venerdì 1 ottobre 2021

L'ISOLA CHE NON C'E'

 

Il nostro territorio, per tutto il Novecento, ha basato il suo sviluppo economico sul manifatturiero che, progressivamente, ha reso subalterno il settore agricolo. 

Nasce non a caso proprio nel fabrianese la figura del “metalmezzadro”. Ciò ha alimentato per molti anni una forte e piena occupabilità, un benessere diffuso per gran parte della popolazione, generando un’offerta di lavoro che ha anche richiamato migliaia di persone da fuori, lavoratori che qui si sono stabiliti con le proprie famiglie, divenendo nuovi cittadini dell’Alta Vallesina. 

Questo tipo di economia, va detto, ha però anche provocato al territorio dei danni ambientali e paesaggistici non rimarginabili (basti pensare alle attività estrattive). 

In questo contesto, l’economia del turismo - o meglio l’industria, perché di questo si tratta - è sempre stata considerata complementare. 

Questo vale, nonostante le apparenze e le narrazioni, anche per una delle centrali del turismo più importanti delle Marche: le Grotte di Frasassi. Se analizzassimo infatti le ricadute occupazionali nel comune di Genga, che oggi conta circa 1.700 residenti, scopriremmo che gli abitanti che traggono, direttamente o indirettamente, un reddito con l’indotto turistico delle Grotte, supererebbero appena le 200 unità. Questo dimostra che anche in un paese in cui ipoteticamente tutti gli abitanti dovrebbero essere sostenuti dall’industria turistica, senza invece l’apporto di altre attività lavorative in tanti avrebbero problemi assai seri di sostentamento per sé e per le proprie famiglie. 

Con la crisi dell’economia mondiale all’inizio di questo nuovo millennio, quel modello che qui ha garantito per lunghi anni il benessere è saltato. E sono di conseguenza cominciati i problemi per migliaia di persone che, improvvisamente, hanno perso il lavoro. 

Ancora oggi, i dati forniti dalle organizzazioni sindacali e dal Centro per l’Impiego sono gravi, e purtroppo altre oscure ombre minacciano il lavoro manifatturiero della Vallesina e del fabrianese. 

Nell’implosione di quel modello quasi secolare, si è compiuto il più grosso errore da parte della classe dirigente politica regionale e territoriale. 

Su due fronti: 

- il primo è che si è pensato, e fatto credere, che quel tipo di economia che era saltata, potesse, con qualche aggiustamento e rammendo, essere rimessa in pista, ma ciò si è infranto subito con la spietatezza e la velocità della globalizzazione; 

- il secondo è che, non avendo un “piano B”, o meglio una visione strategica del territorio, si è presa la strada più semplice, più veloce, più seducente nella narrazione politica, specialmente ai fini di un consenso elettorale immediato. Ovvero che il futuro economico ed occupazionale di questo territorio potesse essere il turismo. 

Questo ha portato al dispiegamento, o meglio allo spreco, di fiumi di denaro pubblico: convegni, progetti, consulenze, esperti o presunti tali, eventi, strategie di marketing, social media manager e compagnia cantante. Il che ha indubbiamente generato o mantenuto posti di lavoro, ma, nonostante ancora adesso questa campana venga incessantemente suonata, i numeri sono ben al di sotto di quanto necessario. 

Solo una classe dirigente legata prevalentemente all’immediatezza del consenso politico avrebbe potuto credere, e tentare di far credere, che migliaia e migliaia di posti di lavoro persi in questi anni nel manifatturiero potessero essere assorbiti da una nascente industria del turismo. 

In un territorio che, pur avendo un prezioso e diffuso patrimonio artistico e paesaggistico, non ha la portata di una grande città d’arte né la forza della costa col turismo balneare. E che, dalla catena di montaggio, una generazione di operai potesse passare in scioltezza alle biglietterie di un museo o ai servizi della ristorazione e dell’accoglienza turistica. 

Non c’è in corso alcuna riconversione turistica del territorio. Ed anche la crescita della presenza turistica nei nostri borghi è ancora dentro a ciò che già si sapeva, ovvero che l’industria del turismo non può che considerarsi, per queste zone, complementare ad altri comparti trainanti, i soli in grado di far spostare (o, far restare) persone e famiglie nei paesi con scelte consapevoli e durature. 

Per fare un esempio banale, anche quanti in questi anni hanno aperto un B&B, ristrutturando qualche casa ereditata dai nonni, non svolgono questa come attività principale per la generazione del reddito familiare, ma come iniziativa di integrazione ad altre entrate da lavoro. 

A dimostrazione della debolezza e dell’inconsistenza del modello proposto, è arrivata purtroppo la pandemia. 

Che ci ha dimostrato come l’industria del turismo possa essere effimera e volatile. 

Basta un virus che impedisca per lungo tempo alle persone di muoversi e spostarsi, per necessità che non siano primarie, che in poco tempo questo tipo di economia va in crisi e in blocco totale; e molte attività di questa natura, una volta interrotte per un lungo periodo, difficilmente ripartono. 

E se poi non è un virus, anche una catastrofe naturale quale è un terremoto, purtroppo, paralizza drammaticamente un’industria di questo genere. 

Il danno più grave, di origine dolosa a mio avviso, di questa cultura politica e amministrativa, è che mentre si sono sperperati soldi pubblici ed energie per correre dietro, in quasi quindici anni, al miraggio del turismo, si sono persi di vista gli azionisti primari della politica locale e territoriale: gli abitanti. 

La mancanza di una vera pianificazione urbanistica e paesaggistica, con i necessari investimenti finalizzati al recupero del patrimonio immobiliare pubblico e privato, la costante riduzione e chiusura nel territorio dei servizi essenziali (basti pensare alla sanità, alla scuola e al trasporto pubblico), la fascinazione per le grandi infrastrutture stradali come la Quadrilatero a discapito del depauperamento delle reti stradali comunali e provinciali, ha continuato a favorire l’emorragia di abitanti, che se ne stanno andando a vivere in luoghi in cui la vita quotidiana è meno faticosa, specie se si hanno dei figli. 

Lo spopolamento progressivo del nostro territorio è un dato incontestabile, ed è dovuto alle difficoltà, e spesso ai maggiori costi, del vivere nei borghi di montagna rispetto a quanto non accada in pianura o lungo la costa. 

Una politica che ha portato indubbiamente in questi anni ad avere qualche turista in più, ma molti abitanti in meno. 

Ma l’industria del turismo ha un grosso vantaggio rispetto ai settori economici primari: che non ha bisogno di abitanti. 

I turisti arrivano, stazionano poche ore o qualche giorno, poi se ne vanno. Non servono, tendenzialmente, servizi essenziali, come la sanità e la scuola, o una farmacia e un supermercato, o l’ufficio postale o una filiale bancaria. 

All’industria del turismo servono solo clienti e dipendenti; e quest’ultimi molto spesso stagionali, pendolari e discutibilmente contrattualizzati e sottopagati. 

Per questo, considerate anche molte operazioni messe in essere nel nostro territorio, è facilmente prevedibile che queste aree possano diventare in pochi anni dei grandi parchi giochi all’aria aperta, ad uso e consumo del turismo. 

O zone gentrificate. 

Senza necessità di essere abitate da Comunità stabili. 

E non si può tralasciare il fatto che certo turismo ha un suo pesante impatto ambientale: basta andare a vedere cosa stanno facendo sul Monte Acuto, sopra Frontone, per la costruzione di nuovi impianti di risalita invernali - quando lì nevica oramai due o tre giorni l’anno - e con la relativa costruzione di un bacino artificiale per portare acqua in quota e produrre neve artificiale. 

Al contrario, in questi anni sarebbe stato utile provare a creare le condizioni per un manifatturiero altamente specializzato e tecnologicamente avanzato, e un’industria specializzata nella green economy, altamente compatibile nella sua presenza con l’ambiente e il paesaggio del territorio; a far sviluppare attività lavorative e produttive che si occupassero della manutenzione del paesaggio, della “riparazione” dei molti danni ambientali fatti in passato, della messa in sicurezza dell’assetto geomorfologico del territorio in un’ottica di prevenzione. 

Non si è voluto scommettere sulla nascita di un’imprenditoria agricola di nuova generazione, digitalizzata, ma attenta alla biodiversità e alle tradizioni, capace di rendere ragione alla vera, unica ed antica vocazione economica delle Marche che è l’agricoltura. 

Ciò avrebbe offerto un’opportunità anche di rimanere qui a tanti giovani nel territorio, formatisi con alte qualificazioni accademiche, ma costretti ad andare via, perché qui il lavoro per i loro saperi non c’è. 

Ma tutto ciò non è stato fatto, e non sarà una riconversione industriale che, nello stesso capannone, al posto delle cappe ci metterà i polli, a segnare una reale inversione di rotta. 

Si è perso tempo, forse troppo. 

Si sono rincorsi i “viaggi e i miraggi”. 

E adesso può essere veramente troppo tardi.



mercoledì 2 dicembre 2020

QUESTI FANTASMI

Tutti i monumenti si possono spostare. Prova ne è, tra molte altre, lo spostamento del Tempio di Abu Simbel in Nubia nel 1960, per opera del Presidente socialista egiziano Nasser. Mosso dalla urgenza di non provocarne il totale annegamento, come conseguenza della costruzione, in quella regione, della grande diga sul Nilo.

Quello che è importante infatti, e che deve essere chiaro, motivato e condiviso, sono le ragioni per le quali si spostano. Specie, quando questi non sono patrimonio privato, ma di tutti; e non si trovano in giardini o dimore private, ma in spazi pubblici. Per questo, nelle democrazie, i decisori politici, riguardo al maneggiare le "cose pubbliche", sono chiamati ad attivare percorsi di informazione e partecipazione, tanto più quando la intenzionalità delle scelte e delle decisioni, andrà a produrre effetti permanenti sulla città pubblica.   

La Fontana dei Leoni di Jesi, venne spostata ufficialmente nel 1949 da Piazza della Repubblica, dove era stata originariamente collocata, in Piazza Federico II, dal Sindaco Pacifico Carotti; ragione principale, dicono, per far posto al transito delle corriere e alle auto, simbolo di modernità, e di ripresa economica e sociale dopo la tragedia del fascismo e della Guerra.

Pacifico Carotti era stato il Presidente del Comitato di Liberazione Nazionale jesino, e primo Sindaco di Jesi democratica e repubblicana. Dirigente autorevolissimo del Partito Repubblicano, e storico anticomunista. Sindaco indimenticato, al quale, a parziale saldo e memoria, è stato dedicato lo stadio comunale. 

Piazza della Repubblica era stata, fino alla Liberazione dal fascismo, il simbolo e luogo di ritrovo della politica e dei raduni del regime. La casa del fascio, sede del partito, era lì a due passi, accanto al Municipio. La Fontana, trovandosi di fatto come una barriera in mezzo alla piazza, per ragioni volumetriche e visuali, metteva in secondo piano lo spazio jesino per eccellenza della cultura e delle libere arti, quale è il Teatro Pergolesi; indirizzando l’attenzione delle persone, istintivamente, anziché verso il palazzo della cultura, in direzione del palazzo del potere politico, ovvero il Comune. Oppure, producendo innaturali torsioni del collo, lo sguardo finiva verso una terrazza laterale, spesso utilizzata dagli oratori politici del regime. Il balcone del Teatro Pergolesi era del tutto marginale, non utilizzabile per orazioni politiche, in quanto ostruito in visibilità, e per una conseguente limitante accessibilità in piazza, dalla Fontana. La piazza si poteva arringare, per ottenere l'effetto "stadio", o da una terrazza privata su un lato, oppure dal balcone del Comune.

Dopo la Liberazione, in Piazza della Repubblica, si tennero i funerali ufficiali dei Martiri jesini della strage fascista di Montecappone del 20 giugno 1944, con un solenne e popolare corteo funebre che accompagnò le bare lungo tutto Corso Matteotti, fino in piazza. Quei ragazzi di Via Roma, erano stati, dopo lo strazio della barbara ed omicida violenza e tortura delle camice nere, seppelliti di nascosto da amici e parenti sotto un fosso in aperta campagna, all’indomani dell’eccidio. Quell'episodio, un funerale pubblico e laico, fu probabilmente il primo utilizzo popolare e civico della piazza dopo che per anni, era stata prevalentemente usata per raduni politici. 

Non sarebbe scandaloso, ne fantasioso ipotizzare che, nello spostare la fontana dalla Piazza della Repubblica a Piazza Federico II, il Sindaco Pacifico Carotti volesse sicuramente, cosa propria e legittima della politica in ogni epoca, proporre una sua narrazione di Jesi. Di una nuova città, libera, democratica e Repubblicana. Che affermasse la centralità della cultura, come carburante per ogni innovazione e progresso socio-economico. E che voleva archiviare quegli anni bui, di dittatura, guerra e lutti. Poi, certamente, anche un suo diverso assetto logistico riguardo la mobilità. Ma questa, considerato che già in piazza stazionavano e circolavano da sempre autoveicoli e corriere dell'epoca, era semplicemente una giustificazione amministrativa. Carotti, come non dargli torto, da cittadino e da pubblico amministratore, desiderava una città che guardasse con speranza e fiducia al futuro. Che non avesse più bisogno di fregiarsi del leggendario titolo di “Regia città”, reintrodotto dal Podestà anni prima, e che Carotti infatti fece cassare con uno dei suoi primi atti amministrativi.

Con lo spostamento della fontana, concettualmente cambiava tutto. Sbucando dal Corso Matteotti, la visuale era adesso completamente assorbita della facciata del Teatro Pergolesi. Il contenitore più importante della cultura aveva una sua nuova, piena centralità e prevalenza architettonica; la stessa Piazza diventava una immaginaria prosecuzione degli spazi interni del teatro, nella sua piena funzionalità relazionale e civile. Il palazzo del Comune, invece, tornava ad avere una percezione secondaria. Il primato della cultura, delle idee e della libera espressione artistica, su quello della politica.

La stessa “cavata” della tradizionale tombola di San Settimio, festa patronale e popolare della città, ogni 22 settembre avviene dal balcone del Teatro Pergolesi, e non da altri spazi, con sottostante una piazza completamente gremita, gioiosa e caciarona.

Non ho mai conosciuto, né incontrato Cassio Morosetti. Eppure ho fatto parte della vita pubblica, politica ed istituzionale della città dal 1994 al 2012. Durante i cinque anni in cui sono stato Assessore alla Cultura, ho avuto il privilegio di incontrare, in ufficio o circostanze pubbliche, tanti jesini e jesine che in vita e per professione, si sono distinti nel campo della cultura, delle arti, dei saperi. Come accade ad ogni amministratore pubblico, diversi hanno sentito la naturalità di chiedere un appuntamento ed un incontro, anche solo per semplici ragioni di cordialità. Ho avuto la fortuna di collaborare con tanti di loro, che si sono messi a servizio della città. Alcuni erano ritornati dopo tanti anni a Jesi, da dove erano partiti da giovani. Cassio Morosetti no. Mai visto. E se fosse venuto da me, come accaduto con tanti altri, lo avrei accolto, ascoltato. Ma mai assecondato su richieste che non avessero niente a che vedere con gli interessi generali, e la pubblica utilità. 

Da diversi anni non abito più a Jesi, pur essendone rimasto residente, elettore, e contribuente della fiscalità locale. Sono anch’io, oramai, assoggettabile alla categoria  dello "jesino lontano", ma pur sempre attento alla vita della propria città. Senza nostalgie, alcun desiderio di futuri ritorni, ma semplicemente come uno che ama il luogo dove il caso l’ha fatto nascere e vivere per oltre quarant’anni.

Di Cassio Morosetti ho letto qualche tempo fa, quando l’attuale Giunta Comunale lo ha presentato alla città, per la sua importante attività filantropica e mecenatistica. Confesso, con ignoranza, che è stata solo in questa occasione che ho scoperto l'esistenza di questo illustre jesino, trapiantatosi da molti anni al Nord. Colpa mia.

Poi, incuriosito, ho cercato di informarmi sulla biografia di questa persona, che torna sulla scena pubblica jesina oramai ultranovantenne.

Cassio Morosetti, in gioventù ha avuto forti aderenze con il fascismo, e nel corso degli anni è diventato un eccellente professionista dell’illustrazione grafica, facendo fortuna lontano da Jesi. Il suo legame a quel regime e a quell’ideologia non è niente di straordinario ed anomalo. Ne condannabile, oggi, tanto più post mortem, in via morale o penale; a questo secondo aspetto ha già pensato Togliatti. Anche perché, in quegli anni oramai lontani, simpatie, consenso ed adesione al fascismo furono comun denominatore culturale e politico della gran parte della popolazione italiana, delle sue èlite e classi dirigenti.

Cassio Morosetti, oramai molto anziano, ha un desiderio personale, legittimo: che la Fontana dei Leoni possa tornare in Piazza della Repubblica, come prima della Liberazione, come quando era ragazzo.

E all’Amministrazione Comunale, a questa in carica dal 2012, e a non altre del passato, fa un regalo inimmaginabile. Alla prima Giunta di destra a Jesi, dopo la nascita della Repubblica Italiana. Per testamento lascia al Comune la somma di due milioni di euro. Oltre all'aver già finanziato in città, con grande merito, diversi progetti sociali ed assistenziali. In quel testamento però, c’è un "però". Una condizione di vincolo assoluto: quei soldi andranno al Comune, che potrà utilizzarli come meglio riterrà, se parte di essi saranno utilizzati per i lavori di trasferimento e riallestimento della Fontana dei Leoni, da piazza Federico II, a Piazza della Repubblica. Ma se il Comune non adempirà a questo obbligo preciso, ed entro una data e corta scadenza temporale, tutta la somma, due milioni di euro, andrà ad opere di beneficienza, ma tutte con sede legale ed attività al di fuori del Comune di Jesi. Se il Comune invece darà seguito alla sua volontà testamentaria, potrà tenersi il resto della cifra non utilizzata per lo spostamento della Fontana (ipotizzabile questo in circa 700.000 €), e spenderli a propria politica discrezionalità.

La Giunta di destra tra due anni scadrà, e si andrà alle elezioni. Il Sindaco non potrà, essendo al secondo mandato, essere rieletto. In questi anni è palese che, come ogni fase politica di tante esperienze in tutto il Paese, l’Amministrazione Comunale abbia voluto dare una sua impronta alla città da sempre amministrata dalla sinistra. Non solo dimostrando si saper gestire meglio la città, i servizi pubblici, l'arredo e il decoro urbano. Ma con un di più ideale. Creando una nuova narrazione di Jesi: culturale, civile, identitaria. Niente di nostalgico di certi tempi, nessun rigurgito ideologico esecrabile. Ma lavorando semplicemente sulla erosione graduale di un sentimento identitario civile, molto legato alla città del Novecento e a quella storia; fatta di battaglie per l'emancipazione, fermento politico e culturale di ogni genere, sviluppo e progresso economico, lavoro e operaismo. Rimettendo le lancette di una auspicata nuova memoria collettiva ai tempi, ed alle tradizioni, dell'arroccamento civico dentro le mura medievali e delle dispute con i paesi del Contado. Approfittando dell’allentamento di relazioni ed esperienze politiche ed associative, e di un tessuto cittadino preso da problemi economici e sociali, ed in ultimo da una pandemia. Lo ha fatto con scelte ben precise negli anni: da un’idea di sicurezza sociale basata sulle telecamere, alla marginalizzazione di alcune esperienze civili e culturali della città, con l’annacquamento delle cerimonie civili legate alla memoria democratica della città, con la rescissione dal rapporto sociale con l’Istituto Cervi, con il tentativo, questo non andato a buon fine, di cassare dallo Statuto Comunale la parola “antifascismo”, e con la reintroduzione del titolo di “Città Regia” nell’araldica e toponomastica ufficiale, annullando dopo oltre vent'anni il lancio dei palloncini per la pace dei bimbi jesini il 6 gennaio, per poi ripristinare l'evento l'anno successivo, dopo che il fatto provocò una mezza sollevazione popolare. Tutto con mitezza, senza proclami e fanfare, ma lentamente ed efficacemente. Mischiando prestazioni da governo tecnico e manageriale, ad una costante e precisa strategia ideale e politica. 

E questa sedazione civile e valoriale, è in buona parte anche riuscita in città. Colpa per primo, della incapacità dei partiti democratici, il PD su tutti, di capire realmente dall'inizio cosa stesse mutando nella città, e di reagire. Ed oggi, forse, il tempo è scaduto. Non tanto perché la città sia cambiata inesorabilmente, ma quanto perché la credibilità di alcune storie ed esperienze politiche non hanno saputo e voluto rigenerarsi, confinandosi in una sorta di trincea minoritaria e autoreferenziale. 

Cassio Morosetti, con il suo fascista, questo si, perché fascista nel metodo, voler imporre la sua volontà (io sono ricco, io voglio riportare la Fontana in Piazza della Repubblica, io pago, io ricatto l’autonomia dell’Amministrazione Comunale, io “me ne frego” di quello che pensano di questa scelta gli altri quarantamila abitanti della città), ha fornito alla Giunta che vuole riscrivere la narrazione identitaria di una città, un assist alla Platini.

E Sindaco e maggioranza politica hanno preso al volo il lancio; inventandosi la campagna di comunicazione adatta, avvalendosi di studiosi pronti a fornire, a pagamento, dottrinali motivazioni urbanistiche, architettoniche e storiche allo spostamento. A respingere ed affossare, a colpo di maggioranza votante in Consiglio Comunale, la richiesta di referendum civico, proposta da due gruppi consiliari di minoranza. Che avrebbe, qualora fosse stata accolta, consentito di far esprimere la cittadinanza, riguardo ad una scelta che la segnerà concretamente per molti decenni a venire (le Fontane non si spostano facilmente ad ogni cambio di Sindaco). Un atto di arroganza politica, di sovranismo, come si usa dire oggi

Con la incredibile situazione, rimanendo nella metafora calcistica, di stoppare la palla avvelenata di Cassio Morosetti, e trovarsi a calciare quasi a porta vuota. In uno stadio vuoto, in una partita a porte chiuse, senza pubblico sugli spalti. 

Per cui da qui a qualche mese, la sensazione degli jesini, e di chiunque arriverà in Piazza della Repubblica, sarà quella di percepire una città in cui i segni  dell’architettura e dell’urbanistica non daranno più prevalenza alla cultura e alla libertà delle arti e delle idee, ma di nuovo al palazzo della politica e del potere; a prescindere da quali potranno essere le connotazioni politiche di chi amministrerà la città. E la piazza della Repubblica, già del Plebiscito, difficilmente potrà essere ancora, come è stata negli ultimi settant’anni, sede di relazione sociale, di eventi culturali e dello spettacolo, sportivi (chi si ricorda il beach volley con tutte le televisioni del mondo? e le feste di popolo ai campioni della scherma?), che la gremiscono di facce e corpi appiccicati, suoni, colori; compresa la tombola di San Settimio.

Una piazza, al contrario museificata, ingessata, ordinata, più sicura e più videosorvegliata.  Il contrario di quello che deve rappresentare la piazza più importante di un paese o di una città: cioè l’agorà della vita e del sentimento di una comunità. Cuore pulsante della polis, dove si mantengono o si creano le relazioni interpersonali.

Una città che non trasmette più una tensione aperta e vitale al futuro, ma che si ripiega prudente e timorosa all’indietro.


 

 

 

giovedì 6 agosto 2020

È TUTTA STESA AL SOLE QUESTA VECCHIA STORIA

“… uscì chiudendo dietro a se la porta verde”. In effetti il portone di casa a Jesi, adesso che ci penso, era verde.

Ma non avevo in mente "Amerigo", la canzone di Guccini, quella mattina nel partire da Jesi per Ancona; quanto, piuttosto, questo me lo ricordo ancora bene, l’incipit de “Il sentiero dei nidi di ragno” di Italo Calvino: “a Kim e a tutti gli altri”. Che in testa avevo mutuato in “a Palmina e a tutti gli altri”.

Si, in fondo, il sentimento che mi aveva mosso in quei mesi ad operare in un determinato modo, era quello: una cava su Monte S. Angelo sarebbe stata, ancor prima che una lesione irreversibile al paesaggio e la solita opera speculatrice, un oltraggio alla memoria di Palmina Mazzarini di anni sei, e di tutte le altre vittime della barbarie fascista e nazista, consumatasi su quel monte tra il 3 e il 4 maggio 1944; uno stupro non solo del paesaggio pubblico naturale ai fini del guadagno di privati, ma una nuova violenza anche alle vite di quelle persone. E se parte della politica a cui ero appartenuto per tanti anni, non sentiva come me che quel monte ha una sua sacralità, allora era il sintomo che in quella casa comune, c'era molto che non andava. 

Durante il viaggio verso la sede del Consiglio Provinciale avevo rifatto di conti: i numeri c’erano, e tutto sarebbe dovuto andare secondo quanto concordato con gli altri.

Questa storia, che finisce il 24 maggio 2012 alle ore 18.04 presso l’Aula Magna di una scuola superiore di Ancona, dove da anni si svolgevano la sedute del Consiglio Provinciale, era iniziata diversi mesi prima, a cavallo tra novembre e il dicembre dell’anno prima, presso la sede del PD di Chiaravalle.

In un pomeriggio in cui si era riunito lì il Gruppo Consiliare del PD, partito di maggioranza politica e numerica, di cui dal 2007, inizio delle consigliatura, ero Capogruppo. Durante la riunione, il VicePresidente della Giunta Sagramola, con delega alle attività estrattive, ci aveva buttato nella discussione, un po’ “fuori sacco” come si dice, l’esigenza della Giunta di andare a rivedere nei prossimi tempi, il Programma Provinciale delle Attività Estrattive, approvato nel 2004.

Ciò, nonostante la Sentenza del Consiglio di Stato nel 2011, che aveva dato ragione al ricorso Italia Nostra ed altri, bocciando di fatto l’atto. Ricorso mosso contro i contenuti di quella programmazione, e accoglimento motivato da incompletezza di documentazione ed errori cartografici; ma che adesso, almeno secondo la Giunta, modificando un po’ il Programma e aggiustando le cartografie, si poteva procedere all’avvio del processo di realizzazione delle nuove cave nell’entroterra montano della Provincia di Ancona. Una di queste riguardava il Monte S. Angelo di Arcevia.

In quella circostanza, dopo un incrocio volante di sguardi con alcuni consiglieri, feci subito presente al VicePresidente che, considerati anche i tempi di avvio verso la conclusione di quell’esperienza amministrativa, “non c’erano le condizioni politiche” per aprire un percorso consiliare nel senso da lui prefigurato.

Da quel pomeriggio ufficialmente non si riparlò più di quella questione. Ma intanto le cose andavano avanti. Tra i Consiglieri se ne parlava, come si dice, nei corridoi, ed anche la Giunta era silenziosamente operativa.

Tanto che a fine inverno 2012 la Giunta Provinciale, con la Presidente Casagrande e il VicePresidente, entrambi PD, tornarono alla carica. Il Consiglio Provinciale avrebbe cessato, per scadenza elettorale naturale, la sua funzione a fine maggio e, cosa unica e straordinaria, non se ne sarebbe rieletto uno nuovo.

Ciò perché, qualche tempo, era stata approvata la Riforma Monti di soppressione delle funzioni elettive e rappresentative delle Province. La gestione dell’Ente sarebbe temporaneamente passata ad un Commissario Straordinario, che avrebbe traghettato la chiusura della Provincia, con la redistribuzione di competenze amministrative e personale alla Regione e ai Comuni. Ma questa, è un’altra storia, finita anch’essa diversamente, perché le Province ci sono tutt’oggi; l’unica cosa che è stata soppressa è il diritto democratico dei cittadini di eleggerne direttamente i rappresentanti.

I due vertici della Giunta riproposero la questione ad un’altra riunione del Gruppo Consiliare PD, e poi anche ad una della maggioranza politica di centrosinistra; in entrambe le situazioni, furono con civiltà ed educazione politica invitati a lasciar perdere quell’atto amministrativo, per ragioni di merito e di metodo.

Ricordo in una di queste circostanze un colloquio tra me e i due un po’ teso, in cui assunsero quasi un tono di sfida, affermando che avrebbero portato l’atto in Consiglio Provinciale, comunque. Gli risposi che nei mesi scorsi avevano ascoltato dubbi, perplessità, contrarietà di molti Consiglieri, e dissi loro perentoriamente “non fatelo, chè finisce male”.

Da quel momento si era aperta la sfida politica. Da marzo la Giunta predispose l’atto per il Consiglio, ci furono riunioni di Commissioni Consiliari, a cui partecipano come auditori esterni i soggetti privati interessati ad avere le concessioni; riunioni molto sgradevoli. Nonostante sarebbe stato opportuno, non vennero però mai auditi né Italia Nostra, né l’ANPI Nazionale, che si era anni prima costituito ad audiuvandum al ricorso fatto dall’associazione ambientalista.

In quei mesi, al contrario, io avevo sentito Italia Nostra Marche e l’ANPI, perché non riuscivo a giustificare che una Giunta di centrosinistra, nel momento in cui ritornava su determinati passi, non avesse neanche ipotizzato di prendere in considerazione l’apertura di un confronto con quelle realtà associative democratiche; e che, invece, fosse esclusivamente portatrice delle istanze, seppur legittime, di imprenditori privati.

Il mio interlocutore di Italia Nostra divenne in quei mesi Gianfranco Marcellini, arceviese e coordinatore del Comitato di cittadini ed associazioni contro la cava a Monte S. Angelo. Ci vedemmo più volte, conobbi l’impegno del Comitato, e ne compresi e condivisi le ragioni.

Ragioni di tutela ambientale e di valorizzazione democratica, memorialistica e storica. Ma anche economiche, in una territorio che non aveva più bisogno di quel tipo di attività di rapina e depredazione, perché stava provando a costruire un nuovo modello di economia, molto più sostenibile, e legato alla valorizzazione del patrimonio paesaggistico ed enogastronomico. Lasciai perdere di interloquire con il Comune di Arcevia, non aveva competenze dirette, e già a livello politico, lì era arrivata la stagione del "si, ma anche". Per l’ANPI mi rivolsi al Nazionale. Avendo percepito una certa timidezza di quello locale, ed essendo il Presidente Regionale Nazzareno Re gravemente malato, pur essendo stato lui l’ispiratore anni prima dei ricorsi giuridici.

Scrissi a fine aprile una email al Presidente Nazionale, Sen. Carlo Smuraglia, partigiano. Non lo conoscevo personalmente. Mettendolo a conoscenza di quello che stava accadendo in Provincia di Ancona, delle molte perplessità e contrarietà politiche, della volontà della Giunta Provinciale, e chiedendo indicazioni sul da farsi.

Carlo Smuraglia mi rispose con una lettera postale speditami a casa con francobollo, datata 12 maggio 2012. In quella lettera, che lui mi autorizzò, qualora avessi ritenuto, a rendere pubblica, c’era un passaggio molto chiaro: “(…) A mio parere, quel progetto deve essere avversato in tutti i modi consentiti, come del resto è accaduto nel passato (…)”. Il “deve”, è un indicativo presente. Usato da un militare, un Comandante Partigiano, diventa un’indicazione impegnativa.

Cominciai a ragionare su cosa potessi fare io, per quello che era il mio ruolo in quella vicenda, per rendere operativo quel “deve”. Mi recai in quelle settimane anche a Roma, all’ANPI, dove incontrai Marisa Ferro, che conosceva tutta la questione, avendola seguita anni prima insieme a Nazzareno Re.

Nel mentre, l’ultima seduta del Consiglio Provinciale, era stata fissata per il 24 maggio, anniversario del Piave. La Giunta, con un altro eccesso di provocazione, aveva fatto iscrivere all’Ordine del Giorno, nonostante il clima politico, la delibera di competenza del Consiglio Provinciale, tesa ad avviare le procedure per aprire, tra altre, la cava a Monte S. Angelo.

Si, perché c’è poi da dire che la Giunta non aveva competenza decisionale, e di conseguenza non c’era una Delibera di Giunta da ratificare, ma solo delibera di Consiglio; di conseguenza, ogni responsabilità politica, amministrativa, e giuridica, era rimessa al voto dei Consiglieri Provinciali.

Avevo in quei giorni pensato a quale fosse il modo migliore per affossare quell’atto. Ritenni il metodo del sabotaggio, il migliore. Il voto contrario sarebbe stato tombale, ma più difficile da proporre agli altri Consiglieri, intimoriti magari di esporsi ai potenziali, seppur alquanto improbabili, ricorsi dei cavatori. Ma altrettanto tombale e conclusivo, sarebbe stato far mancare il numero legale al momento del voto, e far sospendere e terminare la seduta del Consiglio; che, essendo l’ultima in assoluto, non avrebbe avuto riconvocazioni.

Così convinsi, senza neanche molta insistenza, il numero di Consiglieri Provinciali necessari (la metà più uno) ad abbandonare l’Aula al momento del voto; la maggioranza, fatta eccezione per alcuni consiglieri del PD, era tutta con me. In questo, oramai tra me e il PD era iniziato un silenzioso percorso di distanziamento politico. Avevo deciso da tempo, quando ancora si pensava che ci sarebbero state le elezioni provinciali, di non candidarmi più. Questo vicenda e il suo tema, sono stati “il lungo addio”.

All’allora segretario provinciale del PD Lodolini, giovane e in carriera, non interessava mettersi in mezzo in maniera divisiva su questa faccenda; non si schierò, non cercò neanche di ricomporre e mediare una frattura evidente e profonda tra il Gruppo Consiliare con la Presidente e il VicePresidente della Provincia.

Lasciò consumarsi lo scontro, da cui sapeva che alcuni protagonisti sarebbero usciti di scena o quantomeno indeboliti rispetto a mire future; e ciò di conseguenza significava che per lui ci sarebbe stato più spazio. E questo atteggiamento, fu il più nitido modo di schierarsi e di svolgere una funzione politica.

Oltre i Consiglieri di maggioranza poi, ottenni, nei giorni precedenti, la garanzia, a certezza dei numeri, che se anche non in prima battuta, alcuni Consiglieri di opposizione sarebbero venuti via dall’Aula. I conti portavano.

E fu così, che quel giorno, l’ultimo Consiglio Provinciale di Ancona, si svolse in un’atmosfera surreale, di una finta normalità e di una malcelata tensione; perché la Giunta Provinciale sospettava che qualcosa sarebbe successo, ma non immaginava se poi alla fine sarebbe successo davvero, e soprattutto cosa.

E arrivò metà pomeriggio, in cui il Presidente del Consiglio Provinciale annunciò la trattazione dell’ultimo argomento all’Ordine del Giorno dell’ultima seduta dell’ultimo Consiglio Provinciale di Ancona: “PROGRAMMA PROVINCIALE ATTIVITA' ESTRATTIVE (P.P.A.E.) - PRESA D'ATTO SENTENZA CONSIGLIO DI STATO IN SEDE GIURISDIZIONALE (SEZIONE QUINTA) N. 4557/2011 - INDIRIZZI PER IL COMPLETAMENTO E L'ATTUAZIONE DELLA PROGRAMMAZIONE”.

E, a quel punto, in 13 Consiglieri (2, per essere sicuri, non erano venuti proprio alla seduta del Consiglio), compostamente e silenziosamente, ci alzammo e uscimmo dall’aula.

Ognuno partì, fuori dall’Aula per tornarsene a casa o dove credeva; non ci trovammo da nessun altra parte, non ci fu nessun crocchio di cospiratori. Io andai in macchina a S. Ciriaco, e mi sedetti su una delle panchine da dove si vede dall’alto il Porto e il mare. In aula, intanto, si verificava più volte il numero legale con appelli nominali; dopo l’avvio di un embrione di trattativa dell’argomento, si alzarono e uscirono il Consigliere di opposizione e del Gruppo Misto che avrebbero fatto mancare per sempre il numero legale.

Mi arrivò, mentre il sole stava prendendo la discesa, la telefonata che mi informava che il numero legale in Aula non c’era più, e che il Presidente del Consiglio aveva dichiarato chiusa la seduta. E con essa, l’intero mandato consiliare dal 2007 al 2012. Mi accesi un sigaro, e pensai che la missione poteva considerarsi compiuta, e rimasi lassù a guardarmi il tramonto.

Visto che quello che era successo il 24 maggio, seppur sottaciuto pubblicamente dai vertici del PD, era una politicamente una roba grossa, considerato come si fosse concluso l’ultimo consiglio provinciale, cosa che stava facendo più giri, qualche giorno dopo scrissi una lettera pubblicata da un quotidiano online regionale.

In cui, il 9 giugno 2012 nel fare una riflessione politica molto generale su quel Consiglio Provinciale, tra altro scrivevo:

(…) Ora che il Consiglio Provinciale è stato sciolto, la politica ha due strade. O continuare a pensare che Monte S. Angelo ad Arcevia possa essere un sito dove aprire una cava, oppure che, per la quello che rappresenta nella memoria democratica ed antifascista della Regione e del Paese, possa divenire un luogo legato ad un’idea diversa di economia territoriale, che muove dal valore del paesaggio e delle infrastrutture della cultura, e cogliere nuove opportunità per un nuovo modello di sviluppo. (…) Istituire a Monte S. Angelo un Parco Storico della Memoria, significherebbe ampliare maggiormente le opportunità del territorio, e tutelarne per sempre i valori e la storia.(...)”

La questione poi proseguì con atti monocratici, politicamente discutibili, della Presidente della Provincia che era divenuta Commissario Straordinario dell’Ente, sempre impugnati al TAR e Consiglio di Stato da ANPI e Italia Nostra, con sentenze alternate.

Il 5 maggio 2013 l’allora Presidente della Camera on. Laura Boldrini, fu invitata ad Arcevia per l’Anniversario dell’Eccidio di Monte S. Angelo. Nel suo discorso ufficiale invitò con nettezza ad archiviare definitivamente la prospettiva di una cava a Monte S. Angelo e a farne invece un Parco della Memoria. Quel discorso provocò molti mal di pancia nelle Autorità locali presenti in piazza, nei dirigenti del PD, ma anche una lettera della Provincia di Ancona (prot. n. 69466 – 07.05.2013) alla Presidente della Camera, in cui si evidenziava una certa sorpresa, per essersi interessata così specificamente di una questione così localistica.

Il 18 giugno 2013 il Consiglio Regionale delle Marche approvò la Legge 121, in cui veniva prefigurata l’istituzione di luoghi della Memoria. Un primo passo avanti.

Il 28 luglio scorso, otto anni dopo quel 2012, il Consiglio Regionale delle Marche ha approvato la legge 172: “DISPOSIZIONI PER LA VALORIZZAZIONE DEI LUOGHI DELLA LOTTA PARTIGIANA E DELL'ANTIFASCISMO DENOMINATI PARCHI DELLA MEMORIA STORICA DELLA RESISTENZA”, in cui c’è “l’area di Monte Sant’Angelo del Comune di Arcevia teatro delle battaglie per la liberazione dal nazifascismo e della strage nazifascista compiuta il 4 maggio 1944”.

Questo ultimo atto normativo, considerato anche l’articolato generale dello stesso, ritengo possa preservare per molto tempo ancora Monte S. Angelo dalla ferocia del capitalismo. A me ha consentito di raccontare, essendo passato il giusto tempo, una storia che anni fa è stata davvero, in quel 24 maggio, la mia personale linea del Piave. Chiaramente, come si dice la guardia non va mai abbassata; con il nuovo Consiglio Regionale, sia che vinca il piddì più altri, che la destra, può sempre succedere di tutto. 

 

Nota dell’autore: alcuni personaggi di questa storia, purtroppo, non ci sono più: Marco Grandi, Consigliere Provinciale di Forza Italia; Nazzareno Re, Presidente ANPI MARCHE e Patrizia Casagrande, Presidente della Provincia di Ancona. Con Patrizia ho avuto sempre un rapporto di amicizia e di affetto, confermato anche dopo quell’esperienza di Consiglio Provinciale, nelle poche occasioni in cui ci siamo rivisti. Sul piano politico le differenze sono stata molte, così come ci sono state molte convergenze; gli scontri anche, sempre a viso aperto ma con lealtà e rispetto personale. Ma quello, era un altro modo di vivere la politica. Che non esiste più da anni. E per questo che è stato giusto smettere e a starne lontani.

 

Note – documenti citati

1) atto di Consiglio Provinciale di Ancona n. 65 del 24.05.2012

2) atto di Consiglio Provinciale di Ancona n. 88 del 26.07.2004

3) Legge Regionale Marche n. 121 del 18.06.2013

4) Legge Regionale Marche n. 172 del 28.07.2020

5) https://www.viveresenigallia.it/2012/06/11/arcevia-animali-monte-s-angelo-unidea-di-cambiamento/356446/


lunedì 26 agosto 2019

GOOD MORNING, CENTROITALIA EARTHQUAKE!


“La guerra alla Strategia dell’Abbandono è finita. L’Abbandono ha vinto”. Si potrebbe, nel fare un bilancio di questi tre anni, parafrasare così un pensiero del repubblicano Ronald Reagan, che ebbe ad affermare nel 1988, seppur in tutt’altro contesto, “La guerra alla povertà è terminata. La povertà ha vinto.”; concludendo anch’egli anni dopo, un pronunciamento del 1964 del Presidente democratico Lyndon Johnson. E già, la situazione a tre anni dal terremoto senza toponimo, definito vagamente in termini areali “del Centro Italia”, appare inequivocabile. Questo non solo perché ci sono ancora cinquantamila persone fuori di casa, ottocentomila tonnellate di macerie ancora sul posto, un’idea di ricostruzione ferma a poche decine di pratiche edilizie presentate, la certezza che diversi paesi non saranno mai ricostruiti. Ma soprattutto perché, riguardo ad un processo già in atto da tempo sull’Appennino, di progressivo abbandono di carattere demografico, politico, sociale, economico, il terremoto ha completato, anticipando i tempi, il lavoro “sporco” di altri. La politica nazionale, tutta ed eterogenea, tre governi con in gestazione il quarto, insieme alle dinamiche istituzionali regionali, ha fatto al meglio la propria parte. Si, possiamo constatare, oltre ogni frase ad effetto e slogan, che stavolta li hanno lasciati soli per davvero. A parte visite e sopralluoghi di rito, in occasione di anniversari, campagne elettorali, cambi di governi e commissari, poi le popolazioni sono rimaste sole in compagnia di un impianto normativo spaventoso ed irriformabile, e prigioniere di una burocrazia che, dopo poco tempo, sfiancherebbe anche il professionista più abile e paziente. Al contrario, invece, la volontà e la mediocrità delle attuali classi dirigenti, ha favorito il veloce planare sull’Appennino dei soliti rapaci e voraci predatori del caso. Pronti a spolparsi il poco che resta, della qualità, delle risorse e della storia, di un territorio e del suo paesaggio. Già a pochi mesi dalle catastrofiche scosse, la Magistratura, obtorto collo, è dovuta subito entrare in azione, per indagare sulle ipotesi di reato più classiche in queste situazioni; con la novità, rispetto ad altri casi, del caporalato e del lavoro nero.  Ma i segnali di ciò che sarebbe avvenuto c’erano tutti, sin dall’inizio. Il prolungarsi dello Stato di Emergenza (scade il prossimo 31 dicembre), che ha sì nell’immediato messo in sicurezza e popolazioni, ma ha consentito lo smembramento e l’allontanamento definitivo di gran parte delle comunità dei paesi colpiti; i ritorni nei villaggi SAE, molti mesi dopo, ci danno dati che in diversi casi, ha visto dimezzarsi la popolazione residente. La scelta sciagurata, almeno nella Regione Marche, di voler risolvere i problemi acquistando nuove abitazioni, rilevate spesso dall’invenduto della bolla immobiliare marchigiana, e da acquisizioni fallimentari di banche, per trasformarle in abitazioni di edilizia popolare pubblica per i terremotati; ubicate perlopiù fuori cratere. Il fatto emblematico che a Castelluccio di Norcia prima si sia in poco più di un anno costruito un centro commerciale, il Deltaplano, e solo poi consegnate agli abitanti del paese distrutto, la ridicola quantità di otto casette di plastica solo qualche mese fa. I villaggi SAE, che aldilà della qualità strutturale e dell’inusitato consumo di suolo, realizzati senza alcun spazio di socialità, di relazione, di incontro. Box dormitorio senza servizi, tipici dei campi profughi, nei quali da qui a poco tempo rimarranno solo gli anziani e i più poveri. La resurrezione, più propria di un film di Romero che delle Sacre Scritture, altro che i concerti sui prati di RisorgiMarche, di vecchi e bolliti gruppi industriali del capitalismo oligarchico marchigiano, che sotto il caritatevole abito delle fondazioni di ogni tipo, hanno aperto le porte alle multinazionali dell’agrifood sui territori colpiti: Ferrero, Loacker, Granarolo, Cremonini, solo per fare qualche nome. Con il plauso, accucciolato e devoto, della politica, ma anche di associazioni di categoria. Operazioni queste, che dal punto di vista etico, non hanno nulla di differente da quello che Bolsonaro sta facendo per le cricche mondiali delle bistecche in Amazzonia. La improbabile ed impossibile riconversione al turismo di massa, modello Disneyland appenninica, di un territorio vocato da sempre ad un certo tipo di agricoltura e pastorizia, ed al manifatturiero; con iniziative e processi che stanno convogliando e sprecando fiumi di denaro pubblico. O meglio, destinato alle solite saccocce dei cerchi magici dell’imprenditoria culturale regionale, da tempo un po’ sofferenti. Questo e molto altro, che per brevità tralascio, conferma che se un terremoto è un dramma ed una sciagura per chi ne è vittima, per molti è come il biglietto vincente del SuperEnalotto, la sestina supermiliardaria che esce dopo anni. Ma, come nel gioco d’azzardo statale, nel caso del post terremoto, non c’è solamente quello che fa “sei”; ma anche tanti che fanno un modesto “due” o addirittura “1 + superstar”. E, lo penso con profonda amarezza ma con consapevole realismo, è questa moltitudine di piccoli e mediocri occasionali vincitori, per restare all’esempio della lotteria, che ha consentito, anche questa volta, di lasciare alla Strategia dell’Abbandono di calciare l’ennesimo rigore a porta vuota. Da quello che si inventa ad hoc il progettino turistico solidale, al terremotato fuori cratere che percepisce da tre anni il CAS e fa finta di essersi traferito da un’altra parte, ma sta sempre nella casa inagibile, fino al sindaco del paese di qualche centinaio di abitanti, che grazie al terremoto fa un’impensabile carriera politica; e un’infinità di molte altre piccole furbizie che vedono accumunati finti terremotati e cittadini senza problemi. In questi tre anni, a dire il vero però, ci sono state e ci sono, belle, significative e disinteressate esperienze di resistenza e contrasto alla Strategia dell’Abbandono, da parte di movimenti di base, associazionismo locale, singole persone; ma tutte risultano essere marginali e minoritarie, soffocate dalle gran casse social e media dei megafoni istituzionali e politici. Esperienze e persone additati subito provocatoriamente come haters, “populisti” e “gentaccia”, per quanto hanno provato a fare, e a raccontare una storia diversa da quella istituzionale e commerciale. E’ mancato purtroppo, in conseguenza della tragedia, quello scatto in avanti che poteva delineare per questa parte di Appennino, un modello nuovo e diverso di vita e lavoro su questo territorio; partendo dalle radici e da vocazioni storiche, elaborandole ed innovandole, in armonia con il territorio e con il paesaggio, mischiandole con nuovi saperi e tecnologie, e con nuove forme di cittadinanza e di residenzialità. Ma per questo sarebbe servito un percorso corale, partecipato, dialettico, in cui la politica avrebbe dovuto avere lo spessore e la volontà per guardare al di là delle cabine elettorali e delle singole carriere, sapendo guidare una popolazione sofferente, lacerata e incerta sul futuro, ma in gran parte ancora tenace e disponibile ai sacrifici. Invece, la verticalità e l’esclusività delle decisioni, un’applicazione pecoreccia dei “pieni poteri”, assieme alle ambizioni, furbizie, egoismi, e in alcuni casi aderenze col malaffare, della politica nazionale e locale, li ha con premeditazione lasciati soli, al tutti contro tutti, al si salvi chi può, al giorno per giorno, alla mercè e ai ricatti di miserabili pretoriani politici di caseggiato, a sindaci spesso mediocri, dai comportamenti tipici dei Raì's di periferia. E’ mancato, collettivamente, nella politica e non solo, quel “senso morale” che può tenere la barra a dritta nelle situazioni apocalittiche, evocato dal protagonista di “Cuore di tenebra”.  La partita, a mio avviso, dopo tre anni, può definirsi conclusa. Senza macth  di ritorno, e senza rivincite. Un vero peccato, per la bellezza di questi territori e per la generosità e coraggio di gran parte dei suoi abitanti. Agli haters e alla “gentaccia”, e a tutti quelli che hanno perduto il campionato, e che restano qui sull’Appennino, rimane, come in tutte le vicende resistenziali, oltre che il dovere della narrazione e della denuncia, l’azione di incursione e il sabotaggio. La Strategia dell’Abbandono è già pronta ed iniziare un nuovo campionato da qualche altra parte. La storia sismologica dell’Italia, e la fragilità geomorfologica del territorio nazionale, ci insegna che è solo questione di tempo. Se all’alba di quel mattino del 24 agosto di tre anni fa, avessimo avuto tutti, ma proprio tutti, comune coscienza e consapevolezza, come scriveva Michele, un caro amico, sul suo profilo facebook poche ore dopo la scossa 6.0, che “quando di notte la terra si muove intensamente, all’alba ti ricordi meglio che sei suo ospite, talvolta custode quando concesso, ma di certo non padrone o proprietario”, forse la partita sarebbe finita, per la prima volta, diversamente.



venerdì 28 giugno 2019

LE (dis) AVVENTURE DI UN POVERO marchiciano


Non me ne voglia lo spirito di Secondo Tranquilli, per la parafrasi irriverente del titolo di una sua opera; ma l'ho pensata con somma riverenza per lo scrittore italiano del Novecento, che probabilmente è quello che amo di più.
Tutto è  iniziato con un persistente fastidio all'orecchio che mi attanagliava da settimane.
Immagino che potesse essere il ripetersi di un disturbo avuto anni fa ma, non volendo fare il dottore su google, decido di rifare una visita otorinolaringoiatra. Chiaramente attraverso il servizio sanitario nazionale, fresco di anniversario del quarantennale.
Quindi il mio medico di base il 10 giugno mi prepara l'impegnativa. Dopo mezz'ora sono allo sportello CUP dell'Ospedale di Jesi.
"A Jesi e Fabriano non c'è posto prima di ottobre, oppure domani qui in ospedale a pagamento con il dott. Tizio, 105€ - mi informa l'operatrice - oppure il posto più vicino in termini di data è a Macerata il 19 giugno alle 12."
Mah, va bene Macerata, mi dico, tanto da quelle parti vado spesso, e metterò insieme due o tre appuntamenti in zona quel giorno. L'impiegata mi consegna la stampata della prenotazione, la piego e me ne vado.
Lascio il foglio in macchina, tanto lo riprendo il 19. Ma la mattina del 19, quando ripesco il foglio dalla macchina per leggere l'indirizzo dell'ospedale da mettere sul navigatore, mi accorgo che la mia visita non è a Macerata, ma a Macerata Feltria, a due ore e passa di macchina, e da tutt'altra parte della regione, quasi in Romagna. E, vista l'ora, è impossibile che possa essere a Macerata Feltria per le 12, pur se avesse senso andarci.
Penso che sono rincoglionito, ma sono altresì sicuro che l'operatrice CUP mi abbia proposto a voce Macerata, e non Macerata Feltria. E pure sbadato, se avessi letto prima, anzi subito, il foglio della prenotazione.
Richiamo il CUP per telefono, per annullare la visita e prenotare nuovamente, spiegando la situazione, specificando che mi era stata detta Macerata, e dopo aver premesso che forse avevo frainteso.
"No, stia tranquillo - mi rassicura l'operatrice telefonica - non è la prima volta che una collega si sbaglia tra Macerata e Macerata Feltria. Comunque le posso riprenotare per Senigallia il 26 giugno alle 10".
"Va bene - le rispondo - comunque le suggerisco di segnalare ai vostri dirigenti di farvi fare anche un breve corso di geografia regionale... buongiorno".
Lunedì 24 giugno alle 13.47 squilla il cellulare, con prefisso distretto di Pesaro.
"È il CUP Marche signore - mi viene annunciato - mercoledì 26 la sua visita a Senigallia è annullata, perché non c'è il medico." "Ma come?! - adesso mi sto un po' arrabbiando - come faccio, me lo fissate di nuovo, e quando?"
"A Senigallia adesso non saprei dirle - riparte lei con gentilezza - ma se vuole giovedì 27 alle 14.30 c'è posto al distretto di Pesaro, glielo fisso?"
"Si, lo fissi", rispondo scoraggiato.
Poi, mercoledì 26, nel pomeriggio penso alla trasferta pesarese. Sono stremato. Faccio due conti: 31 € di ticket, 10 € autostrada, 20 € ad occhio la benzina, un'ora e mezzo quasi di macchina ad andare, e altrettanto a tornare. Chiamo il CUP e sento quanto costa privatamente la visita il giorno dopo all'ospedale di Fabriano. Ore 16, 105€.
Ringrazio, ma non prenoto.
Guardo su google gli otorinolaringoiatri che ci sono tra Jesi e Fabriano, gli studi privati. Ne prendo uno a Fabriano, che non conosco, e telefono. Fisso l'appuntamento per giovedì 27, alle 17. Ieri ho fatto la visita. Una visita oculata e dettagliata di un professionista gentile. Che mi ha fatto diagnosi e prescritto la cura per 15 gg. E che non mi ha detto, ci rivediamo tra... così mi ridà un'altra parcella. Ma soltanto grazie e buonasera.
E la visita privata, fuori dal servizio sanitario nazionale l'ho pagata 70€, poco più della trasferta a Pesaro, e 35€ in meno della visita in regime privatistico in un ospedale pubblico.
Ecco, questa è la punta dell’iceberg dell’organizzazione e gestione della sanità pubblica marchigiana; conseguenza delle politiche regionali degli ultimi anni. In cui, devi solo sperare, come si dice, di non star male sul serio. E tutto questo non ha niente a che vedere con la professionalità e la dedizione del personale medico e tecnico che lavora nella sanità pubblica. Questo sistema mortifica anche loro, assassinando a tradimento Ippocrate.
Una politica di una Giunta che sta smantellando la sanità pubblica e territoriale, specie nelle aree interne, per consegnarla progressivamente ai privati.
Ciò non c’entra nulla l’art. 32 della Costituzione Italiana. Non c’entra nulla con il valore di tutela della salute che mi trasmise tanti anni fa quel vecchio partigiano, diventato primario, che saliva sul tetto dell’ospedale a riaccchiappare i “suoi” matti. Non c’entra nulla con l’idea di valorizzazione delle professionalità mediche, che mi ha testimoniato un amico primario, talmente scoraggiato da scapparsene in pensione alla prima finestra previdenziale utile.
Tutto questo, l’anno prossimo, avrà una certa conseguenza elettorale, ed è anche giusto che in fondo, sia così. Perché poi, le persone, i marchigiani, pretendono di essere assistiti e curati come prevede la Costituzione. E ciò, non si può con sfrontatezza pensare di poterglielo barattare e mistificare con il sollazzo di un concerto su un prato di montagna.



lunedì 6 maggio 2019

IL TERREMOTO DOPO IL TERREMOTO


«Prima le fabbriche, poi le case e poi le chiese.» ebbe a dire l’arcivescovo di Udine, Mons. Alfredo Battisti, pochi giorni dopo quel 6 maggio 1976, di cui ieri sono ricorsi 43 anni. Ed in effetti, quella saggezza di guida popolare e religiosa, portò in Friuli ad una ricostruzione che ancor oggi rappresenta un esempio di serietà ed efficienza, e che allora in dieci anni portò a rifare da capo interi paesi.
Altrettanto non può dirsi per quanto riguarda il terremoto cosiddetto Centro Italia, rispetto al quale di anni ne sono passati quasi tre. E non tanto perché in questi territori non ci siano Pastori della Chiesa saggi e lungimiranti.
In realtà, nello specifico marchigiano, il fenomeno più grave e sciagurato, mi si passi con comprensione e benevolenza la provocazione da quanti vivono questo dramma post sismico sulla pelle, è il permanente fenomeno del “terremoto dopo il terremoto”.
Ovvero, dopo la catastrofe naturale che dal punto di vista geofisico ad un certo punto si esaurisce, quella di una visione del futuro di questi territori del tutto sbagliata. Frutto per primo di un’eccitazione della politica, che lega oramai la sua esistenza esclusivamente al consenso immediato e all'autoperpetuazione.
La crisi economica e finanziaria del primo decennio del nuovo secolo, aveva già messo in discussione il cosiddetto “modello marchigiano”, specie nelle aree interne. Già prima dei sismi del 2016 e del 2017, le diverse classi dirigenti annaspavano alla ricerca di un nuovo modello di sviluppo economico, ed annusando alcune dinamiche toscane e umbre, avevano già intrapreso azioni tese ad investire fortemente su una nuova, almeno per queste terre, industria, quella del turismo. Considerandola una sorta di nuova lotteria vincente, sulla quale puntare tutto.
Pensandola, ed è qui l’errore, non come economia complementare ad altri settori, ma del tutto sostitutiva dei comparti economici che per decenni avevano fatto la ricchezza delle Marche, ma implosi con la crisi.
Tutto questo ha assunto, dopo il 2016, strategia assoluta e dominante. Che ha sedotto tutti, politici, imprenditori, pezzi di società civile. Con investimenti stratosferici di denaro pubblico dal punto di vista economico, e il più delle volte grotteschi sotto il profilo realizzativo, oltreché divisivi nell’opinione pubblica.
Alimentando ancora la frustrazione, la disperazione, la rassegnazione e l’indignazione delle popolazioni dei territori colpiti.
Sbagli su sbagli, che potrebbero avere conseguenze serie e di lungo periodo, generati proprio nel pensare che l’economia delle aree interne marchigiane possa davvero sostenersi ed alimentarsi esclusivamente con il turismo. Di qualunque tipologia: di massa, lento, esperienziale, responsabile, etc etc.
La convinzione, che possa essere l’economia turistica, a tenere le persone nei territori, a rimanere o tornarci. Anziché il lavoro generato dalla “fabbrica”, intendendo questa espressione in senso estensivo e non tradizionale.
Ma l’industria del turismo ha una caratteristica del tutto specifica: che non gli serve una comunità, degli abitanti, un paese. Gli bastano semplicemente dipendenti e clienti, ed infrastrutture per far muovere velocemente le persone, insieme a contenitori dove farle consumare e spendere in poche ore, per poi rispedirle a casa.
Faccio un banale esempio, per conoscenza diretta. Vivo a Genga, il paese delle Grotte di Frasassi, una delle eccellenze del turismo nazionale. Duecentocinquantamila visitatori in media l’anno. Millesettecento abitanti il paese. Di questi, a occhio e croce, con l’attività turistica, diretta o indiretta, ci portano a casa uno stipendio mensile circa 400 persone, a tenersi larghi. E gli altri milletrecento abitanti? Se non ci fossero altri lavori a tenerli qui, o una qualità di servizi alla persona che giustifichi la residenza, perché dovrebbero vivere in questo posto? Tanto è vero, che storicamente anche qui dal Novecento, il lavoro prevalente è stato, ed è tutt'oggi, ben altro dal turismo. Se l’idea è quella che rimane sul posto solo chi vive di turismo, Genga avrebbe 400 abitanti. E neanche tanto, perché si può fare la guida turistica, il cameriere, il bancarellaro, come pendolari da un altro territorio o città.
Quell’arcivescovo friulano, tanti anni fa, nell’anteporre la priorità alle fabbriche, e cioè al lavoro radicato e residente, aveva chiaro in mente, che quello era il modo concreto per non far disperdere e frantumare le comunità, ma al contrario farle rimanere, seppur subito a ridosso del terremoto anche molto precariamente, coese e sul posto.
E allora credo che la visione che manchi, sia dovuta anche solo semplicemente all’ignoranza. Ci sono già nelle aree interne Regione, imprese innovative, legate alla manifattura ecologica ed ambientale, ai saperi e alla conoscenza, che hanno successo, internazionalizzazione e fatturato, proprio per il fatto che stanno in un paesaggio ed in un ambiente con determinate caratteristiche di qualità. Una fortuna che non avrebbero parimenti, se fossero localizzate in una fascia metropolitana, o in una desolata area industriale ed artigianale tradizionale. Questo ad ammissione per primo degli stessi imprenditori. Imprese fatte crescere da marchigiani, e che danno lavoro a marchigiani.  In questo, seppur espressione di un modello novecentesco di fabbrica e di lavoro, ha ragione Diego Della Valle, che animato anche da un sentimento di solidarietà, ad Arquata del Tronto in qualche mese c'ha impiantato un nuovo stabilimento della Tod's. Altro che  neo-colonizzatori di note multinazionali, introdotti da faccendieri locali, che con rapacità si stanno radicando sui territori colpiti dal terremoto.
Invertire la rotta, significa rimettere in ordine alcuni concetti e valori. Ritornare per primo a considerare il turismo come una preziosa opportunità economica, ma complementare, e favorire l’insediamento e la crescita di nuove “fabbriche” di alta qualità, integrate nel paesaggio e rispettose dell’ambiente. Così, avrà allora certezza, oltreché senso, ricostruire i paesi.
Altrimenti, davvero, mi si passi di nuovo la provocazione finale, meglio far spopolare definitivamente tutto, e consegnare la chiavi di questa parte dell’Appennino, all’amministratore delegato di questo potenziale parco divertimenti e outlet all’aria aperta.



giovedì 14 marzo 2019

PIAZZA GRANDE

A Genga non c’è una piazza che sia luogo identitario e ritrovo della socialità quotidiana; e sede come in ogni paese, di un mercato settimanale. Non c’è neanche uno spazio civico al chiuso, dove gli abitanti possano trovarsi; un centro sociale, un circolo cittadino. A Genga ci si incontra solo nei quattro bar, tra slot machine e gare sportive televisive. La spesa media pro capite al gioco d’azzardo (1748 abitanti) nel 2017, è poco oltre i 1000 euro l’anno (dati ufficiali). A chi amministra il diritto ad una pubblica socialità, come anche la patologica tendenza all’azzardo, sembrano non interessare. Eppure il Comune ha un locale di proprietà da destinare ad una funzione sociale, di 300 metri quadri, all’interno del Castello di Genga. Chiuso da tempo, riaperto alcuni giorni l’agosto scorso per una mostra. Per molti anni lo ha concesso in affitto solo ad attività ristorative private. Che, purtroppo, non hanno mai avuto successo. Tanto che l’ultima gestione, per mesi non è riuscita ad assolvere agli impegni economici con il Comune. Costretto, quest’ultimo, ad un contenzioso per rientrare in possesso dei locali, e ad un atto amministrativo di pignoramento per recupero crediti. Ma il Comune ha voluto persistere, confortato dalla Delibera di Consiglio n. 21 del 26 ottobre 2018, nel ritenere vocati quegli spazi ad una attività imprenditoriale economica. Un scelta che fa sorgere domande e perplessità; non tanto sulla correttezza giuridica e formale, ma quanto sull’opportunità politica ed i tempi. Perché destinare i locali esclusivamente ad uso commerciale, e non prevedere anche un possibile utilizzo sociale, civile e culturale? Perché ammettere al bando solamente alcuni soggetti, e precludere la possibilità a parteciparvi ad Associazioni, Fondazioni, Comunanze Agrarie, Onlus, Enti No Profit? Perché si è scelto prima un canone di locazione basato su criteri catastali, e poi si è deciso di abbatterlo drasticamente? Considerato che, in seconda battuta, si è applicato un canone poco oggettivo, quello dell’ultimo contratto. Perché si è scelto di concederlo in affitto per 9 anni? Un periodo molto lungo, una scelta curiosa per un’Amministrazione Comunale in scadenza a giorni, con un Sindaco al secondo mandato (anche se ricandidabile per un terzo). Che impegnerà non solo il primo mandato del nuovo Sindaco, ma anche quasi tutto l’eventuale secondo mandato elettivo, fino al 2028. Perché non si è tenuto conto, tra il 14 e il 25 febbraio scorso, della lettera formale al Sindaco, scritta il 21 febbraio dalla Comunanza Agraria “3 Parrocchie”? Che è un ente giuridico secolare senza scopo di lucro, ed impegnato nella promozione sociale, culturale ed ambientale, costituito da cittadini di Genga. Lettera in cui venivano richiesti al Comune i locali del Castello, per avviarci un’attività di promozione sociale per gli abitanti. Diversi perché. Ma vediamo con ordine i fatti: il 27 novembre 2018 con Determinazione Dirigenziale n. 436, il Comune pubblicava un bando per “la concessione in locazione dei locali comunali Piano Terra Palazzo Comunale Genga capoluogo, da adibire ad esercizio commerciale”, con un importo a base d’asta come canone mensile di 1120 euro oltre IVA. Per un contratto di 9 anni.  Un bando a cui erano ammessi a parteciparvi solo “imprese individuali, società commerciali, società cooperative, consorzi di cooperative”. Alla scadenza del 27 dicembre 2018, la gara è andata deserta, così da indurre la Giunta con delibera n. 7 del 14 febbraio 2019, a procedere all’emissione di un nuovo bando. In cui rispetto al precedente si introduceva una novità: “Dato atto che il canone annuo calcolato sulla base del 10% del valore catastale, risulta quindi eccessivo ed è preferibile utilizzare, come base di gara, una cifra congruente con il canone versato dal precedente affittuario e quindi pari ad euro 350/mese.” Un abbattimento del canone del 31,25%. E quindi, nel nuovo bando, pubblicato il 25 febbraio 2019 con scadenza il 4 aprile, tutte le caratteristiche sono uguali al primo, fatta eccezione per il canone di locazione. I soggetti ammessi, la durata del contratto, le premialità progettuali: “vendita di prodotti della produzione locale, organizzazione di eventi per la promozione di Genga, interventi di riqualificazione delle aree circostanti i locali compresi programmi di pulizia e manutenzione ordinaria delle aree stradali e pedonali interne al castello”. Diversi gli aspetti inusuali in questa storia. Che lasciano pensare, nel pur corretto corso delle procedure amministrative, che già esistano aspettative di qualche potenziale interessato. Una vicenda che confligge con un’altra scelta, quella della Delibera di Giunta n. 10 del 28 febbraio scorso, con cui il Comune ha rinnovato, per la seconda volta consecutiva, senza alcun bando, la locazione dell’ex scuola comunale di Catozzi alla squadra Cacciatori al Cinghiale di Genga, per un canone di 68 €/mese. Riconoscendo, si legge nell’atto, “la valenza aggregativa e sociale svolta dalla Squadra Cacciatori al cinghiale nel contesto gengarino”, e che l’associazione “oltre a svolgere attività prettamente venatoria svolge un importante punto di riferimento per le persone anziane che non hanno molti ritrovi aggregativi se non il bar ed al tempo stesso promuove campagne di sensibilizzazione per la raccolta di rifiuti tossici all’interno del territorio Comunale  e all’interno del Parco Gola della Rossa e Frasassi, coadiuvando l’Amministrazione Comunale in tutte le iniziative volte a sensibilizzare la cittadinanza sull’argomento rifiuti”. Insomma, buon senso vorrebbe, che un Sindaco in scadenza tra qualche settimana, provveda a ritirare il bando e a lasciare la scelta alla nuova Amministrazione.