, se non generate direttamente, quantomeno legittimate dalla
politica. Che pretendeva di conoscere i problemi, di avere le soluzioni
migliori per il mio futuro, di decidere cosa fosse giusto fare. E questo
atteggiamento sbagliato, persevera ancora oggi e, almeno in questo, mi permetta
di suggerirle un netto cambio di passo.
Non sarebbe onesto da
parte mia, non riconoscere che talvolta le iniziative prese, fossero anche animate
da buone intenzioni. Ma il limite, alla fine, che ne ha sempre decretato la
parzialità della riuscita, se non il fallimento, era quello di essere state
pensate in stanze troppo lontane da qui, con la conseguenza di una grande
superficialità delle scelte individuate. Altre invece, erano espressamente la
risposta a bisogni e diritti che non erano i miei, anzi contrastavano
fortemente con la mia natura ed identità. Si dichiarava di fare un favore a me,
ma in realtà si facevano favori ad altri. E il prezzo di questo, di volta in
volta, lo pagavo io.
Adesso, come avrà modo di
vedere, sto abbastanza malmesso. La mia situazione, per usare un’espressione
cara alla politica, potrebbe definirsi di estrema precarietà. Ciclicamente, c’è
stato sempre chi per me, a suo dire, aveva sempre la soluzione efficace,
risolutiva. Ma io, ogni volta, vedevo solo il prefigurarsi di un aggravamento
della mia condizione.
E ciò perché, nel passato
come oggi, venivo sempre estromesso da qualsiasi processo partecipativo e
decisionale.
Anche in questi tempi
recenti, parlate di me, parlate per me, ma non sapete niente di me.
Penso che, se vogliamo
provare per una volta ad essere onesti l’uno con l’altro, dobbiamo avere il
coraggio di tirare una riga. Punto e a capo. E ripartire.
Guardando dal basso e non
più dall’alto. Da qui, e non da altrove. Dall’io al noi. Se si chinerà un poco,
è scomodo e faticoso lo so, e guarderà da terra, vedrà che molte azioni che i politici
hanno sempre pensato essere giuste, in realtà non servivano; anzi sono state dannose.
O meglio, servivano ad altri, ma non a me.
Lo so, nella campagna
elettorale si va di fretta, si corre da un appuntamento all’altro. Toccata e
fuga. Qualche stretta di mano, la foto di rito, e via.
Le chiederei invece, di spendere
un po’ più del suo tempo se passerà da queste parti; potrebbe arrivare anche ad
orari insoliti, rispetto alla ritualità degli incontri elettorali. E quando
sarà qui, osservi; anzi, impari a guardare. Lo faccia da fermo o camminando a
piedi; dal vetro della macchina molte cose fondamentali le sfuggirebbero.
Ascolti. Le anticipo che potrebbe trovarsi di fronte a molte situazioni
dolorose, si prepari.
Non faccia promesse, però.
Nel tempo, qui si sono promessi già tutto. Non prenda impegni particolari,
perché non è detto che lei poi, a prescindere dalla sua volontà, riesca a mantenerli.
Come sa meglio di me, poi le questioni, in altre sedi, quando è il momento, non
dipendono solo da lei. Ci sono anche gli altri. E, tra questi, anche quelli che
intenderanno usare, per i loro interessi, la sua buona volontà.
A me basterebbe una sola
cosa, su cui potremmo stringere un patto. Che lei tenga fede, sempre, nella sua
auspicabile futura attività di eletto, a due articoli della Costituzione
Italiana. L’articolo 3 e l’articolo 9. Se sarà capace di declinare ogni sua
azione, proposta, secondo quello che c’è scritto lì, vedrà che ne trarrò vantaggio
anche io.
Soprattutto se quegli
articoli, rappresenteranno per lei, in ogni momento, il limite sotto il quale,
non ci potrà essere nessuna mediazione o compromesso. Se così sarà, sono fiducioso
che stavolta potrebbe davvero aprirsi davvero una nuova stagione.
La aspetto nelle prossime
settimane. Io resto fermo al mio posto. Potrebbe capitare, come è già capitato
molte volte, che io debba muovermi all’improvviso. Ma è per pochissimo tempo. Poi
mi riposiziono di nuovo.
Per cui, alla fine se non
ci incontreremo, sarà perché le priorità della sua agenda politica, la
porteranno ad andare da altre parti e a preferire altri incontri.
In bocca al lupo (io posso
dirlo consapevolmente) per la sua campagna elettorale.
Cordialmente, Appennino
Italiano.
lunedì 18 dicembre 2017
I CAPPONI DI NATALE
Natale lo incontro tutte
le mattine, quando con l’apetto va a fare la spesa per lui e per la moglie, e a
volte stanno insieme dentro l’apetto che scorrazza per la salitella. Ma la
spesa la fa anche per i capponi e i tacchini. Si, perché Natale intorno casa
tiene polli, capponi e tacchini, allevati a terra. E ne ha grande cura,
nonostante l’età avanzata. Quando passa con l’Ape, Natale alza la mano in segno
di saluto, ed io ricambio. Oramai è divenuto un codice quotidiano. Quando è
capitato, con Natale, alla festa della frazione, dopo la Messa e la
processione, si sono fatte sempre due chiacchiere. Lui sta arrabbiato su come
viene gestito il territorio, e su quale considerazione abbiano le persone che
vivono qui. Non so perché, ma gli sto simpatico, forse perché la penso come
lui. Lui abita dopo il ponte del fiume, e con l’apetto fa pure le gallerie.
Dopotutto, lui non ha altri mezzi, e la strada Clementina, quella fatta dal
Papa nel 1700, e che consentirebbe a Natale di guidare un po’ più tranquillo,
ancora non la riaprono. Prima bisogna pensare la raddoppio della Quadrilatero,
al turismo e poi, se ci scappa, pure a quelli che vivono qui. La casa di Natale
sta sotto il monte, dal quale si staglia uno sperone di roccia giurassica,
scaglia rossa, che qui chiamano la “sedia del Papa”, in onore Leone XII, il
Papa della Genga, nato qui. Lo sperone è il segno distintivo di questa valle,
un’architettura geologica che sembra quasi il guardiano di questa parte
d’Appennino. Ha un suo grande fascino, e gli abitanti del posto ci sono
affezionati. Il 30 ottobre 2016, lo sperone ha resistito alla magnitudo 6.5,
che ha finito di tirar giù l’Appennino; chissà in centinaia di migliaia di anni, a
quante magnitudo questo gigante avrà resistito. Da tempo, ferrovie e Anas non
guardano di buon occhio lo sperone, che si erge sopra strada e ferrovia. La
natura è sempre un fastidio per le grandi opere infrastrutturali, un intralcio.
Il Comune si preoccupa, ad un certo punto, del fatto che lo sperone possa avere
subito danni con i terremoti del 2016, ed essere divenuto un pericolo
incombente. Ed ha un idea geniale, nella sua primitiva semplicità: si potrebbe
far saltare con l’esplosivo. La cosa viene a conoscenza delle associazioni
ambientaliste e per la tutela del paesaggio, che fanno presente una cosa
banale: guardate, che nel ventunesimo secolo, ci sono metodi per mettere in
sicurezza abitati e strade, che possono essere anche capaci di salvaguardare in
maniera conservativa il territorio, ed anche le persone. Ma vuoi mettere una
bella esplosione? Dopotutto, qui è una prassi consolidata, con le cave i botti
sono settimanali, da decenni. Ultimamente, i cavatori hanno un po’ esagerato
con il potenziale pirico: ad una famiglia che abita vicino casa di Natale, il
botto di una mina di cava gli ha buttato giù i piatti dalla credenza. Poi c’è
il Sindaco. Che come nella trama manzoniana dei Promessi Sposi, che narra dei
capponi di Renzo (qui, nel caso, quelli di Natale), interpreta in maniera
perfetta il ruolo di Don Abbondio. Un Sindaco, il cui Comune, Genga, nonostante
molti danni del terremoto, sta fuori dal cratere sismico. E questo, non perché
i legislatori siano stati malvagi e abbietti, con questa povera comunità di
millesettecento e rotti abitanti. Tanto che, sollecitato da me ed altri a
battersi, contattando i parlamentari del territorio, per far inserire Genga nel
cratere, la mattina del 18 novembre 2016, mi manda questo sms alle ore 12.00:
“Viste le prescrizioni di Fabriano non so se è meglio ai fini turistici”. Stop.
Orbene, Il Sindaco, preoccupato della ipotetica pericolosità dello sperone e, ancor
più dell’incolumità delle persone, di quella penale del suo status di amministratore, commissiona
uno studio per verificare la stabilità del monolite roccioso. Si badi bene, la
6.5 c’è stata il 30 ottobre 2016, e l’atto di incarico ai tecnici per le
verifiche, è datato 28 agosto 2017. La preoccupazione ha i suoi tempi di
maturazione da queste parti. E lo studio, settimane dopo, evidenzia che le
scosse potrebbero aver reso instabile lo sperone. Partono le riunioni tra Enti
sul da farsi; chi è per il grande botto e chi si oppone, come Sovrintendenza e
Parco. E allora il Sindaco, intimorito sempre per il suo profilo di
responsabilità penale, che fa? L’11 dicembre scorso fa una bella Ordinanza, la n. 109, in
cui chiude la strada comunale sotto lo sperone, e sgombera d’imperio Natale, e
tutti quelli che abitano lì intorno, richiamando le normative dell’emergenza
sul terremoto. Prevedendo che gli sfollati, dopo aver lasciato le proprie case,
possano usufruire, se lo ritengono, del contributo di autonoma sistemazione, proprio
come i terremotati. Il tutto, dopo aver tenuto incoscientemente Natale ed altri
cittadini che abitano lì, oltre quelli che ci sono passati, per oltre un anno
in condizioni di presunta pericolosità personale. E i capponi di Natale, quando a
questo povero vecchio lo costringeranno ad andar via, che fine faranno? E anche
gli altri animali domestici di quella frazione, quando e se ci sarà
l’esplosione, verranno evacuati come le persone, o verranno travolti dai
detriti? E l’altro ottuagenario malato che non esce di casa, come lo portano
via? Dove li confineranno? Gli faranno fare le festività a casa o li buttano
fuori prima? Io non so se a Natale e agli altri gliel’hanno ancora detto che li
cacciano via, considerato che ad oggi l’ordinanza non è stata ancora pubblicata
sull’Albo Pretorio on line del Comune, così come dispone la legge. Alla fine
glielo dirò forse prima io a Natale, domani mattina, quando passa con l’apetto,
lo fermo e ci parlo. Tutta questa,
altri non è che una “piccola storia ignobile”, una delle tante, in cui i veri elementi
pericolosi, ben più di uno sperone giurassico, sono gli amministratori locali
di una comunità. E che dovrebbero, considerati i loro comportamenti, essere i
primi a venir gentilmente sgomberati, per pubblico interesse, dai propri ruoli; in
cui quotidianamente, brillano, come le mine, solo per disattendere alla
Costituzione della Repubblica Italiana, sulla quale hanno giurato.
giovedì 14 dicembre 2017
SORRIDETE, GLI SPARI SOPRA SONO PER NOI
Tribù: [tri-bù] s.f. inv. 1 ETNOL Forma di società primitiva
costituita da un raggruppamento di famiglie, etnicamente, linguisticamente e
culturalmente omogeneo, con ordinamenti propri, gerarchicamente organizzato
sotto la guida di un capo. (dal Dizionario della Lingua Italiana Hoepli Ed.)
E già, perché questa sarebbe
la concezione della Fondazione Merloni riguardo agli abitanti dell’Appennino
terremotato. Infatti, il progetto “Salvare l’Appennino”, si rivolge a 10 tribù:
gli allevatori, gli amministratori
locali, le comunità scolastiche, gli agricoltori, gli immigrati, gli emigrati
di ritorno, i pendolari, i possessori di seconde case, gli operatori di
settori di nicchia (turismo, prodotti tipici,…), i camminatori.
Gli abitanti dell’Appennino intesi non come cittadini della
Repubblica, così come li definisce la Costituzione e facenti parte di una
Nazione (parola che, guarda caso, nella Prima Parte della Carta, trova utilizzo
solo nell’art. 9, quello in cui si parla di cultura, paesaggio e patrimonio
storico), ma considerati dei gruppi umani, scarsamente avvezzi alle conoscenze
e alle regole di una comunità statale, organizzata e civilizzata.
Il territorio appenninico, di conseguenza, inteso non come
spina dorsale (per primo geomorfologica) di un sistema Paese, ma come una sorta
di prateria, abitata, senza alcun ordine e logica, da nativi primordiali. Da
conquistare e colonizzare.
L’Appennino al contrario, viene riconosciuto dalla storia
come luogo fondamentale per lo sviluppo antropico, culturale, sociale e civile
dell’intera Italia; e questo già dall’età del bronzo. I cosiddetti Popoli
Appenninici: Umbri, Piceni, Sabini, Osci, Sanniti, Etruschi Latini.
Nel definire e classificare, nel XXI° Secolo, tribù gli
abitanti dell’Appennino, secondo una suddivisione che non è più neanche etnica
e storica, ma in qualche modo socioeconomica, più che offendere le persone, si
rischia di essere ridicoli.
Anche se l’espressione linguistica, volesse essere stata intesa
ad uso di un nuovo accattivante brand,
o strategia di marketing.
Sorprende che, tra tutte le tribù, manchi proprio la più
importante: quella della conoscenza e del sapere. Eppure, sull’Appennino, dal
1336 c’è l’Università di Camerino; esempio di tenace dell’“etica della
restanza”, ancor di più dopo il terremoto. E che, con i suoi circa 63 ml di
euro di bilancio, è l’impresa locale più importante dell’Appennino.
Di conseguenza, anche l’Appennino ferito dal sisma, diviene
per una determinata filiera economica, un territorio di espansione e un nuovo
mercato; un’area geografica dove sperimentare nuove ambizioni per attività di
impresa.
La buona idea di partenza c’è, ed è quella di predeterminare per
un futuro assetto geopolitico, una specifica Macroregione Appenninica, che
superi i confini regionali.
Ma questa, è un’idea che non può essere codificabile
esclusivamente ai fini economici; tanto che già mesi fa, uguale idea è già
stata sviluppata dalla rete Terreinmoto Marche, che rappresenta cittadini e
realtà associative di base, dalla connotazione sociale e civica, e che pensa al
futuro dell’Appennino mettendo al centro le persone che lo abitano.
La prima proposta rappresenta una sorta di preambolo del
passato: la realizzazione di una nuova strada che colleghi la statale 77, da
Tolentino, alla Salaria fino al Lazio. Mettendo in cantiere un ulteriore e
impattante consumo di suolo, in un territorio in cui da spolpare a livello
paesaggistico ed ambientale, c’è rimasto giusto l’osso.
I progetti si fondano su una concezione subordinata della
società: quella di un IO superiore, che conosce, a differenza dell’appartenente
alla tribù, e gli spiega come deve vivere, lavorare, intraprendere,
relazionarsi.
Mentre, non solo il da farsi dopo il terremoto (dove lo stato
delle cose, dopo 16 mesi, è anche la conseguenza dell’abuso del concetto
politico ed istituzionale dell’IO), ma ancor prima, esigeva già la messa in
campo di una nuova pratica del NOI, con processi di democrazia e partecipazione
dal basso, non solo informativi, ma decisionali.
Capaci di rafforzare il valore e l’identità di un territorio,
e di rendere ragioni motivazionali concrete, a quanti per scelta sull’Appennino
avevano deciso di restare, e a quelli che avevano scelto di radicarvisi.
C’è un progetto in particolare che mette in evidenza molte
delle contraddizioni generali: quello delle vacche nutrici, un’idea di
allevamento intensivo dei bovini, già pensato anni fa dalla Granarolo, e rigettata
dagli allevatori molisani. Al pascolo, allo stato brado e alla transumanza, si
sostituiscono mega stalle di produzione; come se si ignorasse il fatto che le
grandi centrali agroalimentari, già oggi, pagano ai piccoli e medi allevatori,
meno della metà del costo al litro di produzione del latte. Come se non si
volesse avere la consapevolezza che il futuro in generale dell’allevamento,
rispetto al costo sull’ecosistema planetario, è obbligatoriamente quello di
allevamenti non più intesivi. Anziché partire dalle peculiarità agricole e
zootecniche di un territorio, uniche perché legate per primo alla conformazione
del paesaggio, si persegue il metodo dell’imposizione di altri modelli e
scelte, facendo leva su una prossima resa per fame di piccole imprese agricole,
stremate negli anni da politiche sbagliate.
Discutibili, anche le proposte sul turismo, in cui
l’Appennino viene considerato come un grande villaggio vacanze, in cui gli
abitanti non sono elementi essenziali, ma quasi un fastidio; utili semmai come
dipendenti di grandi vettori della movimentazione turistica.
In questo, ad esempio, il progetto dell’home sharing per le seconde case (e anche per gli eremi…),
rappresenta una conferma. I tanti patrimoni immobiliari, frutto di lasciti e
eredità di parenti, hanno un futuro, non come case vacanze da acquisire ed
affittare ad anonimi turisti stagionali, ma se gli stessi proprietari che le
utilizzano sporadicamente, saranno incentivati a custodirli, metterli in
sicurezza, riscoprendo una concretezza del valore della memoria e delle radici;
proprietari che, nonostante siano anche loro spesso in parte responsabili di un
depauperamento, hanno continuato comunque negli anni a contribuire, in virtù
del diritto di proprietà, alla fiscalità locale, con voci significative per i
bilanci di tanti piccoli Comuni.
“Salvare l’Appennino” si rivela come la conferma di un
modello politico, economico e culturale, che ha esaurito da tempo forza e
legittimazione, ma che cerca di riconvertirsi e riposizionarsi.
L’Appennino ha bisogno di altro; e questo passa per nuovi
modelli e pratiche che nelle fasi successive al sisma sono già in fasi di
sperimentazione; a livello democratico, civico ed economico. La strategia
dell’abbandono, che fenomeni quali un terremoto, semplicemente accelera, si
combatte con una ricostruzione, che ancor prima che strutturale ed
ingegneristica, sia etica e civile.
E le credenziali e la credibilità per essere protagonisti e
motore di questo non appartengono a tutti. Ma le possiedono quelle esperienze
che nel tempo sono state capaci di essere antagoniste di un determinato modello
economico, e di offrire alle persone, ai cittadini, le ragioni di un nuovo
sentimento comunitario.
La salvezza dell’Appennino esige per prima un nuovo
vocabolario: cittadini e non clienti, persone e non dipendenti, comunità e non
tribù.
Altro, che persegue fini diversi, nel caso dell’Appennino e
delle comunità che lo abitano, non prefigura alcuna salvezza, ma semmai un’ulteriore
minaccia.
mercoledì 6 dicembre 2017
CARO SINDACO TI SCRIVO
Caro Sindaco, "la mia lettera ti giunge da
lontano...", per richiamare Pierangelo Bertoli, il cui concerto fu il
primo in assoluto, per me da poco adolescente, a cui ho andai; a Jesi, al
Cortile dell'ex Appannaggio. Qualche sera fa, facendomi forza, e solo per
adempiere al mio impegno di volontario per l’Istituto Cervi, ho ascoltato su
Youtube la discussione fatta dal Consiglio Comunale, riguardo la mozione
presentata dal PD; argomento: impegnare la Giunta ad aderire di nuovo
all'Istituto Cervi, dopo che lo scorso settembre la stessa aveva deliberato il
recesso. Quello che pensavo sulla scelta, ho avuto modo di dirglielo
personalmente, nell'incontro avuto i primi di ottobre. Non starò qui ad
invitarla ad un ripensamento, verso cui mi pare non sussista da parte sua alcun
presupposto. Anche per me, è una vicenda chiusa. Le chiedo però, in futuro, di
non raccontare al Consiglio Comunale, ed alla città di conseguenza, fatti che
lei non conosce bene; ma anche di raccontare tutto quello che è accaduto, a seguito
della scelta della Giunta. Lei durante il Consiglio ha affermato: “(...)
l'Amministrazione ha fatto quel lavoro che qui in città è un po' mancato,
riportare i valori, alcuni valori in particolare, ai giovani. Credo che è
iniziata con questa amministrazione un'attività di informazione nei confronti
dei giovani, vi ricordo il 25 aprile, il 2 giugno (...), abbiamo lavorato
perché queste ricorrenze avessero un senso vero (…).” Vede Sindaco, prima della
sua Amministrazione, ci sono non solo anni recenti, ma decenni in cui le
Istituzioni jesine hanno lavorato con impegno, insieme alle associazioni, alle
scuole, ai sindacati, ai partiti, su quei valori che lei richiama, ma non
specifica, come se avesse timidezza nel farlo. L'adesione del Comune
all'Istituto Cervi nel 2005, non è stata una scelta politica imposta dalla
Giunta di turno, ma la conseguenza di un lavoro diffuso nella città da anni.
Più volte fu Maria Cervi, la figlia di Antenore, a venire Jesi per incontrare
le scuole, in un rapporto all'inizio autonomo dal Comune. Fu lei stessa nel
2006 a consegnare la Costituzione ai neo diciottenni al Teatro Moriconi (nel
2005 Jesi fu il primo Comune nelle Marche ad avviare questa iniziativa; non
l'ha ideata la sua Amministrazione, pensi...). E Maria Cervi a Jesi non ce l'ha
portata l'Assessore protempore, ma il Teatro Pirata, i cui fondatori sono
allievi di Otello Sarzi, maestro burattinaio, antifascista e partigiano
coetaneo dei Fratelli Cervi, parte integrante di quella famiglia e casa. Lo sa
anche che il Comune di Jesi (delibera di giunta n. 205 del 2006), si dotò di un
progetto triennale che si chiamava "Noi ricordiamo", sulla memoria
democratica? Che poi non fu proseguito per primo dal Sindaco Belcecchi al
secondo mandato; ma quel progetto consentì, tra altro, alle scuole di Jesi fare
l'esperienza della visita al campo di concentramento di Dachau il 27 gennaio.
Io non so se lei sia mai stato in un luogo della Memoria così tragico. So però,
che dal luglio 2012, quando la invitai personalmente, appena eletto, non ha
ancora trovato qualche ora per venire al Museo Cervi; per verificare di persona
quello che è questo luogo della Memoria, e quello che fa in tutta Italia
l'Istituto. Quale sarebbe allora il "senso vero" delle ricorrenze
promosse dalla sua Amministrazione? Prima di che "senso" si trattava?
E poi, Sindaco, perché durante il Consiglio, non ha detto che il 12 ottobre, la
Presidente dell'Istituto Cervi le ha scritto una lettera in cui, raccogliendo
quelle che a suo dire sono motivazioni di natura economica che l'hanno indotta
al recesso, le ha proposto la riduzione del 50% della quota annuale? Perché non
ha ritenuto di precisare che, quello che in Aula l'assessore Butini ha definito
"un monitoraggio per 4 anni ", è consistito nell'inviare una email
a tutti i dirigenti scolastici della città, per chiedere una relazione sui
rapporti e attività intercorse tra le scuole e il Cervi? Non mi replichi che
non è vero, ho messaggi in tal senso di diversi docenti... Non ritiene che ciò,
possa essere considerato un atto di ingerenza nell'autonomia scolastica e
didattica della singola scuola? Poi lei, in Consiglio, volendo in chiusura
probabilmente rassicurare, ha affermato: «È effettivamente una scelta politica,
un impegno forte a trasmettere i valori che trasmette l'Istituto Cervi
attraverso altre modalità (...)». Delle due l'una, o scelta di bilancio, o
scelta politica. A me pare che lei giustifichi, salvo qualche lapsus freudiano,
con il bilancio quella che è una scelta politica, che ha eseguito obtorto
collo, su volontà di una parte della sua maggioranza. Una cosa però: la
storia della famiglia Cervi e quei valori non sono appaltabili e gestibili con
"altre modalità" (come se fossero dei servizi di manutenzione...);
non a caso Alcide Cervi, alla fine dei suoi giorni, consegnò il patrimonio
immobiliare e fondiario (la Casa e i Campi Rossi) e valoriale, ad un Ente
dotato di Personalità Giuridica di valenza nazionale, istituito con Decreto
del Presidente della Repubblica. E infine, siccome nella discussione del
Consiglio Comunale, ha lasciato capire che in qualche modo, in tutto o in
parte, il risparmio della quota dell'Istituto Cervi verrà destinato alla
organizzazione dell'encomiabile iniziativa dell'incontro a Jesi con la famiglia
di Giulio Regeni, faccia una cosa, mi creda: questo particolare, ai genitori di
quel ragazzo assassinato dalle oscure trame di un regime totalitario e
repressivo, non glielo riveli. Sono certo che ci rimarrebbero male. Comunque,
Sindaco, proprio stamattina una scuola di Jesi, ha prenotato per aprile una
visita al Museo Cervi per 100 studenti. Li accompagniamo insieme quel giorno?
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