26 settembre 1997, ore 11.40. Giornata di sole. Jesi, via Roma
sede del PDS. In una stanza io, il compagno Gigetto e il compagno Enrico. Si
chiacchiera del più e del meno, probabilmente si fanno i conti della festa de
l'Unità, terminata da poco. Il pavimento, la scrivania e il poco mobilio
iniziamo ad oscillare, come se si stesse su un canotto in mezzo al mare.
Rimaniamo inchiodati, gelati sulle sedia, per secondi interminabili,
probabilmente c'è scappato il bestemmione, contestuale alla intima preghiera a S.
Settimio, patrono di Jesi, protettore dal terremoto; "sgrullerà ma non
cascherà" dice il detto popolare riferito alla città. Finita la scossa
usciamo all'aperto, abbastanza frastornati. Incontro Figo, all’anagrafe Federico.
Dice che stava dal barbiere, e che era scappato per strada via con la tovaglia
intorno al collo e lo shampoo sui capelli. Non ci sono i social, non c'è
internet. Il telegiornale a pranzo dice che c'è stato un terremoto tremendo tra
Marche ed Umbria, 6.0, dopo una forte scossa della notte che non avevo, uno dei
pochi, sentito; facevo tardi al bar, la sera, in quei tempi. Nel primo
pomeriggio arriva la telefonata di mia madre, c'erano però già i primi
Motorola. Stavano a Falcioni, 28 km da Jesi. Piange (mia madre nei momenti topici,
anche quelli superlativi, piange sempre, come mia nonna). Dice che casa è
venuta giù, è un disastro. Sono frastornato. Parto, prendo la fiesta e arrivo a
Falcioni; non ci andavo tanto spesso, era la seconda casa dei miei, che oramai
per loro era diventata la prima. Io ci andavo ogni tanto di notte, per le
spaghettate e le svinate (soprattutto le ultime) con gli amici. Arrivo,
sono tutti per strada. Le case sono quasi tutte danneggiate. Casa fuori ha
molte crepe e ci sono calcinacci. Entro, incautamente. Mia madre fuori continua
a piangere. Babbo non parla, è molto serio. Salgo le scale, crepe, calcinacci.
Arrivo sopra alle camere. Dal tetto entra la luce del sole. È crollato, c'è un
buco enorme e le travi spezzate, come se ci fosse cascata una bomba. Scendo.
Esco. Rassicuro i miei. Dai, che la rimettiamo in piedi. Dopo 24 ore arrivano i
tecnici per la verifica: inagibile; casa rossa, più che zona rossa. Da quel
momento parte un percorso lungo, quello della ricostruzione. Col senno di poi,
a vedere la situazione di oggi, manco tanto lungo. Il Presidente della Regione
era Vito D’Ambrosio, un galantuomo, un antifascista, magistrato, incasellato nella
generazione dei “pretori d’assalto”, che indagavano su scandali e corruzione
pubblica molto prima di Tangentopoli. I miei tornano stabilmente a Jesi, io nel
frattempo parto per altre avventure. Confesso che ho seguito a distanza e con
scarsa partecipazione quegli anni. Parte l'iter della ricostruzione,
progetto, conto dedicato e tutta la solfa, carte su carte. Contributo del 50%
per la ricostruzione, era una seconda casa. Mio padre la ritira su, il suo
lavoro di vecchio muratore si aggiunge a quello dell'impresa, probabilmente
quello determinante nella direzione e tempistica dei lavori. La casa in 5/6
anni da quel giorno di settembre è di nuovo fatta. Alla fine, conti alla mano,
per rimetterla come è oggi, mio padre ci ha messo sopra del suo, e non di poco,
rispetto al contributo del 50%. Nel mentre, era arrivato l'avviso di garanzia a
mio padre. Il geometra del Comune l'aveva denunciato perché, secondo lui, aveva
preso indebitamente i contributi per la ricostruzione; probabilmente al
geometra era rimasto fuori qualche progetto di amici degli amici… Ipotesi di
reato, truffa ai danni dello Stato. Inizia il processo. Cinque anni di udienze,
con i miei trasfigurati ad ogni udienza. Arriva la sentenza: archiviazione
perché il fatto non sussiste. Nel frattempo, il geometra del Comune, era stato
arrestato all'alba una mattina dai carabinieri, mentre scappava in mezzo ad un
campo, con dei rotoli di progetti sottobraccio, insieme ad una collega
(l'amante dicono le malelingue di qui), per delle porcate che aveva combinato
in Comune. Due anni fa il geometra è morto. La politica e le istituzioni locali
l'hanno pianto molto; io no. Mio padre oggi ha 83 anni, sta benino. Lui e mamma
hanno lasciato Jesi, adesso abitano a 100 metri da casa mia. Gli ultimi
risparmi di una vita di lavoro l'hanno spesi per comprarci una casetta qui a
Falcioni. In quella terremotata nel '97 adesso ci abito io. Laura, quando la
vide in un tramonto di settembre, mi disse che voleva vivere qui; io pure c’avevo
da tempo fatto un pensiero. Adesso Falcioni è diventata la nostra finis terrae; provvisoria come direbbe
Franco Arminio. In Patagonia, lungo la Ruta 40 ci andremo più in là... Qui
abbiamo fatto il 24 agosto, il 26 ottobre, il 30 ottobre 2016 e il 18 gennaio
2017. Siamo scappati fuori di casa in pigiama, abbiamo dormito in macchina, e
per mesi a piano terra, sul sobrio divano letto ikea. La frazione le ha prese
di nuovo, due terzi delle case danneggiate, dieci sfollati per inagibilità su
40 abitanti. Il Comune sta fuori dal cratere, per scelta; perché qui vige il “prima
le Grotte (di Frasassi) e poi i bambini”. Casa nostra è integra; quella accanto
alla nostra è puntellata; rimarrà così per almeno vent'anni, perché qui, come
si dice, cambiando l’ordine degli addendi, il risultato non cambia; la politica
locale è la stessa del 26 settembre di vent'anni fa. Quella che commemora la
memoria di un mascalzone, di uno che, anziché servire lo Stato, fugge nei campi
con la borsa. Io e Laura rimaniamo qua, c'è pure Broz adesso (lui si occupa
della sicurezza, e non solo). Si, si chiama come Josip Broz Tito, così è chiaro
come la penso su certe questioni. Ogni tanto ci stanno anche Chiara e Jacopo;
loro sono cervelli, per giusta causa, in fuga. Vivere qui, sull’Appennino, in
una piccola comunità, ti fa guardare le cose in maniera differente; amplifica a
approfondisce sensazioni, valori e radici che già c’erano. Io non so ancora,
vent'anni dopo, se sto realizzando un desiderio o scacciando l'incubo di un tetto scoperchiato Comunque sto sperimentando una
nuova visione di democrazia e di comunità. Mi diranno, un giorno.
martedì 26 settembre 2017
domenica 3 settembre 2017
LA NOTIZIA ARRIVO' IN UN BALENO
Lo
scorso 8 luglio è stato un bel pomeriggio a Sassoferrato e per Sassoferrato,
che grazie alla scrittura di Loredana Lipperini, autrice di “L’Arrivo di
Saturno”, ha ritrovato la vita e la carica ideale di due persone care alla
città come Italo Toni e Graziella De Palo. C’era la Sala Ottoni piena,
c’erano i familiari di Italo, il fratello Aldo, il cugino Alvaro Rossi, il
nipote e la cognata. Oggi ricorre il 37° anniversario della scomparsa di
Graziella ed Italo, usciti quella mattina da un albergo di Beirut, e poi
spariti. Una storia che ancora oggi, purtroppo, per primo nelle Marche, è
scarsamente conosciuta. E di conseguenza, dopo 37 anni, è una Memoria che ha
ancora bisogno di essere costruita. E sarebbe importante e significativo se,
sull’emozione di un pomeriggio d’estate a Palazzo Ottoni, la Città di
Sassoferrato scegliesse a breve, oramai per il prossimo anniversario, di dare
un segno concreto e visibile, alla costruzione di questa Memoria, e alla vita,
alla passione e alla professionalità di due italiani come Graziella De Palo e
Italo Toni; entrambi, allo stato civile, tutt’ora scomparsi.
C’è
bisogno di segni concreti per sentire la Memoria, c’è bisogno di un luogo, uno
spazio, un contenitore pubblico, dove i parenti e i cittadini possano ricordare
due persone care, non avendo una tomba, una lapide su cui appoggiare un mazzo
di fiori. Perché Sassoferrato, è stata ed è la città di Italo Toni, scomparso
in Libano insieme alla collega ed ex compagna Graziella De Palo, il 2 settembre
1980.
Di loro
ad oggi non si è saputo più nulla. Sulla loro vicenda Craxi, Presidente del
Consiglio, allora mise il Segreto di Stato, parzialmente rimosso solo nel 2015.
Erano quelli gli anni, di un’Italia in cui era facile sparire. Era, quella del
2 settembre 1980, quando Graziella ed Italo scompaiono, un’Italia ancora
sgomenta e provata dalla strage della stazione di Bologna giusto il mese prima,
e da lunghi anni di stragismo e terrorismo; che neanche si accorge che due
giornalisti quella mattina, usciti da un hotel di Beirut, non vi faranno più
ritorno, diventando, anche loro, uno dei tanti “misteri d’Italia”. E
probabilmente, il “più mistero di tutti”.
Graziella
e Italo erano andati in Libano, perché seguivano delle tracce che avevano a che
fare con la strage di Bologna, con traffici di armi, con servizi segreti, con
l’OLP, con palestinesi e fascisti, con le stragi dei treni e Ustica. E,
soprattutto, con il “Lodo Moro”. Ovvero, quel patto tacito e mai scritto, ma
mai smentito, tra lo statista DC e i servizi segreti palestinesi, in cui lo
Stato avrebbe consentito, chiudendo un occhio, il passaggio di flussi di armi
attraverso il nostro Paese, in cambio che in Italia non avvenissero attentati
di matrice mediorientale. Un patto che ha retto e che, a guardare bene, regge
anche oggi…
Ma
Graziella ed Italo, avevano intuito che a Bologna il 2 agosto, qualcosa di quel
patto, non aveva funzionato. E avevano deciso di partire per Beirut. Aldo Toni,
fratello di Italo, e Alvaro Rossi, il cugino del giornalista: loro per decenni
hanno lottato per conoscere la Verità, hanno incontrato Pertini, il Papa,
Arafat, Presidenti del Consiglio e Ministri, alti e oscuri funzionari e
faccendieri dei servizi segreti; hanno cercato di tenere viva una memoria;
Alvaro ha creato un sito e scritto un libro inchiesta anni fa. “Poi a
un certo punto – ammette con sofferenza Alvaro – mi sono
fermato, quando ho capito che essere “il parente delle vittime”, stava
diventando un lavoro“.
Perché
in Italia è così, si può restare “parenti delle vittime” per sempre. I
parenti e gli amici di Italo e Graziella, forse, oggi hanno fatto i conti,
quelli privati, quelli dell’anima, con questa dolorosa vicenda. Chi non ha
fatto ancora i conti con la storia d’Italo e di Graziella (non ha voluto?, non
ha potuto?, non ha saputo?) è l’Italia, lo Stato, la Repubblica, come con tante
altre, passate e più recenti, drammatiche vicende. Perché, come scrive Loredana
Lipperini, l’autrice del libro “L’Arrivo di Saturno”, “tutti i romanzi
mentono, ma chi ha mentito nel mondo reale non lo ha fatto per raccontare,
bensì per far dimenticare“.
2 settembre 2017
venerdì 1 settembre 2017
ERA UN MONDO ADULTO SI SBAGLIAVA DA PROFESSIONISTI
‘Nessuno ci ha chiesto cosa volevamo fare’; ‘Hanno deciso
sopra le teste della gente del paese, non sappiamo mai nulla, nessuno è stato
coinvolto’; ‘Abbiamo una grande ragione per rimanere qui e mille per
andarcene’.
A leggerli,
questi pensieri, si potrebbe attribuirli a quelle che un famoso sociologo, di
giovanile militanza eversiva, ha definito “comunità rancorose”; genti
marchigiane indigene, abitanti l’Appennino terremotato. Oppure a esponenti
incarogniti di qualche comitato. O alle “tribù”, a cui una nota fondazione
economica marchigiana vuol spiegare, e imporre, “il come” si fanno rinascere
queste zone dell’Italia centrale, piegate dal terremoto dodici mesi fa, ma
cannibalizzate per decenni dal distretto industriale di un “capitalismo dolce”.
E invece no, quelli
sopra sono i pensieri di alcuni ragazzi e ragazze di Arquata del Tronto, che
hanno tutti intorno a vent’anni, e che da un anno animano una pagina Facebook
che si chiama “Chiedi alla polvere/Ask the dust”. Si definiscono “un gruppo di
ragazzi colpiti dal terremoto del 24 agosto nella zona del centro Italia,
abbiamo la fortuna di poter raccontare la nostra esperienza e l'unico nostro
obbiettivo è non cadere nel dimenticatoio e poter descrivere a tutti com'era,
com'è e come secondo noi sarà il nostro territorio che se pur ferito ha una
forza d'animo da poter trasformare il voler fare nel poter fare.” Il loro
slogan è “Chi dimentica è complice”.
Li ho
conosciuti un anno fa, e alcuni li ho ritrovati qualche giorno fa; sui social
non li ho persi mai di vista, sulla pelle li ho sentiti sempre vicini.
Scrivono,
informano, raccontano, si tengono stretti tra loro, sballottati qua e là sulla
costa o in pianura, dopo l’esplosione sismica del loro paese.
Non hanno
titoli accademici, non fanno i conferenzieri a gettone, non coniano espressioni
del cazzo come “capitalismo dolce” e “sociologia delle macerie”.
Però, alla
fine, sono gli unici che hanno presente, in questo anno che è passato da quel 24 agosto, e contrariamente ad un mondo adulto e alla filiera dei soggetti decisori, ed al di là dell’emergenza, della devastazione, delle inefficienze e dei
ritardi, della mancanza di una visione della ricostruzione, qual’è il nodo vero
che le crepe dell’Appennino hanno fatto affiorare: la mancanza, colposa o
dolosa (agli esperti l’ardua sentenza), di reali pratiche di partecipazione
democratiche nei territori colpiti dal sisma.
Passaggi fatti
di informazione, ascolto, coinvolgimento, mediazione, sintesi e decisione
condivisa. Quelli che riescono a far sentire, anche chi ha perso tutto, e da un
anno stenta a vedersi nel lungo periodo, meno solo, meno abbandonato, meno
disperato. E che servono a preservare in ciascuno i valori della dignità, della
cittadinanza, di un senso di appartenenza ad una comunità civile più ampia.
Se questi
giovani non verranno sopraffatti alla lunga dalla #strategiadellabbandono, e
sapranno resistere, insieme a tanti altri sparsi sull’Appennino, saranno loro i
veri artefici della ricostruzione; ma non tanto e solo di quella materiale, ma
di un’idea di territorio e di comunità, e di ripristino di normali pratiche di
democrazia, come sono quelle che fondano il loro riunirsi ed essere semplicemente
comunità di giovani donne e uomini, e non associazione, comitato, o altro
soggetto organizzato.
La
#strategiadellabbandono, dopo un anno ha sempre nuove lusinghe, fondate su un
“IO” (pubblico o privato) che decide e impone (e solo quando va bene comunica)
cosa va fatto per il bene del territorio e di tutti; “IO” decido che ti
deporto, IO decido quale economia e lavoro sulla montagna, IO decido quale
ricostruzione, IO decido che il tuo paese non può essere ricostruito, etc etc.
E molte volte lo fa anche inventandosi perlopiù puttanate finalizzate a
riempire qualche saccoccia, spesso sempre le stesse. L’antidoto è la rimessa in
campo di un “noi” e di un “insieme”.
Ma è uno scatto
che deve fare anche il genius loci,
superando piccoli e arcaici egoismi, opportunismi, rendite di posizione,
lasciandosi contaminare da innesti che hanno scelto di vivere sull’Appennino
come fatto valoriale e non pecuniario, dandosi una classe dirigente locale
migliore e più all’altezza delle sfide, isolando una volta per tutte quelli che
Franco Arminio chiama “gli scoraggiatori militanti.
“Bisogna andare avanti e ricostruire meglio di prima”;
“Valorizzando il nostro paesaggio”; “Si potrebbe puntare la ricostruzione sul
turismo”; “E quindi anche su un’economia che prima non c’era”; “Deve vivere di
questo, non di centri commerciali”.
Eccoli qua i
ragazzi di Chiedi alla Polvere, hanno le idee chiare e, soprattutto, sono
integri. Al contrario di altri, corrosi da qualche ideologia perduta, o avvezzi
alla marchetta istituzionale.
L’Appennino può
contare su di loro. Deve.
giovedì 27 luglio 2017
DI NUTRICI, DI NOCCIOLE E DI ALTRE SCIOCCHEZZE
Fa caldo a Fiastra, sotto il gazebo
sopra il lago, affollato di persone. Non è come l'ambiente climatizzato di una
sala convegni di uno storico hotel sulla costa. Certo, qui c'è la vista lago,
anziché la vista mare; quel lago, dove riconosci subito sulle sponde i segni naturali
dell'abbassamento forzoso del livello dell'acqua, fatto mesi fa per precauzione
sismica. Così come, arrivando lì, e attraversando il borgo di Fiastra, sono
dolorosamente evidenti i segni lasciati dalle scosse terribili del 2016 e,
insieme, i segnali di una precaria quotidianità continuata in nei m.a.p.
(container): le poste, la farmacia, qualche piccola attività commerciale.
Container e case puntellate che ridisegnano un nuovo, indesiderato, ibrido
modello urbanistico. Le decine di persone, eterogenee per provenienza, età,
attività lavorativa, sono i partecipanti al Festival di TERREINMOTO Marche, la
rete di associazioni, movimenti, cittadini, imprese locali, nata all'indomani
dei terremoti devastanti per questo tratto di Appennino (da Fabriano ne fa parte
il Laboratorio Sociale Fabbri). Che in dieci mesi e oltre oramai,
volontariamente e quotidianamente, si è prodigata nella solidarietà,
nell'informazione alle popolazioni colpite, nel rappresentare nei confronti
della filiera istituzionale i bisogni e i diritti di quanti, in qualche minuto,
hanno perso tutto: persone care, casa, lavoro, relazioni personali e sociali, e
che si trovano sballottati e rimpallati tra camping e alberghi, ordinanze e
scartoffie. E che rischiano, questo sì molto dannoso, di perdere dopo oramai
undici mesi, la cosa meno materiale ma più preziosa che posseggono: la propria
dignità di cittadini. Non ci sono, tra i volontari e gli animatori di
TERREINMOTO, personalità di caratura accademica, o di lungo corso politico-istituzionale,
o manager di aziende o fondazioni; piombati sul posto per le poche ore
circoscritte ad un seminario o un convegno, anche se fino a qualche giorno
prima l'Appennino marchigiano per questi era solo un puntino elettronico su
Google Map. Ci sono giovani donne e uomini molto anonimi, molti dei quali
laureati e con competenze qualificate, che ogni mattina hanno un grande, ma
molto comune, obiettivo: svegliarsi per mettere insieme, come si dice, il
pranzo e la cena; per sé e per la propria famiglia. E che sono associati da un
unico, qualificante, comun denominatore: vivono, abitano (o meglio diversi
abitavano), sull'Appennino colpito dal sisma. E, cosa assai incredibile,
non si prefiggono come altri di far rivivere, rinascere o risorgere
l'Appennino; azioni peraltro, almeno le ultime due, che presuppongono una certa
dose e facoltà di mistica e trascendenza. Quelli molto accaldati, che spostano
le sedie a seconda di come gira la palla del sole all'orizzonte, sotto la
tensostruttura sul prato, per riposizionarsi, non tanto a livello politico o
professionale, ma semplicemente in base all'ombra di cui beneficiare, hanno
semplicemente tre piccoli obiettivi molto terreni: “Tornare, Resistere,
Ricostruire” (il tema del Festival). E un grande, enorme, emergenziale
questione, che le faglie dell'Appennino, sconquassandosi, hanno portato a
giorno: quale modello di democrazia esiste nella gestione dei territori, e
nelle politiche per quanti vivono e lavorano in montagna? Perché, alla fine, il
tema profondo che in questo caso il terremoto ha rimesso al centro, ma che
potrebbe essere anche qualsiasi altro evento naturale che mette in relazione
uomini e paesaggio, è proprio la democrazia. E guardando a molte delle
procedure, sia legate alla gestione dell'emergenza che alle fasi successive, è
evidente che l'indice di democrazia è abbastanza basso, quasi alla stregua di
qualche paese autoritario della penisola araba con cui le nostre Istituzioni
intessono rapporti di affari; e questo non solo per il post terremoto 2016, ma
già dalla catastrofe del 2009 a L’Aquila. Pochi sanno che, ad esempio, nelle
strutture adibite ad accoglienza della Protezione Civile, non vengono serviti
caffè, alcolici, alimenti eccitanti in genere, e che per chi vi si trova a
viverci temporaneamente, è fatto divieto di riunirsi in gruppo o comunità Una sottrazione di concertazione delle scelte
con le persone interessate, una spoliazione di ruolo delle autonomie locali, la
mancanza di ascolto dei bisogni e delle peculiarità di chi sull'Appennino ha
vissuto, e che vuole tornare per perseguire un proprio ed indipendente modello
di vita, economia, relazioni. E TERREINMOTO, in questi mesi di questo si sta
facendo carico, di ascoltare condividendo, di rappresentare allargando la
partecipazione e il coinvolgimento, di mettere al centro di un percorso le
persone. Di definire, partendo da una relazione fisica e quotidiana, una ricostruzione
che non sia solo edilizia, ma ancor prima culturale, sociale ed economica. E il
rapporto diretto, la relazione, definiscono un quadro più nitido di qualsiasi
indagine del Censis, rispetto alle priorità per l'Appennino e la quotidianità
dell'abitare sui territori montani. E due sono gli architrave di questa ricerca
empirica e diretta, fatta non con la statistica e i questionari, ma per strada:
la prima, che va posta fine alla rapina perdurante da decenni, in virtù di un
profitto di pochi, del territorio, del paesaggio e delle risorse della
montagna, che sono beni comuni (quindi per essere chiari, ma solo per fare un
piccolo esempio, basta con infrastrutture e grandi opere, utili solo a qualche
portafoglio). Poi, la seconda, che il futuro dell'Appennino non passa
attraverso l'idea di un'economia turistica che lo trasformi in una sorta di
grande resort o “villaggio vacanze diffuso” per ricchi, in cui la vita di chi
ci vive ed abita, anziché la risorsa principale, diviene un fastidio (e per cui
il perseguire politiche di abbandono e spopolamento è funzionale a ciò), un
Appennino anziché di cittadini, per qualcuno di nuovi dipendenti. Già prima del
terremoto, sull'Appennino molte erano le esperienze avanzate di agricoltura,
pastorizia, ecoturismo, fatte da giovani che, partendo spesso da radici
familiari, avevano le conoscenze e le competenze per far convivere "il
pero con il computer". Per cui, tanto più ora, non c'è bisogno di
qualcuno, che in virtù di un buonismo lacrimevole e predatorio al tempo stesso,
arrivi da fuori per imporre un suo modello di sviluppo senza alcun rapporto di
ascolto e confronto con i territori, finalizzato ufficialmente ad un generoso
impegno per il rilancio della montagna ferita dal terremoto. Soprattutto poi,
se questi “qualcuno”, sono gli stessi che in passato l’Appennino, per interessi
economici propri, l’hanno spolpato quasi fino all’osso. A chi vuole tornare,
resistere, ricostruire, non servono progetti di zootecnia intensiva perseguiti
da colossi dell'agroalimentare, già trombati e respinti da altre Regioni e che
si pensa di riciclare nelle Marche; come non servono progetti di frutticultura
intensiva perseguiti da grandi aziende alimentari, senza una vocazione
agronomica in questo territorio, e non vincolati
a rigorose prassi di coltivazione biologica. All'Appennino ferito dal terremoto,
serve per prima cosa, il rispetto dei principi cardine della Costituzione
Italiana: un sistema Istituzionale che garantisca diritti, servizi, legalità,
rispetto e tutela del territorio. Se la ricostruzione passasse per declinare e
perseguire anche e solo i valori costituzionali, saremmo già un pezzo avanti;
ma invece dopo 11 mesi non è così... Queste riflessioni, e la conseguente
definizione di politiche e scelte, allora, bisogna farle sul posto, al caldo e
con qualche zanzara intorno, a contatto con la stanchezza negli occhi di chi
dorme da mesi in una roulotte, per non far mancare niente alle sue pecore e
mucche, o incrociando le lacrime di chi da quasi un anno non ha più una
comunità con la quale intessere relazioni, perché quelle persone sono state
deportate, frammentate e divise tra alberghi e camping marini, o guardando da
un prato sopra un lago la bellezza e la devastazione. Politiche dal basso,
partecipazione, dialettica confronto e, solo alla fine, decisione. Se si
inverte il processo, e si guarda all'Appennino e ai suoi abitanti, come i
corpuscoli su un vetrino di laboratorio, e si pensa e decide per loro quale
debbano essere la cura e la terapia, si diventa conseguentemente nemici
dell'Appennino e dei suoi abitanti; e nemici da sconfiggere; "quando la
vita viene aggredita dall'esterno - diceva una ragazza sotto il tendone - la
vita reagisce". L'incontro di Fiastra, e il percorso dell'esperienza di
TERREINMOTO, ha davanti a sé ora una grande responsabilità e opportunità:
riaprire, partendo dal dramma del terremoto e dal percorso della ricostruzione,
la partita della democrazia nei territori, contro ,l'imposizione di un modello
economico di depredazione delle risorse, nello spirito tale e quale a quello di
quanti ridevano di notte nell’aprile 2009 e nell’agosto 2016. Un percorso, che
passa attraverso l'estensione e la
saldatura di una rete di cittadini che attraversi tutta la dorsale italiana: da
chi si batte per la difesa degli ulivi (e non solo) nel Salento, per l'acqua
pubblica in Abruzzo, contro un gasdotto che attraverserà tutto l'Appennino per
oltre 600 km passando sotto tutte le faglie attive che si sono attivate dal
2009 ad oggi, fino a chi lotta contro lo scempio e i micro terremoti causati delle
grandi navi da crociera nella laguna veneziana, e contro la tav torino-lione; e
tanti, oramai veramente tanti, altri. Alla fine, tutta la riflessione di questi
mesi e di Fiastra, la sintetizza spontaneamente, sotto il gazebo sul lago, Enzo
Rendina, che è venuto insieme ai volontari del Gus. Enzo è stato l'ultimo
abitante di Pescara del Tronto; ha aiutato in quella tragica notte del 24
agosto a cercare i vivi ed i morti tra le macerie; poi lui non se n'è voluto
andare, non ha voluto farsi deportare, ed è rimasto lì in una tenda fino a
gennaio di quest'anno; quando una sera l'hanno arrestato e carcerato, per
inosservanza dell'ordinanza del sindaco (“s” minuscola in questo caso) che
intimava a lasciare il territorio comunale a qualunque essere vivente. Ora è
sotto processo che, come è tradizione, durerà anni. È un uomo buono e mite
Enzo, si vede dagli occhi; ha solo un amore esagerato per la sua terra, e per
il suo paese che è stato polverizzato dalle scosse. I giornali nei mesi scorsi
l'hanno definito "irriducibile", perché non se ne voleva andare; una
parola che richiama notti buie per la democrazia. "Irriducibile io? - si
domanda Enzo sotto il tendone di Fiastra - Gli irriducibili sono loro, non si
fermano mai".
DI PISTE CICLABILI E SCELTE DI CAMPO. CULTURALI E IDEALI
Può una pista ciclabile diventare il paradigma di come si possa intendere il destino dell’Appennino? Perché in fondo è questo, io credo, il nodo della questione che si apre, a seguito della proposta della Regione Marche di destinare una cospicua parte del ricavato degli sms solidali post sisma (5,5 milioni di €); ovvero a realizzare parte di un tracciato molto più lungo, di carattere ciclabile, che attraversa dalla costa, i territori e le comunità colpite dai terremoti. Con lo scopo di rilanciare il turismo in quelle zone. Non entro nel merito, certamente legato ad un senso di etica pubblica, sulle finalità di utilizzo dei fondi; sarebbe semplice e scontato. Sull’Appennino italiano vivono all’incirca complessivamente oltre 20 milioni di persone; non sarebbe una forzatura, ma avrebbe anche giustificazione storica, culturale, sociale ed economica, parlare di un Popolo dell’Appennino. E allora il turismo rappresenta certamente un aspetto, importante ed anche di sviluppo, ma della sola dimensione economica. Se però nel mentre, a causa di una catastrofe naturale, i terremoti del 2016 ad esempio, o di scelte politiche ed istituzionali che negli anni hanno perseguito, e perseguono tutt’ora, lo spopolamento e l’abbandono dell’Appennino (perché tenere le persone in montagna costa, sono poche e disaggregate, e quindi il rapporto investimento pubblico/ritorno elettorale è fortemente negativo), le aree montane rischiano una desertificazione definitiva, quale turismo si vuole? Semplice: quello di un territorio Appenninico trasformato in enorme villaggio vacanze, come la costa egiziana per capirci, con tutto tranne che gente che ci vive, fa figli, cura il territorio, lavora, e muore persino. Un Appennino ad uso (meglio abuso) e consumo stagionale, in cui ci puoi anche far passare un gasdotto come quello Gazprom/Eni/Snam, e trasformare un cementificio fallito in un megaimpianto di termovalorizzazione (detto comunemente inceneritore). E in cui hanno senso, ad esempio, sette eliporti quasi confinanti (pagati nelle intenzioni anche questi dagli sms solidali).
Il prossimo fine settimana, quello dal 21 al 23 luglio, nelle Marche ferite dal terremoto, ci saranno due importanti ed autorevoli consessi dove approfondire quale futuro si vuole per l’Appennino. Il primo è “RINASCO – le Città Creative per l’Appennino”, promosso dalla Fondazione Merloni. Con conferenzieri di prestigio, ma senza alcun radicamento nel territorio. Un soggetto, quello promotore, espressione di una cultura politica che nei decenni ha già spolpato l’Appennino quasi fino all’osso, e che ha perduto in conseguenza di ciò ogni credibilità; ma che adesso lo vede come un nuovo e grande business legato al “turismo del resort”. Un Appennino di nuovi dipendenti, ma non di abitanti e cittadini. Poi c’è "Terre in Moto Festival - 20/23 luglio, Fiastra (MC)" al Lago di Fiastra. Promosso da una rete di associazioni, imprese, cittadini, che da dieci mesi si batte (e si sbatte) per aiutare, sensibilizzare, informare le comunità colpite dal sisma. “Tornare, resistere, ricostruire” è lo slogan dei tre giorni, o meglio le parole forti di un vero progetto politico; sono previste escursioni, spazi per bambini, cibo a km0 della aziende agricole ferite dal terremoto, incontri su temi di carattere democratico, sociale e ambientale, con relatori protagonisti di lotte quotidiane nei territori. Un Appennino di persone che vogliono essere protagoniste del proprio futuro e della salvaguardia del territorio. Due visioni, due mondi, due idee di Appennino diverse, e giustamente antagoniste. Decidete liberamente da che parte stare e dove passare quei tre giorni. Ma sappiate che si tratta, ancor prima di uscire da casa, di fare una scelta di campo culturale ed ideale; non senza ripercussioni per l’Appennino ed il suo popolo di abitanti.
* pubblicato da Genziana Project il 13.07.2017
domenica 2 luglio 2017
VIALE DELLA RINASCITA n. 1
L'ha tenuto stretto tra le mani tutto
il tempo dell'incontro, quasi due ore, senza muoverlo, senza appoggiarlo
neanche sulle ginocchia, come fosse la cosa più preziosa del mondo. È rimasta
seria, sempre, accigliata, con lo sguardo fiero da donna dell'Appennino,
attenta ad ascoltare tutte le parole che si dicevano, come se non volesse
perderne anche una. Aveva sorriso solo prima di sedersi per l'incontro, prima
con gli occhi enormi, sgranati, come quelli di una bambina, solo dopo con le
labbra; quando Laura (mia moglie, cosi palesiamo subito il conflitto di
interessi), gli aveva detto che lì dentro c'era il suo nome, si parlava di lei.
Lì dentro, è lì dentro il libro "I Racconti di San Pellegrino", che
oggi veniva donato agli abitanti di S. Pellegrino di Norcia. Pagine e parole
scritte prima con l'anima e poi con la tastiera dai tre autori ternani, Laura,
Marco e Marco, la cui vendita andrà a sostenere il progetto di Rifiorita, con
cui da mesi ex liceali oramai cinquantenni hanno coinvolto una intera città,
Terni, dai boy scout agli ultrà della Ternana. L'obiettivo è quello di
raccogliere la somma necessaria perché a San Pellegrino, piccolo paese di poco
più di cento abitanti nella piana di Norcia, possano avere a breve una
struttura da adibire a centro sociale. "Che cosa vi serve - avevano
chiesto loro ai primi di novembre - cosa possiamo fare?" E loro, che dal
24 agosto non avevano più nulla, perché tutto il paese è stato polverizzato dal
terremoto, avevano chiesto non una cosa per sé o per altri in particolare, di
emergenza o di prima necessità, ma qualcosa per tutti, che ristabilisse il
senso della comunità, della relazione, dell'appartenenza: un centro sociale;
strani questi montanari... E stamattina erano tutti lì, nel viale ritagliato
dal villaggio "Della Rinascita", che separa le SAE dove abitano da
febbraio gli abitanti. C'era molta emozione, nel ritrovarsi, nel rivedersi.
Eravamo stati qui il 27 dicembre e il clima era diverso, ma sempre di speranza
e di battaglia. Ma appena sceso dalla macchina, sentivo che c'era qualcosa di
strano, che non andava... Non sentivo quel tanfo maleodorante e putrescente
della Strategia dell'Abbandono (e di quanti la perseguono), che si annusa
subito nelle Marche. Ma non tanto perché ci sono le SAE abitate dai primi di
febbraio, che avevo visto già consegnate e pronte da montare il 27 dicembre
(nelle Marche, ad Arquata del Tronto, dal 24 agosto, stesse procedure, i primi
assegnatari sono entrati in casa il 30 giugno; così, per dire...). Ma perché
qui, da quella mattina del 24 agosto non se n'è andato nessuno, e nessuno li ha
deportati al mare forzosamente, ma sono rimasti a San Pellegrino, hanno potuto
montare tende e casette fai da te nell'orto in giardino senza essere denunciati
per abuso edilizio; è vero, qualcuno timidamente ci ha provato a proporgli di
andare al mare e al lago, ma loro hanno reagito come comunità, hanno resistito,
tutti per uno e uno per tutti. Hanno tribolato, è stata dura con l'inverno, gli
animali, ma stamattina sono comunque contenti di esserci, di stare qui, di
accogliere. Una famiglia mi invita per un caffè dentro la loro SAE. Ho voglia
di un caffè, ma mi sento di disturbare, di invadere la loro ritrovata stabilità
precaria. Accetto, e nell'entrare mi viene l'istinto di togliermi le scarpe
come si usa fare in Giappone, in segno di rispetto. Prendo il caffè, in piedi,
anche se sono stanco, ho fatto in tre giorni più di mille chilometri, e mi
siederei volentieri sul divano compreso nell'allestimento SAE; ma anche qui
prevale uno strampalato istinto di delicatezza e rispetto. "Se ti serve il
bagno - dicono - fai pure". "No grazie - anche se ci andrei di corsa
- non ne ho bisogno". Chissà perché, in quel modulo così impersonale, dove
sono riusciti a portare solo una vecchia credenza dalla casa crollata, mi
scatta un istinto di attenzione e rispetto per quell'ambiente, che per loro ora
è il tutto, che è del tutto irrazionale. Poi torniamo, inizia l'incontro,
Isabella l'editrice non vuole parlare, è emozionata, dice che già gli viene da
scoppiare a piangere appena scesa dalla macchina. "Annamo bene - penso -
già è difficile per tutti non commuoversi solo nel ritrovarsi con gli occhi, e
adesso ti ci metti pure tu..." Però l'incontro poi va bene, è bello,
Isabella poi parla, e parla pure Lucio, il pompiere di Terni che è vissuto qui
con loro per mesi, e oramai è di San Pellegrino pure lui. Alla fine inizia a
piovere, ma si pranza tutti assieme sotto gli spioventi delle SAE. Ho capito
durante l'incontro perché qui non c'è puzza di Strategia dell'Abbandono; è
perché c'è una comunità forte, coesa, che ha resistito alle sirene
ammaliatrici, e poi anche perché qui, seppur ritardi, problemi, disguidi ci
sono stati, c'è stato un po' di buon senso delle Istituzioni. E perché forse
alla fine, qui non c'è un mare dove deportare per razionalizzare i servizi e
spopolare la costosa montagna (e il Trasimeno si sta prosciugando), nè magari
un enorme invenduto da bolla speculativa immobiliare da rifilare ai
terremotati. Alla fine arriva Cecilia, la più anziana del paese, con suo libro
stretto ancora in mano, quello dove si parla di lei. "Io abito laggiù - ci
dice sorridendo - mi hanno dato la SAE al civico n. 1, la prima. Quando tornate
venite a suonarmi".
P.S. Il libro "I racconti di San Pellegrino", di Laura Trappetti, Marco Morandi e Marco Vescarelli, edizioni Intermedia costa 10 €. Lo trovate su Amazon o sul sito della casa editrice. San Pellegrino ha bisogno di un centro sociale.
domenica 25 giugno 2017
DISASTRI E RICOSTRUZIONE. Svolgimento.
La Commissione ministeriale preposta o magari un algoritmo, ha avuto l'idea, qualche giorno fa, di inserire tra le tracce dello scritto di italiano della maturità, un tema dal titolo "Disastri e Ricostruzione", da svolgere sotto forma di saggio breve o di articolo giornalistico; non oltre le cinque colonne di protocollo scritte a metà. Prova di scrittura stimolata da tre documenti, due articoli di giornale in cui si richiamano il bombardamento di Montecassino e il sisma del 2016, l'alluvione di Firenze, e un brano del Principe di Machiavelli. La prima cosa che mi è venuta in mente è, che ai tempi della mia maturità, 29 anni fa, arrivare alle cinque colonne era un record da medaglia olimpica, uno sforzo leonino di scrittura e fantasia che solo pochi arditi erano in grado di raggiungere... Mentre ora viene fissata l'asticella del "non oltre". Dall'idea che mi sono fatto, leggendo qua e là, è che la pensata della Commissione/algoritmo, non ha avuto grande riscontro tra i maturandi. Dopotutto, perché uno studente che vive lungo lo Stivale, dovrebbe cimentarsi su tale tema: il terremoto del 2016 l'ha visto per pochi giorni in televisione o su internet quando c'erano i morti, dell'alluvione di Firenze dubito che vi sia cenno nei programmi di storia, il Machiavelli "due palle", figuriamoci poi per il bombardamento di Montecassino. E perché poi invece, uno studente terremotato nel 2016, dovrebbe fare oggetto pubblico ad una commissione di estranei di quello che vissuto, se malcelatamente fosse questo stato un obiettivo? Pensate che sia facile parlare di che cosa sia visceralmente la paura, il terrore, non ritrovarsi in pochi minuti più niente di ciò rappresentavano quotidianità e normalità, di cosa rappresenti dover vivere da dieci mesi in una casa in affitto in un'altra città, o in un albergo, in un bungalow sulla costa e, per non pochi, non ritrovarsi più magari neanche la scuola. Ti piacerebbe, Commissione/algoritmo, sapere invece cosa uno di questi studenti possa provare a vedere le facce opache dei propri genitori, senza più casa e lavoro, o gli occhi spenti allucinati dei nonni, parcheggiati in una panchina sul lungomare a gennaio, che aspettano solo che faccia di nuovo notte e poi giorno, e poi di nuovo notte... Ma invece, non te lo dirà mai, perché sono cose indicibili, e ti commenta la poesia del Caproni. Forse, Commissione/algoritmo, avresti più avuto successo se anziché due passaggi di articoli di giornale e il Machiavelli, avessi messo semplicemente un verso di una poesia Alvaro Mutis, in cui si parla di "elementi del disastro", la Preghiera di Maqroll il Gabbiere. Ma tu, Commissione/algoritmo, che cazzo ne sai di chi è Alvaro Mutis, grande poeta e scrittore colombiano scomparso quattro anni fa, che l'unica sfiga è stata per lui quella di essere contemporaneo di Marquez, ma a cui per poetica e genio, non era di certo secondo...E si, perché mica è vero che determinate sciagure e loro conseguenze postume, sono esclusiva colpa della natura cattiva? Gli elementi del disastro, secondo Mutis, sono gli uomini, quelli che determinano "le leggi del branco" con le loro decisioni, scelte, azioni, interessi. E allora forse, su questa traccia avrebbero potuto cimentarsi sia gli studenti dentro il cratere, che quelli fuori. Perché sanno magari che se costruisci a cazzo in zona sismica, il terremoto ti rovescia sopra tutto; che se fai passare una pedemontana sopra un giacimento naturale di gas, forse potrebbero esserci dei problemi di sicurezza; che se un territorio lo devasti con insediamenti antropici ed attività economiche impattanti e lo rendi più vulnerabile, è quindi più probabile che una pioggia torrenziale si porti via tutto; che se potentati russi ed italiani debbono far passare centinaia di chilometri di gasdotto lungo l'Appennino, meno gente che ci vive e che rompe i coglioni c'è lì, meglio è; che se...tanto altro. Ma tutto questo ha degli "elementi del disastro", che noi e i maturandi conosciamo, stanno anche dalle nostre parti, hanno avuto ed hanno responsabilità, e sarebbe davvero sconveniente che dei temi scolastici della maturità, atti pubblici, possano solo lasciare intendere, neanche necessariamente fare i nomi. Ma la Ricostruzione, quella vera, materiale e morale, passa attraverso l'accantonamento definitivo degli "elementi del disastro", che stanno sempre lì pronti a riproporsi anche con nuove sembianze. E questo, oggi, molti studenti lo sanno, è molto più veloce e più semplice essere informati. E intendono magari non occuparsene in un tema, ma in altre forme partecipative e democratiche. Perché qualcuno di loro si sente già, seppur giovane, "servo disobbediente alle leggi del branco". Come Enzo, Gilberto, Francesca, Emamuele, Daniele, Rachele, Agostino, Claudia, e tante e tanti altri, che da dieci mesi o da tutta la vita, "viaggiano in direzione ostinata contraria". Sul tema, per ora, meglio Caproni.
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