mercoledì 25 aprile 2018

TANTI AUGURI A TE!

"Non se sta' a culo puzzo', ninì". Non mi ricordo altro, purtroppo. Era il tuo modo severo di correggere una mia postura un po' scomposta, che assumevo nel giocare sul corridoio di casa. Poi, negli anni, ho realizzato che, con quella frase, sicuramente volessi darmi anche un insegnamento etico. Te ne sei andato che avevo poco più di cinque anni. Mi ricordo, che una mattina nonna venne a prendermi anzitempo all'asilo, dalle suore giuseppine. "Nonno sta male", m'aveva detto riportandomi a casa. Poi, io per molte sere ti ho aspettato dietro la porta, quando sentivo i passi lungo la tromba delle scale del palazzo. "Eccolo, stasera torna a casa", mi dicevo; ma poi era sempre qualcun altro... Da allora sono passati tanti anni, fino a quando, tra un trasloco e l'altro, da uno scatolone sono spuntate due medaglie di bronzo. "Ma di chi sono queste?" ho chiesto. C'era inciso "Brigate Garibaldi". "Mah, ce l'aveva nonno, se l'è portate sempre dietro", m'ha risposto babbo. "Ma in che senso, erano le sue, erano di altri?, ho continuato a domandare. "Boh, lui diceva che erano sue, aveva pure una sorta di diploma, ma quello non se 'rtrova più", mi aveva risposto mio padre, quasi a voler chiudere definitivamente, non tanto la conversione, ma una finestra sul passato, sulla sua vita stessa. Ma per me, però, s'era palesato un immaginario portone, che non andava aperto, ma spalancato. E che faceva incontrare le emozioni del bambino, che aspettava in cima alle scale il ritorno del nonno, con il percorso di vita del nipote quasi cinquantenne. E via allora: Archivio dell'Istituto di Storia, del Distretto Militare, dell'Archivio di Stato di Ancona. E poi, sedute di interrogatori modalità "Ispettore Derrick", a mio padre. E, a quasi 50 anni, salta fuori tutto, o quasi. Perché tu non l'hai mai raccontato a casa e, soprattutto, ne sono certo, anche le carte che ho trovato, la tua storia non  documentano proprio tutta. E quindi, eri Partigiano, grado di Sergente, ed eri stato pure arrestato e processato al Tribunale di Ancona, dopo la Liberazione, con altri compagni della Camera del Lavoro, come sobillatore e sovversivo, oltre che ladro. E poi babbo, alla fine, ha parlato; per quel poco che sa, anche lui frugando tra ricordi sbiaditi di un bambino con meno di dieci anni. E quindi, te che stavi a morire di fame come mezzadro sulle campagne di Ostra, non avevi avuto molto scrupolo, per primo verso la tua famiglia, nel nascondere per mesi a casa quei ricchi signori ebrei di Senigallia. Ed i cui figli e nipoti sto cercando in questi mesi, perché credo sia giusto conoscerli. E poi, avevi sotterrato e nascosto le armi dei Partigiani dietro  il pagliaio, e a casa, di notte, facevi le riunioni con Brutti, Galassi e Maggini. Quelli che hanno fucilato a Ostra, perché il prete fascista aveva fatto la spia. E quindi, mi sa tanto, che pure tu, in quei giorni, te l'avevi vista proprio brutta. "Ma poi i partigiani, dopo fucilarono il prete. Hanno fatto bene", m'ha detto babbo. Hanno fatto bene, penso anche adesso io. Ma ci pensi, stavi con Galassi, Brutti e Maggini?! Se di dicessi io con che personaggi in questi anni ho fatto le riunioni politiche, ti accenderesti quella "senza filtro" e ti sganasceresti dalle risate... (ecco, fumavi quella roba lì, questo me lo ricordo, perché nonna si incazzava, chè la sera la lasciavi spegnere sul comodino, che più volte aveva rischiato di prendere fuoco...). Questo eri, questo sei, questo sono. Perché poi, negli anni, quando ho fatto e faccio tutt'ora certe cose, a casa tutti a dire rassegnati "tanto è proprio come suo nonno, non c'è niente da fare...". Ma a me piace pensarti quando hai rubato i polli al padrone perché era un sabotaggio contro il Lodo De Gasperi, e t'hanno arrestato e processato ad Ancona. Perché penso, che oggi i soprusi e le ingiustizie vadano combattuti, e sabotare sia un gesto giusto. E a Erri De Luca, uno scrittore, l'hanno assolto proprio perché incitare al sabotaggio, non costituisce reato. E anche io, credo che oggi essere antifascisti significhi, più che portare corone ai cippi una volta l'anno, opporsi alla Tav, al gasdotto, alle trivelle, a quelli che rubano i beni comuni e il futuro delle persone, e che i territori siano di chi c'è nato e di chi ci abita, e non di chi vuole sfruttarli per speculare e arricchirsi. In questi ultimi mesi, sai, per certi aspetti, mi sono applicato molto. Nel paese dove abito, c'è un' amministrazione comunale incurante dei diritti dei suoi cittadini, e della tutela e valorizzazione di un paesaggio straordinario. "Bene comune" non è un concetto che conoscono; anzi, non sanno neanche il significato italiano delle due parole. Qui prevale ancora il sempreverde "affari propri". Adesso, i cortigiani del sindaco, terrorizzati dall'idea che le persone qui possano autodeterminarsi,  vanno mormorando che io l'anno prossimo mi voglia candidare a sindaco. Più che altro, sono talmente miserabili, che alla fine mi ci costringeranno. Ma non perché abbia io ambizioni; anzi, andare a spasso tra i monti con il cane (si chiama Broz, come il maresciallo Tito, ti sarebbe piaciuto il nome che gli ho dato) mi dà piu soddisfazioni. Però, trovo insopportabile vedere le persone e questo territorio, trattati in questo modo. Per cui, vedrai, che se alla fine mi candiderò, a casa ridiranno "è come suo nonno, che ci possiamo fare...". Giusto, oggi pomeriggio vado a fare una conferenza sulla Famiglia Cervi. In una città, dove da decenni, la politica di ogni colore, sta vendendo la salute dei cittadini all'industriale ricco e potente. Anche i Cervi, come te, erano un po' matti... Qualche anno fa, sai, ho conosciuto la figlia di Antenore, Maria. Gli ho fatto una promessa; anche lei da tempo non c'è più. Sono certo che "la Maria" ti sarebbe piaciuta molto. Come vedi, sergente Serafino, "a culo puzzò", da quando ero piccolo e mi rimproveravi, non ci sono stato più, ma a volte e ancora oggi, non è stato, non è semplice. Però è così, non riesco a essere e a fare diversamente. Ma so che anche tu non ci sei stato mai. Auguri! Oggi è la tua Festa, e di altri che ancora ci sono, e di tanti che non ci sono più. Noi, la nostra Festa, ce la dobbiamo ancora meritare. 



P.S. Su quella bicicletta eri straordinario, non toccavi i piedi per terra, sembri volare, come i sogni. Bravo anche il fotografo dell'epoca. La foto l'abbiamo appesa a casa con noi. Vicino alle  tue medaglie, al quadro con i pensieri dei Resistenti europei, di mio suocero Alfiero (era un vecchio liberale, ma un antifascista vero, più dei tanti che oggi alzano il pugno chiuso, e domattina tornano di nuovo "a bottega"), e al ritratto di Che Guevara, che mi ha regalato un amico pittore.

giovedì 19 aprile 2018

IL PARCO SIAMO NOI (?)


Prosegue, dopo il convegno per l'anniversario del ventennale, l'impegno dei nuovi vertici dell'Unione Montana, il Presidente Pesciarelli e il Vice Santarelli con delega al Parco, per rilanciare il valore e le opportunità dell’area protetta. Il Parco come brand di un nuovo sviluppo locale, espressione dell'idea di una nascente economia turistica. Positive in questi mesi le azioni già messe in campo, capaci di coinvolgere quelle esperienze imprenditoriali locali, che in questi anni hanno scommesso sull'agricoltura e sulla tipicità enogastronomica. Esperienze giovani ed innovative, un tentativo di rifondazione del genius loci. Il partecipato convegno di lunedì 9 aprile all'Oratorio della Carità, ha segnato una significativa tappa di questo percorso, rafforzata in quella sede dalle testimonianze di giovani imprenditrici agricole del territorio del Parco. "Comunità e Territori per un nuovo Appennino", questo il tema, che ha visto alternarsi autorevoli relatori, moderati dal Direttore del Parco Scotti. A partire dall'intervento principale del Presidente del Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano, Giampiero Sammurri, che ha raccontato i risultati di un'area protetta, profondamente diversa dalla nostra, e non solo per la conformazione geomorfologica, ma quanto per essere un territorio molto poco antropizzato. A seguire, la Presidente di Legambiente Marche, Francesca Pulcini, sull'importanza delle attività di educazione ambientale e sulla valorizzazione del patrimonio faunistico e forestale. Progetti già sviluppati nel nostro parco da anni, ma da tempo ridimensionati per i tagli della Regione Marche alle attività dei CEA (Centri di Educazione Ambientale). Jacopo Angelini, del WWF Marche, competente naturalista fabrianese, ha ripercorso i legami storici tra comunità e territorio fin dall'antichità, giustificando anche l'attuale assetto antropico del Parco. La Deputata fabrianese Patrizia Terzoni, autrice insieme ad Ermete Realacci della recente Legge sui Piccoli Comuni, ha illustrato il valore della norma, e le potenzialità future per le oltre cinquemila piccole Municipalità del nostro Paese. Potenzialità, che fanno i conti, per ora, solo con un finanziamento della legge per cento milioni di euro fino al 2023; il che significa, facendo una semplicistica media aritmetica, poco più di tremila euro all'anno per ogni Comune. A chiudere il giro di tavolo, l'intervento del Segretario della Fondazione Symbola, Fabio Renzi, sull'esigenza di ripartenza dei territori del Centro Italia, martoriati dal sisma, le cui eccellenze enogastronomiche rappresentano una speranza di rilancio dell'economia. A tirare le conclusioni, l'Assessore Regionale all'Ambiente, Angelo Sciapichetti che, partendo da una riflessione sul contesto internazionale sulle pericolose schermaglie tra Trump e Putin, ha annunciato poi l'intenzione della Giunta Regionale di riformare l'assetto normativo sulla gestione dei Parchi; prefigurando un unico soggetto centralizzato, lontano dai territori, che avrà la governance di tutte le aree protette regionali. Tutto bene, fin qui, convegno riuscito. Se non fosse che l'effetto che si corre, sia quello di raccontare un altro Parco, diverso da quello reale. Omettendo quello che è stato nei suoi primi diciannove anni. La cui eredità attende alla prova i nuovi amministratori. Ovvero, un'area protetta nata a seguito di molti compromessi politici, al fine di accontentare al meglio tutti gli stakeholder (ambientalisti, imprenditori, cavatori, cacciatori), e che è stata paracadutata sopra le comunità locali, che hanno vissuto fin dall'inizio la sua istituzione come un fastidio, anziché un'opportunità. E ciò è comprovato proprio dall'assenza, in questi venti anni, dagli Organismi Gestionali, dell'azionista territoriale di maggioranza del Parco, che è il Comune di Genga (il 73% della intera superficie). In cui, tanti anni fa, si tenne un referendum popolare se entrare nel Parco o meno, stravinto alla grande dai contrari. Poi, la governance del Parco, è stata sempre utilizzata, ancor prima che per adempiere ai valori e agli obiettivi statutari, per compensare gli equilibri politici tra i partiti e le amministrazioni del territorio. Con il risultato, dopo un ventennio, che è sotto gli occhi di tutti. Quello di ritrovarci un'area protetta fortemente antropizzata e industrializzata, attraversata dalle strade della Quadrilatero, con un elevato impatto paesaggistico ambientale, piena di rifiuti di tutti i generi (televisori, gomme, passeggini, materassi, etc) abbandonati nei boschi, con una segnaletica e sentieristica non curata da anni, con bidoni di cromo esavalente che spuntano sotterrati chissà da chi, e da quanto. Con una significativa percentuale di escursionisti e ciclisti incivili, che lasciano nelle macchia e per strada i rifiuti dei loro passatempi festivi. E, soprattutto, pensando alle trentasette frazioni del Comune di Genga, piccole comunità abitate da adulti, anziani e bambini, completamente abbandonate delle amministrazioni locali, fatta eccezione per l'area strettamente adiacente alla biglietteria e all'ingresso delle Grotte di Frasassi. Senza scherzare più di tanto, si può affermare che l'unica specie in via di estinzione del nostro Parco, sia quella umana, degli abitanti. E, purtroppo, questa visuale nella tavola rotonda, che vedeva come tema principale, proprio quello delle Comunità, è mancata del tutto; così come il tema dell’Appennino, è rimasto un titolo su un manifesto. Ma se davvero si ha l’ambizione di voler scrivere una pagina nuova, è da lì che bisogna ripartire, senza filtri e nella verità, per cambiare radicalmente rotta. Perché il nostro, più di ogni altra esperienza, è per primo un Parco fatto di persone che lo abitano, che hanno bisogno di servizi e che, anche loro, devono essere stimolate a cambiare progressivamente cultura e mentalità. Ma la condizione sine qua non si chiama partecipazione democratica La quotidianità delle persone che vivono nell'area protetta, il loro diritto alla socialità, e a sentirsi una più ampia comunità, non può essere surrogato dall'encomiabile impegno dell'associazionismo locale; ma deve avere visione e azione istituzionale. In questo, se lo vogliono davvero, i nuovi Amministratori dell'Unione Montana, almeno fino a quando la Giunta Ceriscioli non scriverà la parola fine con la ventilata riforma per le aree protette regionali, hanno davanti a loro, come si dice, una prateria sterminata. Giusto il lavoro di comunicazione, promozione, merchandising, ma se non c’è un faticoso impegno per e con le comunità del Parco, avrà ragione la visione del Prof. Olivieri, Presidente del Parco Nazionale dei Sibillini che, intervenendo a margine della tavola rotonda, ha così aperto: "prima ero a Perugia, e per venire a Fabriano ho preso la Quadrilatero e c'ho messo solo 45 minuti". E cioè, un territorio appennino il nostro, da considerarsi come raccordo di collegamento, all’interno di un grande parco avventura domenicale.



giovedì 12 aprile 2018

"FATTI, NON PUGNETTE" (cit. Ass. Cangini)


Provare ad offrire un altro punto di vista sui cantieri Anas-Quadrilatero del raddoppio della statale 76, a pochi giorni dalla notizia che in uno di questi, in località Valtreara di Genga sono stati rinvenuti dalle Forze dell'Ordine sei bidoni di cromo esavalente interrati in un’area di lavoro, rischia di portare fuori binario molte possibili considerazioni, e di far smarrire ogni intenzione di obiettività sull’argomento. Perché, se è vero che la durata e il prolungarsi nel tempo (fine lavori posticipate semestralmente), e alcune modalità organizzative dei lavori stessi, da molto tempo stanno creando disagi agli automobilisti, che quotidianamente utilizzano la tratta Serra S. Quirico-Fossato di Vico, è altrettanto vero che, almeno parimenti, ci sono disagi non lievi che subiscono gli abitanti delle comunità di questa parte del territorio appenninico. E già, perché la statale 76, ed i suoi cantieri Anas-Quadrilatero, non si trovano in mezzo ad una zona desertica, ma in un contesto antropizzato, con molti piccoli centri, e a forte valore ambientale; tra l'altro, siamo all'interno del perimetro del Parco Regionale Naturale della Gola della Rossa e di Frasassi. E i disagi degli abitanti di queste comunità, composte da adulti, anziani e bambini, hanno già tempi più lunghi e duraturi di quelli degli automobilisti: a cantieri in allestimento, a lavori in corso e, soprattutto, a lavori terminati e consegnati, quando le modifiche alla viabilità a quattro corsie, incideranno praticamente sulla quotidianità delle persone. Da molto tempo infatti, sono noti i problemi quotidiani a raggiungere Fabriano per i residenti di Castelletta; quelli dei residenti di Borgo Tufico e Albacina, circondati dai cantieri rumorosi e maleodoranti; ma anche di chi vive a Trocchetti di Fabriano, che si vede già privato di ogni visuale ed affaccio dalla barriera antirumore realizzata a margine della corsia di scorrimento. Poi, i disagi più recenti degli abitanti di Valtreara e Gattuccio, che si prendono fumi e rumori di tutto il traffico pesante, oltre che di quello ordinario, dirottato nella realizzazione del nuovo svincolo lungo la vecchia statale storica. Uno svincolo, quello di Valtreara, che a giudicare dalla sua superficie areale, sembra essere stato pensato come se dovesse immettere traffico all’ingresso di una grande metropoli statunitense, anziché in piccoli centri. Ciò, con un consumo di suolo e di paesaggio abnorme, a detta di tutti coloro che hanno buonsenso. Un risultato frutto di una mediazione rispetto all’idea progettuale originaria, a seguito di esplicite richieste mosse anni fa delle amministrazioni locali gengarine all'Anas-Quadrilatero. Animati, gli amministratori locali, non da un interesse primario per la qualità della vita e dell'ambiente del territorio amministrato, ma esclusivamente dal soddisfacimento dell’ipotetico movimento turistico verso le Grotte di Frasassi, e dalle sollecitazioni ricevute riguardo all’afflusso dei TIR verso le zone industriali locate subito oltre la Gola di Frasassi. Scendendo poi verso Serra S. Quirico, troviamo le frazioni del Comune di Genga come Falcioni, Pontechiaradovo, Palombare e Mogiano. Qui, già da metà febbraio scorso, con l'apertura della nuova galleria di oltre tre chilometri tra Serra S. Quirico e Valtreara, gli abitanti, per andare verso la Vallesina, si vedono costretti prima a tornare indietro verso Fabriano, fino a Valtreara, ed imboccare la nuova strada per andare in direzione Jesi; e così sarà per sempre, anche a raddoppio ultimato. Che significa, per una persona che vive lì, per arrivare a Serra S. Quirico stazione, impiegarci circa venti minuti in più rispetto a prima. E, ad esempio, se per lavoro una persona è un dipendente turnista, venti minuti in più per raggiungere la sede dello stabilimento, gli cambiano significativamente la giornata. E, per fare un altro esempio, se ci si può spostare solo con un Apetto o un motorino, mezzi inferiori a 150 cc di cilindrata, a Serra S. Quirico ci si può già arrivare solo inerpicandosi per i monti (soluzioni consigliare: la cosiddetta strada bianca “di Brega” che sale da Pierosara fino alla sommità Monte Murano, oppure passare per Castelletta, Grotte, S. Giovanni e S. Elia…). Perché, sulla nuova strada del raddoppio a quattro corsie, una volta ultimata, per norma la viabilità è interdetta a cicli e motocicli, oltre che ai cavalli... Se poi un mezzo di soccorso, considerato che in questi luoghi vivono anche persone anziane, avrà necessità di arrivare, lo farà in tempi molto differenti da quelli previsti dalla logistica standard del 118. C’è poi una situazione tragicomica di questi ultimi mesi, in cui, grazie ad una segnaletica caotica e poco chiara, e a navigatori che vanno in tilt, le frazioni di Falcioni e Pontechiaradovo sono sottoposte ad un carico di traffico straordinario, dovuto a tutti quelli che sbagliano direzione e si infilano dentro la Gola della Rossa che è chiusa. Compresi molti bisonti della strada, che rischiano di rimanere incastrati tra le case o le pareti rocciose. A questa ulteriore penalizzazione e marginalizzazione delle frazioni gengarine intorno l'Esino, si potrebbe dare una risposta significativa, mettendo in sicurezza e riparando la vecchia Strada Clementina che passa per la Gola della Rossa, riaprendola al pubblico, e destinandola al traffico locale, dopo che da decenni è stata concessa dal Comune di Serra S. Quirico in uso esclusivo alle imprese delle cave. Un intervento, tra l’altro non economicamente enorme, che potrebbe essere facilitato in questi mesi dai contemporanei lavori di ammodernamento, che si faranno nelle tre vecchie gallerie dopo Serra S. Quirico. Considerato che nel dicembre 2016, il Comune di Serra S. Quirico, ha ricevuto un contributo straordinario di duecentomila euro dal Ministero dell’Ambiente per la messa in sicurezza delle pareti della Gola della Rossa che sovrastano la Clementina. Contributo che, ad oggi, non è stato ancora utilizzato. Ma qualcuno ci ha pensato? E, soprattutto, interessa agli Amministratori Locali? O il Comune di Serra S. Quirico si preoccupa solo di incassare l’aggio previsto a metro cubo per le cave sul Monte Murano, alle cui ditte ha dato la concessione all’estrazione fino al 2048 (quando non ci sarà più rimasto il monte…)? C'è poi un altro aspetto generale, non di poco conto: si provvederà davvero, come previsto, al ripristino ambientale delle aree di cantiere, alle ripiantumazioni, considerato che siamo anche in un Parco? Ci sarà chi vigilerà su questo con rigore? In conclusione, il raddoppio della statale 76, si sta rivelando ciò che si è già manifestato per la statale 77 nel maceratese: un'opera, che in ragione di una presunta velocizzazione dei collegamenti tra Regioni, produce nell’immediato una sostanziale emarginazione dei piccoli centri delle aree interne, e con un saldo paesaggistico ed ambientale fortemente negativo. E poi, chiedo sinceramente ai fabrianesi: ma davvero c'è qualcuno che pensa che la nuova strada porterà nuova linfa allo sviluppo locale? Che la velocità di percorrenza di una strada è direttamente proporzionale ad una ripresa dell’economia, e quale poi? O, forse, da un punto di vista delle attività commerciali, per un cittadino della costa non potrebbe essere più allettante con poco più di un'ora, andare a fare shopping e a consumare servizi per il tempo libero, direttamente in Umbria o in Toscana? E analogamente, per umbro o un toscano, forse diventano più vicine la riviera del Conero o la costa senigalliese. Saltando tutti, da entrambe le direzioni di provenienza, tutto quello che c’è nel mezzo… Rispetto alle fanfare e ai tromboni che suonano la musica della strada nuova, come il nuovo progresso, ne riparleremo tra qualche anno. 


mercoledì 14 febbraio 2018

C'ERA(NO) UNA VOLTA LE MARCHE

La mia sintesi è che vivi in una terra di merda”. Così mi scrive in chat un caro amico, a poche ore dalla tentata strage fascista di Macerata, e a pochi giorni dal barbaro omicidio di Pamela. Scambiandoci, entrambi frastornati, un po’ di sensazioni ed opinioni in rete. Premetto che il mio amico, che vive a diverse centinaia di chilometri di distanza dalle Marche, è una persona che ha un profondo interesse e passione per questi territori, e per i quali si spende generosamente. Io in quelle ore invece, non riuscivo invece a trovare un’espressione che, in poche parole, condensasse chiaramente cosa sono diventate le Marche oggi. Neanche una frase colorita, ma il rigirare in testa da tempo, ancor prima dei fatti di Macerata, di un ragionamento articolato ed in evoluzione. Neanche uno slogan da lanciare a caldo; vero è che per le Marche ce ne sarebbero già sono fin troppi, ma sono anche quelli che portano fuori binario, creando una narrazione fasulla. Sono quelli che la Regione Marche da anni usa per la promozione del territorio, tipo “ViviAmo le Marche”, “l’Italia in una Regione”, “Viaggio nella Bellezza”, ed altri ancora. La situazione drammatica e dolorosa contingente, non mi consentiva di rilanciare neanche “Risorgimarche”, titolo dell’adattamento casereccio del Festival delle Dolomiti. Lassù ideato da uno dei più grandi violoncellisti viventi, Mario Brunello, con i prati e pascoli raggiunti dopo ore di cammino notturno, e concerti in acustico all’alba tra capre e stambecchi, con il pubblico raccolto in piccoli gruppi. E nelle Marche, rivisto e riproposto dall’attore fermano Neri Marcorè, come risposta sensoriale ed emozionale al dramma del terremoto che ha sconvolto l’Appennino; concerti più o meno unplugged di cantanti italiani, con partecipazione massiva di pubblico, a cui si è fatto parcheggiare sui prati migliaia di macchine. Ma ciò era dovuto, e giustificato, dai limiti della “prima volta”. Ora, con lo Stato di Emergenza ancora in corso dopo 18 mesi, e con buone probabilità di ulteriore proroga, preso atto che le Marche non sono ancora risorte, si sta preparando già la seconda edizione del Festival; sperando che la prossima estate, con una energica ripassata di Fender Stratocaster, usate a mo’ di defibrillatore cardiaco, l’Appennino marchigiano si rianimi davvero. Per rendere l’idea delle Marche contemporanee, non va bene neanche la sintesi di regione delle “comunità rancorose”, espressione del sociologo Aldo Bonomi, oramai marchigiano d’adozione. Perché, i marchigiani sono per natura miti, generosi, e a loro modo, seppur un po’ trattenuti e diffidenti, comunque accoglienti. Rancorosi non si nasce, quindi, ma si diventa semmai, per sollecitazioni esterne, e non per natura interiore. Penso semplicemente, ma non da questi giorni, di vivere in una terra drammaticamente smarrita, in cui negli ultimi anni sono venuti meno punti di riferimento e certezze secolari. E che ora non ha gli strumenti, e il fisico (come direbbe qualcuno), per ricominciare da capo, e da sola, dandosi nuove coordinate. E la paura e l’incertezza, nel costruire una visione condivisa ed un futuro diverso, hanno preso, anche tragicamente in molti episodi, il sopravvento. Questa nuova instabilità etica, sociale ed economica, individuale e comunitaria, d’istinto porta tra le braccia di chi, per sua autenticità identitaria ed ideologica, soffia sul fuoco parole d’ordine estreme, ma rassicuranti e protettive al tempo stesso. Risposte semplici per problemi complessi; menzogne elettorali, che però piace sentirsi raccontare. Facendo intravedere di nuovo, anche se sotto stavolta inquietanti vesti, quello ai marchigiani, molto più che agli italiani in genere, manca di più da qualche anno: un padrone. Ma non da intendersi in senso autoritario e repressivo; ma paternalistico, dalla voce rassicurante e dalla mano carezzevole. Buono, in sostanza, con chi gli si affida. Clemente, con quelli che non lo amano. Saranno probabilmente queste caratteristiche della figura padronale, che avranno indotto un profondo analista delle Marche come Aldo Bonomi, a definirci una terra temperata dal “capitalismo dolce dei distretti”.  Perché in fondo, le Marche, un padrone ce l’hanno sempre avuto. Prima il Papa, poi il Re e Lui, e nel corso del Novecento un padrone più tradizionale, regionale, quello della fabbrica o il proprietario fondiario, a seconda delle situazioni. Un padrone al plurale, espressione della aricolazione dei cosiddetti distretti economici. Che era, a seconda dei territori, direttamente o indirettamente, anche padrone culturale, politico, e talvolta, istituzionale. Che faceva e disfaceva, assicurando di farlo per il bene comune. Ma in verità, si può oggi constatare, guardandosi intorno, che è stato sempre prevalente l’operare per il proprio esclusivo profitto: nell’economia, nelle banche, nei rapporti imprenditoriali, nella politica. Sapendo far svolgere sempre il proprio ruolo a tutti. C’era il partito del padrone, che riusciva a contenere e far convivere, sotto il grande mantello bianco, l’impegno sociale del cattolico democratico e il rigurgito del fascista, sedando per decenni le pulsioni di quest’ultimo. E anche per l’opposizione politica, rossa e laica, c’era un pezzetto di potere che veniva dispensato sotto un tavolo abbondantemente apparecchiato, a seconda delle convenienze. Nelle Marche miti e prudenti, persino i brigatisti rossi, sono stati “da salotto”. E tutto questo sistema, per molti decenni, nella regione ha funzionato, e garantito, come si dice ora, la coesione sociale. E ha riempito pance e saccocce. C’era lavoro per tutti; anzi, negli anni, tante migliaia di persone sono arrivate nelle Marche, perché a tutta quell’offerta di occupazione, i marchigiani da soli non bastavano. E il lavoro c’era per tutto il nucleo familiare, marito e moglie, e il posto passava da padre in figlio. E tutti, stavano bene, c’era benessere diffuso. E il marchigiano sobrio, prudente, riservato e pudico, avvezzo a non allargarsi mai più di tanto, era contento. E i problemi, alcuni fenomeni di devianza e marginalità, che sempre ci sono stati, venivano messi discretamente sotto il tappeto. L’importante era che non se ne parlasse troppo. Che il vicino di casa sapesse, era normale, ma per pudore di caseggiato, non si andava oltre il bisbiglio. Basti pensare nelle Marche, negli anni ’70 e ’80, a che cosa fosse il fenomeno delle tossicodipendenze. Con l’eroina che a Jesi, tanto per fare un esempio vissuto da ragazzino, veniva spacciata a giorno in Piazza della Repubblica davanti il Teatro Pergolesi. E di notte nelle discoteche, sempre con discrezione e pudicizia, il figlio del libero professionista e dell’imprenditore, strisciava nel bagno le centomila lire di cocaina per il capriccio del sabato sera. Perché, farsi una pera, per i figli della ricca borghesia marchigiana, era considerato sconveniente; quello era un rito riservato ai giovani dei ceti medio bassi. Sempre negli anni ’70 e ’80, non un mese fa. E all’epoca, gli spacciatori erano tutti bianchi, local. E anche allora c’era il problema della sicurezza urbana; ma al posto della videosorveglianza, per i tanti che dalla fanciullezza erano abituati a stare fuori di casa, c’era la voce della mamma, o di una coesa rete sociale parentale, che  ammoniva “basta che non vai a giardini, che lì ci sono i drogati”, oppure “non prendere niente da nessuno quando esci da scuola”  Ma, con il conto corrente in ordine, i risparmi investiti nei fondi consigliati dal persuasivo funzionario di banca, e con la seconda casa al mare o in collina, al marchigiano metalmezzadro (status che per definizione è indice di subalternità e sottomissione), poco gli importava di quello che intanto combinava il padrone.  Sia in fabbrica e sul territorio, sia in qualche saletta riservata di un buon ristorante di pesce della costa. Perché, in fondo, si stava bene. Le Marche erano un’isola felice, tanto ancora da permettersi, nei piccoli centri, il lusso di lasciare le chiavi sulla porta. Poi, ad un certo punto, con l’implosione dei grandi partiti tradizionali, quelli della cosiddetta Prima Repubblica, ma anche complice il processo di secolarizzazione religiosa, il sistema perfetto ha cominciato a scricchiolare. Si sono aperte delle crepe, provocando un primo indebolimento culturale, ideale ed etico. Crepe sulle quali, dall’esterno, o meglio dai monitor televisivi, era cominciato il lungo ma efficace bombardamento della “cultura del Drive-In”. Ma, comunque, ancora c’era il padrone che intanto reggeva; il benessere materiale diffuso non era stato aggredito. Poi però è arrivata, d’improvviso, la crisi. E dalla Grande Mela alla Valle dell’Ete, si è propagato lo tsunami.  Il padrone, nelle sue molteplici ramificazioni, è saltato, ed è saltata pure la banca dei marchigiani, e sono cominciati i guai. Quelli veri, quelli che d’improvviso ti ritrovi in mezzo alla strada senza lavoro. Non solo c’è solo da imparare a tirare la cinghia, ma si comincia a consumare i risparmi propri, e quelli dei genitori. I fiumi di denaro pubblico di ammortizzatori sociali, per un decennio hanno sedato ed anestetizzato, per migliaia di persone e famiglie, il dolore e l’angoscia per il proprio futuro. Ma ora l’effetto dopante sta esaurendosi. Il marchigiano è passato da una vita per certi aspetti chiara in ogni suo passaggio, dalla “culla alla tomba” per usare un termine del welfare nordico. Dove si poteva avere la certezza anche che, in qualche modo, il padrone si sarebbe fatto carico delle sue improvvise difficoltà e umane debolezze. Per approdare ad un nuovo, imprevedibile ed indesiderato, status. In cui adesso ci si guarda intorno smarriti, convinti che non è possibile che anche stavolta il padrone non si farà carico di noi. Noi che, a partire dal voto, gli abbiamo dato tutto. Ma stavolta, invece “i nostri” non arriveranno più per davvero. Ed è in questo nuovo e non preventivato contesto, che salta il cosiddetto tappo. O meglio, salta l’idea e il valore di comunità, di un tratto identitario. Si è pronti per il tutti contro tutti, in un desolante far-west territoriale. Si perde l’innocenza e si scopre la violenza. Quella privata, domestica, e quella politica ed ideologica, xenofoba, razzista, e fascista. Però il marchigiano, per sua natura, anche in queste barbare dinamiche, continua a mettere la polvere sotto il tappeto. Sempre pubbliche virtù, ma vizi privati.  Quindi, ad esempio, non l’altra settimana, ma dodici anni fa, quando proprio a Macerata il direttore bianco del teatro, riempì di botte la moglie, e la buttò in un cassonetto della spazzatura mezza morta, fu considerato già allora normale, che l'allora Sindaco della città, fosse andato a trovare in galera il marito carnefice, piuttosto che la moglie vittima, in coma farmacologico all’ospedale. Così come adesso, di nuovo a Macerata, una comunità non più communĭtas, ma aggregato di persone impaurite e spaesate, senza più punti di riferimento, si trova malcelatamente, istintivamente e pudicamente, a giustificare perfino il terrorista fascista, anziché a schierarsi spontaneamente dalla parte delle vittime, e sentirsi per prima vittima anch’essa come intera città. Ma questo era già accaduto quasi due anni fa a Fermo, quando un fascista locale ha assassinato un ragazzo nigeriano che passeggiava con la moglie, in pieno centro. In fondo, il fascista fermano, rispetto al nero migrante ammazzato, viene dai più considerato "un figlio nostro". Ipnotizzati, gran parte, dall’idea che se nelle Marche ce la passiamo male, la colpa è dei migranti. E a questa paura, istintiva e razionalmente ingiustificata da ogni dato sociale oggettivo e statistico, il senso di communĭtas non glielo si può restituire importandolo da fuori. Bisogna rigenerarlo dall’interno, lentamente e faticosamente, sedendosi accanto agli impauriti, e ricominciando da capo. La paura ha sempre bisogno di essere identificata, impersonata; e spesso non è mai la fisionomia del più forte e cattivo, ma il più debole. Levarsi dalle scatole un po’ di migranti, è più semplice e consente di evitare di guardarsi dentro, a ciò che si è, piano piano, diventati. Oggi la regione, è un insieme di tante “non comunità” in cui, anche a seguito di una sciagura come un terremoto, dopo i primi tempi, nel prolungarsi di un’emergenza senza alcun barlume di ricostruzione, le persone sono approdate ad uno stato di cattività ancestrale, ed i terremotati si sono ritrovati spesso l’uno contro l’altro, per l’ottenimento di un diritto, che è semplicemente quello di riabitare in fretta il proprio luogo d’origine. Ora le Marche, più di altre regioni, sono in uno stato di allarme conclamato, codice rosso per usare un’espressione sanitaria. I dati economici e sociali, quelli veri e non quelli dei comunicati stampa istituzionali, descrivono una regione che per dinamiche sociali ed occupazionali, sta ben al di sotto di territori del Mezzogiorno. Con numeri da defibrillatore. Se si è arrivati fin qui, è anche, e per certi aspetti soprattutto, perché negli anni la politica e le Istituzioni, e le classi dirigenti in genere, hanno sottovalutato in molti casi; valutato in altri con estrema superficialità alcuni segnali. Ma giustificato sempre, nella ricerca di un consenso a tutti costi, alcuni fenomeni. Un metodo di analisi e sintesi, espressione di un collettivo “tanto sò regazzi”. E, cosa più grave, ha continuato a narrare ufficialmente una regione che non c’è più da tempo, e non avendo in testa, neanche in bozza, quella che dovrebbe essere. Evitando, aggirando, mettendo, la politica anch’essa, da buona marchigiana, la polvere sotto il tappeto. Convinti, che quel modello economico e sociale, quello dei distretti per capirci, che è imploso con la crisi, si potesse nuovamente, dandogli una rabberciata alla meglio, replicare in un futuro infinito. Pensando, e operando di conseguenza, ad esempio, che il rilancio di un sistema economico ed occupazionale, possa passare, come negli anni ’60 del secolo scorso, con la costruzione di nuove strade ed infrastrutture a prescindere del costo paesaggistico. O che l’occupazione di migliaia di persone estromesse dal mercato del lavoro, possa riconvertirsi massivamente nel settore turistico. Accantonando, ancora una volta, retaggio questo della subcultura metalmezzadrile, l’idea della valorizzazione e dell’investimento nelle vere ed uniche radici che le Marche hanno, ovvero quelle agricole ed agroalimentari. Spendendo fiumi di denaro pubblico in inefficaci azioni di marketing fine a se stesse, confondendo l’evento con l’espressione dell’arte, e la cultura con il turismo. E facendo confluire un piccolo rivolo di quel denaro, in un’operazione istituzionale e culturale sconcertante: quello di darsi una nuova identità, per legge. Pochi sanno infatti, o ricordano, o preferiscono non ricordare, che nel 2005 il Consiglio Regionale delle Marche, su proposta della Giunta, il cui Presidente, che in precedenza era un dipendente-manager dell’industriale più importante della Regione, ha approvato una legge che istituisce la Giornata delle Marche, il 10 dicembre, festa della Madonna di Loreto; “quale solenne ricorrenza per riflettere e sottolineare la storia, la cultura, le tradizioni e le testimonianze della comunità marchigiana e rafforzarne la conoscenza e l’appartenenza”  Quindi, eventi, premi (il Marchigiano dell’Anno), la ricerca dei marchigiani nei secoli emigrati all’estero. Ma ciò non bastava. Infatti, qualche anno dopo, la Regione ha commissionato l’Inno delle Marche. Prima la partitura musicale, composta dal pianista ascolano Giovanni Allevi (riferendosi a lui, Riccardo Muti dirà “Io ho molto rispetto per le canzonette, per il pop. Ma è appunto un altro mestiere”). E poi, non paga del brano strumentale, ha promosso un concorso di idee pubblico per la scrittura del testo dell’Inno. Giuria presieduta da Mogol. Viene scelto il testo del paroliere marchigiano di Montemarciano, Giacomo Greganti, Presidente della locale Banda Municipale. Riporto il testo, che va letto:

Nel cuore avrò i monti azzurri,
Il mare e poi le verdi terre...
Regione mia, luogo d'arte e poesia,
se io domani dovessi andar via,
vivrei soltanto per ritornare..
Perché ogni giorno io penso a te
Ovunque vai, ritroverai
gente serena e libertà
Piccoli borghi e operose città
L'anima immensa del grande poeta
che ha illuminato la nostra vita
sempre vivrà per l'eternità
se ritorni
se ritorni
tu ritrovi il sorriso
la regione delle Marche:
il Paradiso
se rimani
se rimani
da domani vivrai
tutto un mondo di felicità
Ovunque andrai respirerai
un grande senso di dignità
I paesaggi del gran Raffaello
Puoi rivedere passando di qua
Sono le Marche la terra mia
Luogo di pace e di umanità


Un testo del 2013, non di un’altra epoca. In cui è evidente quale sia l’idea e l’immagine si vuole narrare delle Marche, e che soprattutto si vuole perseguire; per la quale si intende chiamare a raccolta un milione e mezzo di cittadini. Che, da diversi anni, oramai stanno sperimentando sulla propria quotidianità, quanto la propria terra, oramai sia quasi uno sbiadito ricordo di anni felici. Quell’Inno, frutto di una stagione politica, nel cambio di classe dirigente alle elezioni successive, non è stato soppiantato, così come la Giornata delle Marche, ma è rimasto un appuntamento del calendario regionale. Segno, che non ci sono stati grandi cambiamenti. Nonostante l’iniezione di una politica proveniente dalla riproduzione “nostrana” del riformismo emiliano. Una politica che ancora non riesce a fare i conti con la complessità, ad interpretare i mutamenti e a proporre una visione differente, radicalmente diversa. E che quindi, come il cittadino di provincia che è abituato a mettere la polvere sotto il tappeto, decide consapevolmente di proseguire a raccontare una fiction. Una politica che, quando il livello della gestione di un conflitto non è più la chiusura al traffico di un centro storico, ma la paura sociale che ti mette a soqquadro tutta una comunità, sbanda e annaspa, rischiando il k.o. definitivo. C’è l’urgenza,al contrario, di una classe dirigente che abbia l’umiltà e l’intelligenza di invertire drasticamente la rotta. Capace di tornare dagli spot alla realtà. Coinvolgendo i cittadini con processi partecipati e democratici. Le Marche, tanto più dopo i devastanti terremoti del 2016, e l’accadere dei recenti episodi violenti e tragici, espressioni di un profondo disagio sociale e di devianza criminale, ma anche di un radicato estremismo politico dalle tinte nere, non possono più permettersi il lusso di sentirsi ancora raccontare dalla regia, ciò che non sono più da tempo. Solamente Sergio Leone aveva il talento e il genio, come nella scena finale di “C’era una volta in America”, di far credere agli spettatori che la vita che per settant’anni aveva vissuto il protagonista Noodles-Robert De Niro, non fosse il frutto della realtà, ma un grande flashback generato dai fumi dell’oppio. 

martedì 30 gennaio 2018

GENTILE CANDIDATA, GENTILE CANDIDATO, ...

Gentile candidata, gentile candidato,

invertendo una prassi consolidata, stavolta la tradizionale lettera elettorale gliela la scrivo prima io. Le anticipo, volendola da subito rassicurare, che non troverà a seguire lamentele e proteste, o la solita “lista della spesa”. E ce ne sarebbero, sapesse, di cose da scrivere.

Ma non è il mio modo di vedere le cose, né tantomeno il mio stile. Ho molta storia alle spalle e, come può immaginare, in diversi millenni, ne ho viste di tutti i colori. Grazie a me, senza voler essere ingeneroso con altri, si è davvero fatta l’Italia.

Immagino che nel prossimo mese potrebbe venire da queste parti; e ciò rappresenterebbe un fatto indubbiamente positivo. Avrà modo di rendersi conto direttamente, se finora non ne ha avuto occasione, di quale davvero sia la realtà.

Negli anni, sono stato ripetutamente al centro dell’attenzione della politica; soprattutto quella parlata e dei convegni. Ma anche di interessi particolari, dei quali la politica spesso si è fatta interprete e complice. Pensava di guidare i processi, di controllare, ma poi ha sempre lasciato fare. Ho pagato un prezzo alto in tante scelte fatte, che meglio definirei subite; riportando ferite che non sono rimarginabili. Sono state tutte, se non generate direttamente, quantomeno legittimate dalla politica. Che pretendeva di conoscere i problemi, di avere le soluzioni migliori per il mio futuro, di decidere cosa fosse giusto fare. E questo atteggiamento sbagliato, persevera ancora oggi e, almeno in questo, mi permetta di suggerirle un netto cambio di passo.

Non sarebbe onesto da parte mia, non riconoscere che talvolta le iniziative prese, fossero anche animate da buone intenzioni. Ma il limite, alla fine, che ne ha sempre decretato la parzialità della riuscita, se non il fallimento, era quello di essere state pensate in stanze troppo lontane da qui, con la conseguenza di una grande superficialità delle scelte individuate. Altre invece, erano espressamente la risposta a bisogni e diritti che non erano i miei, anzi contrastavano fortemente con la mia natura ed identità. Si dichiarava di fare un favore a me, ma in realtà si facevano favori ad altri. E il prezzo di questo, di volta in volta, lo pagavo io.

Adesso, come avrà modo di vedere, sto abbastanza malmesso. La mia situazione, per usare un’espressione cara alla politica, potrebbe definirsi di estrema precarietà. Ciclicamente, c’è stato sempre chi per me, a suo dire, aveva sempre la soluzione efficace, risolutiva. Ma io, ogni volta, vedevo solo il prefigurarsi di un aggravamento della mia condizione.

E ciò perché, nel passato come oggi, venivo sempre estromesso da qualsiasi processo partecipativo e decisionale.

Anche in questi tempi recenti, parlate di me, parlate per me, ma non sapete niente di me.

Penso che, se vogliamo provare per una volta ad essere onesti l’uno con l’altro, dobbiamo avere il coraggio di tirare una riga. Punto e a capo. E ripartire.

Guardando dal basso e non più dall’alto. Da qui, e non da altrove. Dall’io al noi. Se si chinerà un poco, è scomodo e faticoso lo so, e guarderà da terra, vedrà che molte azioni che i politici hanno sempre pensato essere giuste, in realtà non servivano; anzi sono state dannose. O meglio, servivano ad altri, ma non a me.

Lo so, nella campagna elettorale si va di fretta, si corre da un appuntamento all’altro. Toccata e fuga. Qualche stretta di mano, la foto di rito, e via.

Le chiederei invece, di spendere un po’ più del suo tempo se passerà da queste parti; potrebbe arrivare anche ad orari insoliti, rispetto alla ritualità degli incontri elettorali. E quando sarà qui, osservi; anzi, impari a guardare. Lo faccia da fermo o camminando a piedi; dal vetro della macchina molte cose fondamentali le sfuggirebbero. Ascolti. Le anticipo che potrebbe trovarsi di fronte a molte situazioni dolorose, si prepari.

Non faccia promesse, però. Nel tempo, qui si sono promessi già tutto. Non prenda impegni particolari, perché non è detto che lei poi, a prescindere dalla sua volontà, riesca a mantenerli. Come sa meglio di me, poi le questioni, in altre sedi, quando è il momento, non dipendono solo da lei. Ci sono anche gli altri. E, tra questi, anche quelli che intenderanno usare, per i loro interessi, la sua buona volontà.

A me basterebbe una sola cosa, su cui potremmo stringere un patto. Che lei tenga fede, sempre, nella sua auspicabile futura attività di eletto, a due articoli della Costituzione Italiana. L’articolo 3 e l’articolo 9. Se sarà capace di declinare ogni sua azione, proposta, secondo quello che c’è scritto lì, vedrà che ne trarrò vantaggio anche io.

Soprattutto se quegli articoli, rappresenteranno per lei, in ogni momento, il limite sotto il quale, non ci potrà essere nessuna mediazione o compromesso. Se così sarà, sono fiducioso che stavolta potrebbe davvero aprirsi davvero una nuova stagione.

La aspetto nelle prossime settimane. Io resto fermo al mio posto. Potrebbe capitare, come è già capitato molte volte, che io debba muovermi all’improvviso. Ma è per pochissimo tempo. Poi mi riposiziono di nuovo.

Per cui, alla fine se non ci incontreremo, sarà perché le priorità della sua agenda politica, la porteranno ad andare da altre parti e a preferire altri incontri.

In bocca al lupo (io posso dirlo consapevolmente) per la sua campagna elettorale.


Cordialmente, Appennino Italiano.  


lunedì 18 dicembre 2017

I CAPPONI DI NATALE

Natale lo incontro tutte le mattine, quando con l’apetto va a fare la spesa per lui e per la moglie, e a volte stanno insieme dentro l’apetto che scorrazza per la salitella. Ma la spesa la fa anche per i capponi e i tacchini. Si, perché Natale intorno casa tiene polli, capponi e tacchini, allevati a terra. E ne ha grande cura, nonostante l’età avanzata. Quando passa con l’Ape, Natale alza la mano in segno di saluto, ed io ricambio. Oramai è divenuto un codice quotidiano. Quando è capitato, con Natale, alla festa della frazione, dopo la Messa e la processione, si sono fatte sempre due chiacchiere. Lui sta arrabbiato su come viene gestito il territorio, e su quale considerazione abbiano le persone che vivono qui. Non so perché, ma gli sto simpatico, forse perché la penso come lui. Lui abita dopo il ponte del fiume, e con l’apetto fa pure le gallerie. Dopotutto, lui non ha altri mezzi, e la strada Clementina, quella fatta dal Papa nel 1700, e che consentirebbe a Natale di guidare un po’ più tranquillo, ancora non la riaprono. Prima bisogna pensare la raddoppio della Quadrilatero, al turismo e poi, se ci scappa, pure a quelli che vivono qui. La casa di Natale sta sotto il monte, dal quale si staglia uno sperone di roccia giurassica, scaglia rossa, che qui chiamano la “sedia del Papa”, in onore Leone XII, il Papa della Genga, nato qui. Lo sperone è il segno distintivo di questa valle, un’architettura geologica che sembra quasi il guardiano di questa parte d’Appennino. Ha un suo grande fascino, e gli abitanti del posto ci sono affezionati. Il 30 ottobre 2016, lo sperone ha resistito alla magnitudo 6.5, che ha finito di tirar giù l’Appennino; chissà in centinaia di migliaia di anni, a quante magnitudo questo gigante avrà resistito. Da tempo, ferrovie e Anas non guardano di buon occhio lo sperone, che si erge sopra strada e ferrovia. La natura è sempre un fastidio per le grandi opere infrastrutturali, un intralcio. Il Comune si preoccupa, ad un certo punto, del fatto che lo sperone possa avere subito danni con i terremoti del 2016, ed essere divenuto un pericolo incombente. Ed ha un idea geniale, nella sua primitiva semplicità: si potrebbe far saltare con l’esplosivo. La cosa viene a conoscenza delle associazioni ambientaliste e per la tutela del paesaggio, che fanno presente una cosa banale: guardate, che nel ventunesimo secolo, ci sono metodi per mettere in sicurezza abitati e strade, che possono essere anche capaci di salvaguardare in maniera conservativa il territorio, ed anche le persone. Ma vuoi mettere una bella esplosione? Dopotutto, qui è una prassi consolidata, con le cave i botti sono settimanali, da decenni. Ultimamente, i cavatori hanno un po’ esagerato con il potenziale pirico: ad una famiglia che abita vicino casa di Natale, il botto di una mina di cava gli ha buttato giù i piatti dalla credenza. Poi c’è il Sindaco. Che come nella trama manzoniana dei Promessi Sposi, che narra dei capponi di Renzo (qui, nel caso, quelli di Natale), interpreta in maniera perfetta il ruolo di Don Abbondio. Un Sindaco, il cui Comune, Genga, nonostante molti danni del terremoto, sta fuori dal cratere sismico. E questo, non perché i legislatori siano stati malvagi e abbietti, con questa povera comunità di millesettecento e rotti abitanti. Tanto che, sollecitato da me ed altri a battersi, contattando i parlamentari del territorio, per far inserire Genga nel cratere, la mattina del 18 novembre 2016, mi manda questo sms alle ore 12.00: “Viste le prescrizioni di Fabriano non so se è meglio ai fini turistici”. Stop. Orbene, Il Sindaco, preoccupato della ipotetica pericolosità dello sperone e, ancor più dell’incolumità delle persone, di quella penale del suo status di amministratore, commissiona uno studio per verificare la stabilità del monolite roccioso. Si badi bene, la 6.5 c’è stata il 30 ottobre 2016, e l’atto di incarico ai tecnici per le verifiche, è datato 28 agosto 2017. La preoccupazione ha i suoi tempi di maturazione da queste parti. E lo studio, settimane dopo, evidenzia che le scosse potrebbero aver reso instabile lo sperone. Partono le riunioni tra Enti sul da farsi; chi è per il grande botto e chi si oppone, come Sovrintendenza e Parco. E allora il Sindaco, intimorito sempre per il suo profilo di responsabilità penale, che fa? L’11 dicembre scorso fa una bella Ordinanza, la n. 109, in cui chiude la strada comunale sotto lo sperone, e sgombera d’imperio Natale, e tutti quelli che abitano lì intorno, richiamando le normative dell’emergenza sul terremoto. Prevedendo che gli sfollati, dopo aver lasciato le proprie case, possano usufruire, se lo ritengono, del contributo di autonoma sistemazione, proprio come i terremotati. Il tutto, dopo aver tenuto incoscientemente Natale ed altri cittadini che abitano lì, oltre quelli che ci sono passati, per oltre un anno in condizioni di presunta pericolosità personale. E i capponi di Natale, quando a questo povero vecchio lo costringeranno ad andar via, che fine faranno? E anche gli altri animali domestici di quella frazione, quando e se ci sarà l’esplosione, verranno evacuati come le persone, o verranno travolti dai detriti? E l’altro ottuagenario malato che non esce di casa, come lo portano via? Dove li confineranno? Gli faranno fare le festività a casa o li buttano fuori prima? Io non so se a Natale e agli altri gliel’hanno ancora detto che li cacciano via, considerato che ad oggi l’ordinanza non è stata ancora pubblicata sull’Albo Pretorio on line del Comune, così come dispone la legge. Alla fine glielo dirò forse prima io a Natale, domani mattina, quando passa con l’apetto, lo fermo e ci parlo. Tutta questa, altri non è che una “piccola storia ignobile”, una delle tante, in cui i veri elementi pericolosi, ben più di uno sperone giurassico, sono gli amministratori locali di una comunità. E che dovrebbero, considerati i loro comportamenti, essere i primi a venir gentilmente sgomberati, per pubblico interesse, dai propri ruoli; in cui quotidianamente, brillano, come le mine, solo per disattendere alla Costituzione della Repubblica Italiana, sulla quale hanno giurato. 

giovedì 14 dicembre 2017

SORRIDETE, GLI SPARI SOPRA SONO PER NOI

Tribù: [tri-bù] s.f. inv. 1 ETNOL Forma di società primitiva costituita da un raggruppamento di famiglie, etnicamente, linguisticamente e culturalmente omogeneo, con ordinamenti propri, gerarchicamente organizzato sotto la guida di un capo. (dal Dizionario della Lingua Italiana Hoepli Ed.)

E già, perché questa sarebbe la concezione della Fondazione Merloni riguardo agli abitanti dell’Appennino terremotato. Infatti, il progetto “Salvare l’Appennino”, si rivolge a 10 tribù: gli allevatori, gli amministratori locali, le comunità scolastiche, gli agricoltori, gli immigrati, gli emigrati di ritorno, i pendolari, i possessori di seconde case, gli operatori di settori di nicchia (turismo, prodotti tipici,…), i  camminatori.
Gli abitanti dell’Appennino intesi non come cittadini della Repubblica, così come li definisce la Costituzione e facenti parte di una Nazione (parola che, guarda caso, nella Prima Parte della Carta, trova utilizzo solo nell’art. 9, quello in cui si parla di cultura, paesaggio e patrimonio storico), ma considerati dei gruppi umani, scarsamente avvezzi alle conoscenze e alle regole di una comunità statale, organizzata e civilizzata.
Il territorio appenninico, di conseguenza, inteso non come spina dorsale (per primo geomorfologica) di un sistema Paese, ma come una sorta di prateria, abitata, senza alcun ordine e logica, da nativi primordiali. Da conquistare e colonizzare.
L’Appennino al contrario, viene riconosciuto dalla storia come luogo fondamentale per lo sviluppo antropico, culturale, sociale e civile dell’intera Italia; e questo già dall’età del bronzo. I cosiddetti Popoli Appenninici: Umbri, Piceni, Sabini, Osci, Sanniti, Etruschi Latini.
Nel definire e classificare, nel XXI° Secolo, tribù gli abitanti dell’Appennino, secondo una suddivisione che non è più neanche etnica e storica, ma in qualche modo socioeconomica, più che offendere le persone, si rischia di essere ridicoli.
Anche se l’espressione linguistica, volesse essere stata intesa ad uso di un nuovo accattivante brand, o strategia di marketing.
Sorprende che, tra tutte le tribù, manchi proprio la più importante: quella della conoscenza e del sapere. Eppure, sull’Appennino, dal 1336 c’è l’Università di Camerino; esempio di tenace dell’“etica della restanza”, ancor di più dopo il terremoto. E che, con i suoi circa 63 ml di euro di bilancio, è l’impresa locale più importante dell’Appennino.
Di conseguenza, anche l’Appennino ferito dal sisma, diviene per una determinata filiera economica, un territorio di espansione e un nuovo mercato; un’area geografica dove sperimentare nuove ambizioni per attività di impresa.
La buona idea di partenza c’è, ed è quella di predeterminare per un futuro assetto geopolitico, una specifica Macroregione Appenninica, che superi i confini regionali.
Ma questa, è un’idea che non può essere codificabile esclusivamente ai fini economici; tanto che già mesi fa, uguale idea è già stata sviluppata dalla rete Terreinmoto Marche, che rappresenta cittadini e realtà associative di base, dalla connotazione sociale e civica, e che pensa al futuro dell’Appennino mettendo al centro le persone che lo abitano.
La prima proposta rappresenta una sorta di preambolo del passato: la realizzazione di una nuova strada che colleghi la statale 77, da Tolentino, alla Salaria fino al Lazio. Mettendo in cantiere un ulteriore e impattante consumo di suolo, in un territorio in cui da spolpare a livello paesaggistico ed ambientale, c’è rimasto giusto l’osso.
I progetti si fondano su una concezione subordinata della società: quella di un IO superiore, che conosce, a differenza dell’appartenente alla tribù, e gli spiega come deve vivere, lavorare, intraprendere, relazionarsi.
Mentre, non solo il da farsi dopo il terremoto (dove lo stato delle cose, dopo 16 mesi, è anche la conseguenza dell’abuso del concetto politico ed istituzionale dell’IO), ma ancor prima, esigeva già la messa in campo di una nuova pratica del NOI, con processi di democrazia e partecipazione dal basso, non solo informativi, ma decisionali.
Capaci di rafforzare il valore e l’identità di un territorio, e di rendere ragioni motivazionali concrete, a quanti per scelta sull’Appennino avevano deciso di restare, e a quelli che avevano scelto di radicarvisi.
C’è un progetto in particolare che mette in evidenza molte delle contraddizioni generali: quello delle vacche nutrici, un’idea di allevamento intensivo dei bovini, già pensato anni fa dalla Granarolo, e rigettata dagli allevatori molisani. Al pascolo, allo stato brado e alla transumanza, si sostituiscono mega stalle di produzione; come se si ignorasse il fatto che le grandi centrali agroalimentari, già oggi, pagano ai piccoli e medi allevatori, meno della metà del costo al litro di produzione del latte. Come se non si volesse avere la consapevolezza che il futuro in generale dell’allevamento, rispetto al costo sull’ecosistema planetario, è obbligatoriamente quello di allevamenti non più intesivi. Anziché partire dalle peculiarità agricole e zootecniche di un territorio, uniche perché legate per primo alla conformazione del paesaggio, si persegue il metodo dell’imposizione di altri modelli e scelte, facendo leva su una prossima resa per fame di piccole imprese agricole, stremate negli anni da politiche sbagliate.
Discutibili, anche le proposte sul turismo, in cui l’Appennino viene considerato come un grande villaggio vacanze, in cui gli abitanti non sono elementi essenziali, ma quasi un fastidio; utili semmai come dipendenti di grandi vettori della movimentazione turistica.
In questo, ad esempio, il progetto dell’home sharing per le seconde case (e anche per gli eremi…), rappresenta una conferma. I tanti patrimoni immobiliari, frutto di lasciti e eredità di parenti, hanno un futuro, non come case vacanze da acquisire ed affittare ad anonimi turisti stagionali, ma se gli stessi proprietari che le utilizzano sporadicamente, saranno incentivati a custodirli, metterli in sicurezza, riscoprendo una concretezza del valore della memoria e delle radici; proprietari che, nonostante siano anche loro spesso in parte responsabili di un depauperamento, hanno continuato comunque negli anni a contribuire, in virtù del diritto di proprietà, alla fiscalità locale, con voci significative per i bilanci di tanti piccoli Comuni.
“Salvare l’Appennino” si rivela come la conferma di un modello politico, economico e culturale, che ha esaurito da tempo forza e legittimazione, ma che cerca di riconvertirsi e riposizionarsi.
L’Appennino ha bisogno di altro; e questo passa per nuovi modelli e pratiche che nelle fasi successive al sisma sono già in fasi di sperimentazione; a livello democratico, civico ed economico. La strategia dell’abbandono, che fenomeni quali un terremoto, semplicemente accelera, si combatte con una ricostruzione, che ancor prima che strutturale ed ingegneristica, sia etica e civile.
E le credenziali e la credibilità per essere protagonisti e motore di questo non appartengono a tutti. Ma le possiedono quelle esperienze che nel tempo sono state capaci di essere antagoniste di un determinato modello economico, e di offrire alle persone, ai cittadini, le ragioni di un nuovo sentimento comunitario.  
La salvezza dell’Appennino esige per prima un nuovo vocabolario: cittadini e non clienti, persone e non dipendenti, comunità e non tribù.

Altro, che persegue fini diversi, nel caso dell’Appennino e delle comunità che lo abitano, non prefigura alcuna salvezza, ma semmai un’ulteriore minaccia.