mercoledì 14 febbraio 2018

C'ERA(NO) UNA VOLTA LE MARCHE

La mia sintesi è che vivi in una terra di merda”. Così mi scrive in chat un caro amico, a poche ore dalla tentata strage fascista di Macerata, e a pochi giorni dal barbaro omicidio di Pamela. Scambiandoci, entrambi frastornati, un po’ di sensazioni ed opinioni in rete. Premetto che il mio amico, che vive a diverse centinaia di chilometri di distanza dalle Marche, è una persona che ha un profondo interesse e passione per questi territori, e per i quali si spende generosamente. Io in quelle ore invece, non riuscivo invece a trovare un’espressione che, in poche parole, condensasse chiaramente cosa sono diventate le Marche oggi. Neanche una frase colorita, ma il rigirare in testa da tempo, ancor prima dei fatti di Macerata, di un ragionamento articolato ed in evoluzione. Neanche uno slogan da lanciare a caldo; vero è che per le Marche ce ne sarebbero già sono fin troppi, ma sono anche quelli che portano fuori binario, creando una narrazione fasulla. Sono quelli che la Regione Marche da anni usa per la promozione del territorio, tipo “ViviAmo le Marche”, “l’Italia in una Regione”, “Viaggio nella Bellezza”, ed altri ancora. La situazione drammatica e dolorosa contingente, non mi consentiva di rilanciare neanche “Risorgimarche”, titolo dell’adattamento casereccio del Festival delle Dolomiti. Lassù ideato da uno dei più grandi violoncellisti viventi, Mario Brunello, con i prati e pascoli raggiunti dopo ore di cammino notturno, e concerti in acustico all’alba tra capre e stambecchi, con il pubblico raccolto in piccoli gruppi. E nelle Marche, rivisto e riproposto dall’attore fermano Neri Marcorè, come risposta sensoriale ed emozionale al dramma del terremoto che ha sconvolto l’Appennino; concerti più o meno unplugged di cantanti italiani, con partecipazione massiva di pubblico, a cui si è fatto parcheggiare sui prati migliaia di macchine. Ma ciò era dovuto, e giustificato, dai limiti della “prima volta”. Ora, con lo Stato di Emergenza ancora in corso dopo 18 mesi, e con buone probabilità di ulteriore proroga, preso atto che le Marche non sono ancora risorte, si sta preparando già la seconda edizione del Festival; sperando che la prossima estate, con una energica ripassata di Fender Stratocaster, usate a mo’ di defibrillatore cardiaco, l’Appennino marchigiano si rianimi davvero. Per rendere l’idea delle Marche contemporanee, non va bene neanche la sintesi di regione delle “comunità rancorose”, espressione del sociologo Aldo Bonomi, oramai marchigiano d’adozione. Perché, i marchigiani sono per natura miti, generosi, e a loro modo, seppur un po’ trattenuti e diffidenti, comunque accoglienti. Rancorosi non si nasce, quindi, ma si diventa semmai, per sollecitazioni esterne, e non per natura interiore. Penso semplicemente, ma non da questi giorni, di vivere in una terra drammaticamente smarrita, in cui negli ultimi anni sono venuti meno punti di riferimento e certezze secolari. E che ora non ha gli strumenti, e il fisico (come direbbe qualcuno), per ricominciare da capo, e da sola, dandosi nuove coordinate. E la paura e l’incertezza, nel costruire una visione condivisa ed un futuro diverso, hanno preso, anche tragicamente in molti episodi, il sopravvento. Questa nuova instabilità etica, sociale ed economica, individuale e comunitaria, d’istinto porta tra le braccia di chi, per sua autenticità identitaria ed ideologica, soffia sul fuoco parole d’ordine estreme, ma rassicuranti e protettive al tempo stesso. Risposte semplici per problemi complessi; menzogne elettorali, che però piace sentirsi raccontare. Facendo intravedere di nuovo, anche se sotto stavolta inquietanti vesti, quello ai marchigiani, molto più che agli italiani in genere, manca di più da qualche anno: un padrone. Ma non da intendersi in senso autoritario e repressivo; ma paternalistico, dalla voce rassicurante e dalla mano carezzevole. Buono, in sostanza, con chi gli si affida. Clemente, con quelli che non lo amano. Saranno probabilmente queste caratteristiche della figura padronale, che avranno indotto un profondo analista delle Marche come Aldo Bonomi, a definirci una terra temperata dal “capitalismo dolce dei distretti”.  Perché in fondo, le Marche, un padrone ce l’hanno sempre avuto. Prima il Papa, poi il Re e Lui, e nel corso del Novecento un padrone più tradizionale, regionale, quello della fabbrica o il proprietario fondiario, a seconda delle situazioni. Un padrone al plurale, espressione della aricolazione dei cosiddetti distretti economici. Che era, a seconda dei territori, direttamente o indirettamente, anche padrone culturale, politico, e talvolta, istituzionale. Che faceva e disfaceva, assicurando di farlo per il bene comune. Ma in verità, si può oggi constatare, guardandosi intorno, che è stato sempre prevalente l’operare per il proprio esclusivo profitto: nell’economia, nelle banche, nei rapporti imprenditoriali, nella politica. Sapendo far svolgere sempre il proprio ruolo a tutti. C’era il partito del padrone, che riusciva a contenere e far convivere, sotto il grande mantello bianco, l’impegno sociale del cattolico democratico e il rigurgito del fascista, sedando per decenni le pulsioni di quest’ultimo. E anche per l’opposizione politica, rossa e laica, c’era un pezzetto di potere che veniva dispensato sotto un tavolo abbondantemente apparecchiato, a seconda delle convenienze. Nelle Marche miti e prudenti, persino i brigatisti rossi, sono stati “da salotto”. E tutto questo sistema, per molti decenni, nella regione ha funzionato, e garantito, come si dice ora, la coesione sociale. E ha riempito pance e saccocce. C’era lavoro per tutti; anzi, negli anni, tante migliaia di persone sono arrivate nelle Marche, perché a tutta quell’offerta di occupazione, i marchigiani da soli non bastavano. E il lavoro c’era per tutto il nucleo familiare, marito e moglie, e il posto passava da padre in figlio. E tutti, stavano bene, c’era benessere diffuso. E il marchigiano sobrio, prudente, riservato e pudico, avvezzo a non allargarsi mai più di tanto, era contento. E i problemi, alcuni fenomeni di devianza e marginalità, che sempre ci sono stati, venivano messi discretamente sotto il tappeto. L’importante era che non se ne parlasse troppo. Che il vicino di casa sapesse, era normale, ma per pudore di caseggiato, non si andava oltre il bisbiglio. Basti pensare nelle Marche, negli anni ’70 e ’80, a che cosa fosse il fenomeno delle tossicodipendenze. Con l’eroina che a Jesi, tanto per fare un esempio vissuto da ragazzino, veniva spacciata a giorno in Piazza della Repubblica davanti il Teatro Pergolesi. E di notte nelle discoteche, sempre con discrezione e pudicizia, il figlio del libero professionista e dell’imprenditore, strisciava nel bagno le centomila lire di cocaina per il capriccio del sabato sera. Perché, farsi una pera, per i figli della ricca borghesia marchigiana, era considerato sconveniente; quello era un rito riservato ai giovani dei ceti medio bassi. Sempre negli anni ’70 e ’80, non un mese fa. E all’epoca, gli spacciatori erano tutti bianchi, local. E anche allora c’era il problema della sicurezza urbana; ma al posto della videosorveglianza, per i tanti che dalla fanciullezza erano abituati a stare fuori di casa, c’era la voce della mamma, o di una coesa rete sociale parentale, che  ammoniva “basta che non vai a giardini, che lì ci sono i drogati”, oppure “non prendere niente da nessuno quando esci da scuola”  Ma, con il conto corrente in ordine, i risparmi investiti nei fondi consigliati dal persuasivo funzionario di banca, e con la seconda casa al mare o in collina, al marchigiano metalmezzadro (status che per definizione è indice di subalternità e sottomissione), poco gli importava di quello che intanto combinava il padrone.  Sia in fabbrica e sul territorio, sia in qualche saletta riservata di un buon ristorante di pesce della costa. Perché, in fondo, si stava bene. Le Marche erano un’isola felice, tanto ancora da permettersi, nei piccoli centri, il lusso di lasciare le chiavi sulla porta. Poi, ad un certo punto, con l’implosione dei grandi partiti tradizionali, quelli della cosiddetta Prima Repubblica, ma anche complice il processo di secolarizzazione religiosa, il sistema perfetto ha cominciato a scricchiolare. Si sono aperte delle crepe, provocando un primo indebolimento culturale, ideale ed etico. Crepe sulle quali, dall’esterno, o meglio dai monitor televisivi, era cominciato il lungo ma efficace bombardamento della “cultura del Drive-In”. Ma, comunque, ancora c’era il padrone che intanto reggeva; il benessere materiale diffuso non era stato aggredito. Poi però è arrivata, d’improvviso, la crisi. E dalla Grande Mela alla Valle dell’Ete, si è propagato lo tsunami.  Il padrone, nelle sue molteplici ramificazioni, è saltato, ed è saltata pure la banca dei marchigiani, e sono cominciati i guai. Quelli veri, quelli che d’improvviso ti ritrovi in mezzo alla strada senza lavoro. Non solo c’è solo da imparare a tirare la cinghia, ma si comincia a consumare i risparmi propri, e quelli dei genitori. I fiumi di denaro pubblico di ammortizzatori sociali, per un decennio hanno sedato ed anestetizzato, per migliaia di persone e famiglie, il dolore e l’angoscia per il proprio futuro. Ma ora l’effetto dopante sta esaurendosi. Il marchigiano è passato da una vita per certi aspetti chiara in ogni suo passaggio, dalla “culla alla tomba” per usare un termine del welfare nordico. Dove si poteva avere la certezza anche che, in qualche modo, il padrone si sarebbe fatto carico delle sue improvvise difficoltà e umane debolezze. Per approdare ad un nuovo, imprevedibile ed indesiderato, status. In cui adesso ci si guarda intorno smarriti, convinti che non è possibile che anche stavolta il padrone non si farà carico di noi. Noi che, a partire dal voto, gli abbiamo dato tutto. Ma stavolta, invece “i nostri” non arriveranno più per davvero. Ed è in questo nuovo e non preventivato contesto, che salta il cosiddetto tappo. O meglio, salta l’idea e il valore di comunità, di un tratto identitario. Si è pronti per il tutti contro tutti, in un desolante far-west territoriale. Si perde l’innocenza e si scopre la violenza. Quella privata, domestica, e quella politica ed ideologica, xenofoba, razzista, e fascista. Però il marchigiano, per sua natura, anche in queste barbare dinamiche, continua a mettere la polvere sotto il tappeto. Sempre pubbliche virtù, ma vizi privati.  Quindi, ad esempio, non l’altra settimana, ma dodici anni fa, quando proprio a Macerata il direttore bianco del teatro, riempì di botte la moglie, e la buttò in un cassonetto della spazzatura mezza morta, fu considerato già allora normale, che l'allora Sindaco della città, fosse andato a trovare in galera il marito carnefice, piuttosto che la moglie vittima, in coma farmacologico all’ospedale. Così come adesso, di nuovo a Macerata, una comunità non più communĭtas, ma aggregato di persone impaurite e spaesate, senza più punti di riferimento, si trova malcelatamente, istintivamente e pudicamente, a giustificare perfino il terrorista fascista, anziché a schierarsi spontaneamente dalla parte delle vittime, e sentirsi per prima vittima anch’essa come intera città. Ma questo era già accaduto quasi due anni fa a Fermo, quando un fascista locale ha assassinato un ragazzo nigeriano che passeggiava con la moglie, in pieno centro. In fondo, il fascista fermano, rispetto al nero migrante ammazzato, viene dai più considerato "un figlio nostro". Ipnotizzati, gran parte, dall’idea che se nelle Marche ce la passiamo male, la colpa è dei migranti. E a questa paura, istintiva e razionalmente ingiustificata da ogni dato sociale oggettivo e statistico, il senso di communĭtas non glielo si può restituire importandolo da fuori. Bisogna rigenerarlo dall’interno, lentamente e faticosamente, sedendosi accanto agli impauriti, e ricominciando da capo. La paura ha sempre bisogno di essere identificata, impersonata; e spesso non è mai la fisionomia del più forte e cattivo, ma il più debole. Levarsi dalle scatole un po’ di migranti, è più semplice e consente di evitare di guardarsi dentro, a ciò che si è, piano piano, diventati. Oggi la regione, è un insieme di tante “non comunità” in cui, anche a seguito di una sciagura come un terremoto, dopo i primi tempi, nel prolungarsi di un’emergenza senza alcun barlume di ricostruzione, le persone sono approdate ad uno stato di cattività ancestrale, ed i terremotati si sono ritrovati spesso l’uno contro l’altro, per l’ottenimento di un diritto, che è semplicemente quello di riabitare in fretta il proprio luogo d’origine. Ora le Marche, più di altre regioni, sono in uno stato di allarme conclamato, codice rosso per usare un’espressione sanitaria. I dati economici e sociali, quelli veri e non quelli dei comunicati stampa istituzionali, descrivono una regione che per dinamiche sociali ed occupazionali, sta ben al di sotto di territori del Mezzogiorno. Con numeri da defibrillatore. Se si è arrivati fin qui, è anche, e per certi aspetti soprattutto, perché negli anni la politica e le Istituzioni, e le classi dirigenti in genere, hanno sottovalutato in molti casi; valutato in altri con estrema superficialità alcuni segnali. Ma giustificato sempre, nella ricerca di un consenso a tutti costi, alcuni fenomeni. Un metodo di analisi e sintesi, espressione di un collettivo “tanto sò regazzi”. E, cosa più grave, ha continuato a narrare ufficialmente una regione che non c’è più da tempo, e non avendo in testa, neanche in bozza, quella che dovrebbe essere. Evitando, aggirando, mettendo, la politica anch’essa, da buona marchigiana, la polvere sotto il tappeto. Convinti, che quel modello economico e sociale, quello dei distretti per capirci, che è imploso con la crisi, si potesse nuovamente, dandogli una rabberciata alla meglio, replicare in un futuro infinito. Pensando, e operando di conseguenza, ad esempio, che il rilancio di un sistema economico ed occupazionale, possa passare, come negli anni ’60 del secolo scorso, con la costruzione di nuove strade ed infrastrutture a prescindere del costo paesaggistico. O che l’occupazione di migliaia di persone estromesse dal mercato del lavoro, possa riconvertirsi massivamente nel settore turistico. Accantonando, ancora una volta, retaggio questo della subcultura metalmezzadrile, l’idea della valorizzazione e dell’investimento nelle vere ed uniche radici che le Marche hanno, ovvero quelle agricole ed agroalimentari. Spendendo fiumi di denaro pubblico in inefficaci azioni di marketing fine a se stesse, confondendo l’evento con l’espressione dell’arte, e la cultura con il turismo. E facendo confluire un piccolo rivolo di quel denaro, in un’operazione istituzionale e culturale sconcertante: quello di darsi una nuova identità, per legge. Pochi sanno infatti, o ricordano, o preferiscono non ricordare, che nel 2005 il Consiglio Regionale delle Marche, su proposta della Giunta, il cui Presidente, che in precedenza era un dipendente-manager dell’industriale più importante della Regione, ha approvato una legge che istituisce la Giornata delle Marche, il 10 dicembre, festa della Madonna di Loreto; “quale solenne ricorrenza per riflettere e sottolineare la storia, la cultura, le tradizioni e le testimonianze della comunità marchigiana e rafforzarne la conoscenza e l’appartenenza”  Quindi, eventi, premi (il Marchigiano dell’Anno), la ricerca dei marchigiani nei secoli emigrati all’estero. Ma ciò non bastava. Infatti, qualche anno dopo, la Regione ha commissionato l’Inno delle Marche. Prima la partitura musicale, composta dal pianista ascolano Giovanni Allevi (riferendosi a lui, Riccardo Muti dirà “Io ho molto rispetto per le canzonette, per il pop. Ma è appunto un altro mestiere”). E poi, non paga del brano strumentale, ha promosso un concorso di idee pubblico per la scrittura del testo dell’Inno. Giuria presieduta da Mogol. Viene scelto il testo del paroliere marchigiano di Montemarciano, Giacomo Greganti, Presidente della locale Banda Municipale. Riporto il testo, che va letto:

Nel cuore avrò i monti azzurri,
Il mare e poi le verdi terre...
Regione mia, luogo d'arte e poesia,
se io domani dovessi andar via,
vivrei soltanto per ritornare..
Perché ogni giorno io penso a te
Ovunque vai, ritroverai
gente serena e libertà
Piccoli borghi e operose città
L'anima immensa del grande poeta
che ha illuminato la nostra vita
sempre vivrà per l'eternità
se ritorni
se ritorni
tu ritrovi il sorriso
la regione delle Marche:
il Paradiso
se rimani
se rimani
da domani vivrai
tutto un mondo di felicità
Ovunque andrai respirerai
un grande senso di dignità
I paesaggi del gran Raffaello
Puoi rivedere passando di qua
Sono le Marche la terra mia
Luogo di pace e di umanità


Un testo del 2013, non di un’altra epoca. In cui è evidente quale sia l’idea e l’immagine si vuole narrare delle Marche, e che soprattutto si vuole perseguire; per la quale si intende chiamare a raccolta un milione e mezzo di cittadini. Che, da diversi anni, oramai stanno sperimentando sulla propria quotidianità, quanto la propria terra, oramai sia quasi uno sbiadito ricordo di anni felici. Quell’Inno, frutto di una stagione politica, nel cambio di classe dirigente alle elezioni successive, non è stato soppiantato, così come la Giornata delle Marche, ma è rimasto un appuntamento del calendario regionale. Segno, che non ci sono stati grandi cambiamenti. Nonostante l’iniezione di una politica proveniente dalla riproduzione “nostrana” del riformismo emiliano. Una politica che ancora non riesce a fare i conti con la complessità, ad interpretare i mutamenti e a proporre una visione differente, radicalmente diversa. E che quindi, come il cittadino di provincia che è abituato a mettere la polvere sotto il tappeto, decide consapevolmente di proseguire a raccontare una fiction. Una politica che, quando il livello della gestione di un conflitto non è più la chiusura al traffico di un centro storico, ma la paura sociale che ti mette a soqquadro tutta una comunità, sbanda e annaspa, rischiando il k.o. definitivo. C’è l’urgenza,al contrario, di una classe dirigente che abbia l’umiltà e l’intelligenza di invertire drasticamente la rotta. Capace di tornare dagli spot alla realtà. Coinvolgendo i cittadini con processi partecipati e democratici. Le Marche, tanto più dopo i devastanti terremoti del 2016, e l’accadere dei recenti episodi violenti e tragici, espressioni di un profondo disagio sociale e di devianza criminale, ma anche di un radicato estremismo politico dalle tinte nere, non possono più permettersi il lusso di sentirsi ancora raccontare dalla regia, ciò che non sono più da tempo. Solamente Sergio Leone aveva il talento e il genio, come nella scena finale di “C’era una volta in America”, di far credere agli spettatori che la vita che per settant’anni aveva vissuto il protagonista Noodles-Robert De Niro, non fosse il frutto della realtà, ma un grande flashback generato dai fumi dell’oppio. 

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