giovedì 26 maggio 2022

AVE MARIA GUARANI'

Sono stato qui l’ultima volta tanti anni fa, da ragazzino. Mi ci portarono da Jesi i miei genitori. Ricordo anche che poi per diversi anni, causa crolli post sisma del 1997, l’accesso al Santuario fu interdetto per ragioni di sicurezza.

Se non fosse stato per il workshop di narrazione del paesaggio nel Parco Naturale Regionale della Gola della Rossa e di Frasassi, organizzato dall’Associazione “Bagatto Percorsi Creativi” con la “Scuola di Letteratura e Fotografia Jack London”, probabilmente non sarei venuto di nuovo qui per molto altro tempo.


Arrivando in macchina, prima della radura, mi colpisce la cura con cui è stato messo in sicurezza e valorizzato questo luogo: ripristinata la strada bianca, nuove transennature ecocompatibili, cartellonistica informativa, panche e tavoli per pic-nic. Con il sostegno dell’Unione Montana Esino-Frasassi e tanto generoso volontariato locale.


Sceso dalla macchina, faccio l’ultimo tratto a piedi dove si apre la radura. C’è già gente che è arrivata per la Messa, che si tiene all’aperto, sotto l’ingresso del Santuario, sfruttando un affioramento di roccia, apparecchiato ad altare. Il sacerdote sta preparandosi per la celebrazione assieme a dei laici; poi indossa i paramenti sacri, ed inizia la Messa, in un italiano ancora un po’ incerto. Ci sono tutte persone del posto, alcune già conosciute, abitanti delle piccole comunità che insistono su questo versante della montagna fabrianese.


A Messa da poco iniziata arrivano anche lo scrittore Angelo Ferracuti, fondatore della Scuola Jack London, il giovane fotografo Leonbattista Scacchettti (autore delle foto) e Laura Trappetti dell’Associazione Bagatto di Fabriano.


Il sacerdote, che è anche parroco delle frazioni di Precicchie e Poggio S. Romualdo, è un giovane missionario centroamericano, di El Salvador.


Mentre la Messa prosegue, osservando la scena nel suo insieme, naturalistico ed antropico, mi viene in mente uno dei tanti quadri scenografici del film Mission, il capolavoro di Roland Joffé del 1986, con Robert De Niro e Jeremy Irons.


“Stiamo in Mission all’incontrario”, penso tra me e me.


La Messa nel bosco appenninico, anziché nelle foresta pluviale vicino le Cascate dell’Iguazù; il prete evangelizzatore, anziché bianco e occidentale, è indigeno e centroamericano; i fedeli, abitanti dei villaggi locali, anziché indios della tribù Guaranì, sono bianchi ed occidentali; precisamente fabrianesi.


Una suggestione cinematografica, che oltre ad emozionarmi, la dice lunga sul processo di secolarizzazione oramai molto allo stadio avanzato, e sulle difficoltà della Chiesa Italiana di poter coprire i tanti territori delle Parrocchie, diffuse e radicate in tutto il Paese.
Alla fine della Messa, grazie alla signora Franca, che all’anagrafe di chiama Francesca Perini, appassionata volontaria locale della “Fraternità Missionaria di Cristo Crocefisso” di El Salvador, faccio conoscenza con il giovane parroco salvadoregno di queste frazioni, Padre Jorge detto Don Giorgio, e con il diacono dell’Honduras, Fredie, che lo affianca nel servizio pastorale nelle Parrocchie di questa parte della Diocesi fabrianese.


È l’occasione per conoscere con precisione questo prezioso progetto pastorale, avviato anni fa dal Vescovo di Fabriano Mons. Giancarlo Vecerriga, e proseguito dai sui successori, Mons. Giovanni Russo e l’attuale Mons. Francesco Massara, che lo sostiene con convinzione.


Un’esperienza che consente a questo territorio montano, nella crisi strutturale delle vocazioni sacerdotali, di avere delle parrocchie vive, le Chiese aperte, le comunità locali impegnate e motivate, oltre che spiritualmente, anche socialmente.
Franca ed altri volontari, sono impegnati da anni nel sostegno della missione in El Salvador, fondata dalla figura carismatica di Padre Abel Fernàndez, scomparso qualche anno fa, che in quella regione del Sud del mondo, rappresenta il solo presidio per le comunità native, di assistenza, educazione e legalità.


I volontari fabrianesi, raccolgono fondi, tramite anche iniziative di socialità, per il sostegno delle attività scolastiche in loco, e promuovono progetti di adozione a distanza di minori salvadoregni.


La Missione, ciclicamente, invia giovani ordinati a fare “pratica” pastorale e parrocchiale dalla periferia del Mondo, alla periferia montana di Fabriano. Rimangono un po’ di anni qui, e poi tornano alla loro terra di provenienza, per un servizio pastorale stabile.


Ricordo infatti di aver già conosciuto anni fa, i parroci latinoamericani di queste frazioni, che ora sono ripartiti; ma non immaginavo che la presenza di questi sacerdoti stranieri, facesse parte di un progetto strutturato così bello.


Lì, al Santuario della Madonna della Grotta, nella frazione Grotte di Fabriano, incastonato nel calcare massiccio, ricavato in seguito di quella che viene raccontata fu un’apparizione della Madonna ad un bambino del posto, Padre Jorge in questa stagione, la domenica celebra Messa alle 9, alle 11 e alle 18.


Fatevi una passeggiata in mezzo al bosco, lasciando la macchina all’incrocio tra San Giovanni e la strada per Precicchie, oppure salendo su per il sentiero escursionistico da Grotte, e partecipate alla Messa.


Anche se non siete credenti, o siete perplessi o dubbiosi, vi troverete coinvolti in un’esperienza molto potente. In questa radura Guaranì del fabrianese, si ha lo stimolo, come scrive il poeta Franco Arminio, di inginocchiarsi e pregare, anche se non si crede a nessuno.


* le foto sono di Leonbattista Scacchetti






giovedì 5 maggio 2022

CHIAMAMI ANCORA AMORE

E’ piovuto fino a pochi minuti fa. Le strade all’ingresso di Perugia sono ancora abbondantemente bagnate, ma è evidente che il tempo si sta rimettendo, e questo già fa guardare alla giornata con uno spirito diverso.

Attorno alla Stazione Centrale di Fontivegge, nel deserto della giornata festiva, si vedono persone con zainetti e bandiere della pace che, scese dal treno o lasciata la macchina in zona, si dirigono verso la fermata del MiniMetro, una delle infrastrutture degli anni più recenti, sempre in discussione riguardo la sua utilità.

Infatti, per affollare le navette dell’ovovia eugubina, di domenica mattina e al costo di 1.50 € a corsa, ci volevano giusto i partecipanti alla Marcia della Pace Perugia-Assisi, diretti verso il punto storico di partenza: i Giardini del Frontone.

Condivido la corsa nella navetta senza conducente con un paio di suore, un boyscout, una famiglia con passeggino, due ragazzine, una delle quali ad un certo punto, si accorge di non aver conservato il biglietto per uscire, e a cui passo il mio, una volta uscito, per poter superare il tornello; ma l’espediente non funziona, e tocca chiamare il sorvegliante per farle uscire, spiegando la distrazione avuta.

Loro, generazione Greta Thumberg, sono arrivate il giorno prima in treno da Asti per partecipare alla Marcia; al Frontone dovrebbero incontrare i loro conterranei che invece sono giunti in pullmann, viaggiando tutta la notte.

Ci salutiamo all’inizio di Borgo XX Giugno, loro vanno a cercare i loro amici, ed io comincio ad aggirarmi per osservare quello che potremmo definire “il popolo” della Marcia della Pace; e che sono le persone che poi fanno la straordinaria forza di questa esperienza.

Quelle che camminano per davvero; chi se l’ha fa tutta, chi si aggrega da Ponte S. Giovanni, chi arriva direttamente a Santa Maria degli Angeli e sale fino ad Assisi. Mentre ai Giardini del Frontone va in scena la cerimonia iniziale, con le Istituzioni, i molti politici giunti lì per la foto opportunity (anche marchigiani), ma che poi risalgono in macchina e te li ritrovi freschi come un fiore ad Assisi, mentre chi ha camminato arriva disfatto…

Intanto il popolo della marcia freme, e dei gruppuscoli avanguardisti sono partiti ancor prima dello striscione iniziale con gli organizzatori, e il furgone con la musica. Anche io, ad una certa, considerato che la partenza ufficiale ritardava, mi sono incamminato lungo la discesa in direzione Ponte S. Giovanni.

Lì gli abitanti ti aspettano affacciati dai balconi per salutarti, e al grande svincolo con l’E45 si incontrano quelli scesi da Perugia, con agli arrivati direttamente nella frazione perugina vicino al Tevere. E dove si trovano, anche casualmente, senza whatsApp preliminari, persone che non si vedono da tempo; come accade anche inaspettatamente a me, con due fratelli jesini, con i quali non ci si vedeva da anni, con cui proseguirò insieme fino ad Assisi, recuperando in chiacchiere lontani tempi giovanili perduti.

Camminando, la cosa che mi incuriosisce di più, è guardare un po’ le facce di questo popolo della Perugia – Assisi. Una Marcia storica, istituita 61 anni fa da Aldo Capitini, che non necessariamente si tiene tutti gli anni. Quella di domenica 24 aprile è un’edizione straordinaria e, degli ultimi anni, la più urgente e necessaria, perché risponde alla tragedia della guerra in corso in Ucraina a seguito dell’invasione di Putin, nel cuore dell’Europa.

Una guerra dalla quale, dopo i primi giorni, sembrano essere sparite dal linguaggio comunicativo quotidiano occidentale, le parole “tregua”, “negoziato”, “compromesso”, “Pace”.

Quella di domenica 24 Aprile, è indubbiamente l’Edizione che ha suscitato più polemiche, strumentalizzazioni, ed etichettature di carattere politico. In un’Italia in cui la politica, quasi tutta, sembra aver dismesso il buonsenso comune, dimenticato la Costituzione, ed indossato l’elmetto, snobbando perfino la voce accorata di Papa Francesco; il solo che domenica da Piazza San Pietro, abbia salutato e sostenuto i partecipanti della Perugia-Assisi.

E allora, già dopo i primi chilometri, ed esser stato superato dallo striscione ufficiale portato da ragazzini, ho avuto la percezione della distanza siderale che c’è tra la politica italiana ed europea, assieme al sistema informativo e della comunicazione, e le persone che da tutta Italia, dall’età del marsupio e del passeggino, fino a quella del centro sociale per gli anziani, domenica sono venute nel cuore dell’Umbria, per chiedere a quanti dovrebbero responsabilmente governarli, l’unica azione che da oltre sessanta giorni, al contrario, non intendono fare: “FERMATEVI!”.

Che è la parola-slogan di questa ed altre passate edizioni della Marcia.

Ma, nel dibattito quotidiano, chiunque chieda di fermare questa guerra, dalle ragioni straordinariamente molto complesse rispetto al semplicismo della narrazione informativa, viene ancor prima che passato per le armi, sottoposto ad una serie di etichettatture politiche, e tacciato di codardia, viltà, o di essere filo “questo” o filo “quell’altro”.

Mentre a guardare le facce pulite di quelle decine di migliaia di donne e uomini, che si sono incamminate tra Perugia e la Basilica di Assisi, l’unica etichetta che si poteva attribuirgli era quella di “persona”.

Uomini e donne di ogni età, impossibili da classificare forzosamente in una delle tante oramai necrotiche categorie politiche e culturali del Ventesimo Secolo.

Ecco, nel vedere i tanti ragazzini che “volavano” sui piedi, illuminati da un sole d’Aprile divenuto scottante, scavalcando tronconi di marcia, richiamati lì non da un capopartito o da un capobastone, ma solo dal loro diritto di un futuro senza armi e senza guerre, è evidente come sia drammaticamente pericoloso leggere, e pensare di risolvere, la tragedia che sta avvenendo in Ucraina (ma anche negli altri 48 conflitti in corso sparsi nel Pianeta), con le lenti, le parole e gli strumenti del Novecento.

Questa è la Prima Guerra Mondiale del Ventunesimo Secolo.

Ma ad occuparsene, ad averla scatenata, a spergiurare di volerla risolvere presto, c’è una classe dirigente mondiale del Secolo scorso.

Distante anni luce dai desideri di quei ragazzini che sfrecciavano per le strade umbre, e che reggevano quel tanto contestato striscione con scritto “FERMATEVI”.

Una delle canzoni che accompagnava il cammino dello striscione della Marcia della Pace, era “Chiamami ancora amore” di Roberto Vecchioni. Che ad un certo punto del testo, diventa come un’invocazione di preghiera:

 “in questo disperato sogno

tra il silenzio ed il tuono

difendi questa umanità

anche se restasse un solo uomo”

La preghiera laica di quei giovani, che chiedono di fermare la guerra; e che hanno diritto ad un futuro di Pace. Ma anche a delle classi dirigenti radicalmente diverse.

Perché quelle attuali, hanno la responsabilità imperdonabile di aver fatto sì che “(…) gli esseri umani vivono sotto l’ombra di un uragano che potrebbe scatenarsi ad ogni istante con una travolgenza inimmaginabile. Giacchè le armi ci sono; e se è difficile persuadersi che vi siano persone capaci di assumersi la responsabilità delle distruzioni e dei dolori che una guerra causerebbe, non è escluso che un fatto imprevedibile ed incontrollabile possa far scoccare la scintilla che metta in moto l’apparato bellico.(…)”. ( da Pacem in Terris, 1963)



venerdì 25 febbraio 2022

"IL TRENO IO L'HO PRESO E HO FATTO BENE"

“Sembrava il treno anch’esso un mito di progresso”, canta Guccini ne “La Locomotiva.

In effetti, la “strada ferrata” è ancora un simbolo futurista e progressista; tanto più nell’urgenza di arginare, ammesso che si sia ancora in tempo, il cambiamento climatico.

Sicuramente più delle strade; basti pensare alla peggiore ed ingannevole scelta politica fatta nelle Marche, dal Dopoguerra ad oggi, che è stata la Quadrilatero.

Di conseguenza, il completamento del raddoppio della Falconara-Orte nei tratti montani rimasti, è un progetto che arriva enormemente in ritardo; almeno di una trentina d’anni.

Dopo che da quasi due anni si sono visti operare nel territorio gengarino i tecnici di Italferr per i rilievi geotecnici, e che un anno fa è stato approvato il PNRR con l’opera finanziata, solo da qualche settimana si è scoperto in loco che presto inizieranno i lavori del raddoppio.

Chiaramente, come è giusto, avendo il processo una fase di pubblicità partecipativa, prevista dalla normativa sulle Grandi Opere, si è acceso il dibattito.

Sarà l’Amministrazione Comunale di Genga nello specifico, che dovrà interloquire con Italferr per le cosiddette “osservazioni”. Sollecitata, a ben ragione, dagli abitanti. Alcuni molto preoccupati perché i cantieri e l’opera interesseranno loro legittimi interessi; altri, come tutti i pensionati del mondo che guardano i cantieri con ambizioni strategiche, impegnati ad esercitarsi nel più naturale del chiacchiericcio, dei pareri tecnici, del problem solving.

Quello che mi pare emergere finora, è che sia le Istituzioni che la popolazione, guardino all’opera con l’occhio rivolto sulla parte che più interessa. L’Amministrazione, molto rivolta alla sorte finale del “biglietto da visita” rappresentato dal parcheggio delle Grotte e delle attività commerciali; i pochi abitanti rimasti, preoccupati di perdere, con gli espropri per pubblica utilità, un annesso, l’orto, o la bancarella.

Penso che il raddoppio della tratta ferroviaria sia necessario.

Consapevole che qui non ci sarà mai, per conformazione territoriale, l’Alta Velocità. Ma con la speranza che si possa arrivare, con la disponibilità di più treni, a quella “Metropolitana di Superficie”, su cui la Provincia di Ancona scommise oltre vent’anni fa; ma della quale ad oggi sono stati realizzati solo i rialzi delle banchine di accesso ai treni nelle stazioni tra Ancona e Fabriano.

Questo obiettivo, avrebbe più valore degli sbandierati 15 minuti in meno (citati addirittura nel testo del PNRR) sulla percorrenza dell’intera Ancona-Roma.

Perché poi, il treno deve essere un servizio pubblico per la mobilità quotidiana delle persone, e non un capriccio per i turisti, come la buffonata del trenino storico tra Pergola e Fabriano.

Però, dal progetto si capisce che si è già persa, a meno di revisioni, un’occasione, la più importante: quella di mettere completamente in galleria, tra Serra S. Quirico e Genga, tutti e due i binari.

Verranno realizzati due nuovi binari, che alterneranno tratti in galleria ad altri a cielo aperto; mentre quello attuale verrà dismesso, con l’ipotesi di rinconvertirlo a ciclopedonale. Questo ultimo aspetto è indubbiamente importante: scomparirà il passaggio a livello di Pontechiaradovo, che per diverse ore al giorno, tali sono i tempi giornalieri delle chiusure, preclude il continuo transito, nell’eventualità anche di emergenze, agli abitanti di Palombare e Mogiano. Inoltre, la ciclopedonale al posto del binario dismesso, potrebbe rappresentare una parziale compensazione alla pluriennale menzogna degli amministratori locali e regionali, sul ripristino della antica Strada Clementina.

Togliere dal sottobosco i treni, sarebbe stato lungimirante anche a livello di tutela ambientale e prevenzione catastrofi.

Non va dimenticato, che l’incendio di Genga del giugno scorso, che per quattro giorni ha bruciato centinaia di ettari area boschiva protetta, e messo in pericolo diverse abitazioni, è stato originato dalle scintille del freno rotto di un treno merci lungo due chilometri di binario.

Considerato poi, che per interessi economici privati si consente qui di forare le montagne almeno fino al 2048 con le cave, sarebbe stato eticamente giusto stavolta, per realizzare un’opera pubblica, fare delle gallerie capaci di togliere i treni all’aperto.

Si ripete lo stesso errore della Quadrilatero (risparmio economico? condizionamenti politici?): tra Serra S. Quirico e Valtreara, tutte e due le carreggiate dei due sensi di marcia, sarebbero potute stare tranquillamente in galleria sotto il complesso del Revellone.

Facendo così davvero “respirare” la valle.

Perché poi, il paradosso di alcune letture localistiche di quest’opera, è quello che ritiene essere il raddoppio ferroviario, l’intervento che deturperà e devasterà, a livello naturalistico e paesaggistico, una valle incontaminata ed incantata.

Questa non è nè l’ipertecnologica Silicon Valley, nè la scozzese Valle di Glencoe, ma un territorio che da decenni è stato devastato, e per scelte locali: da un manifatturiero pesante ed invasivo; dalle cave; dal prelievo di acque minerali dal sottosuolo per fini privati; dai bidoni di cromo esavalente sotterrati a Valtreara; dallo svincolo Quadrilatero di Gattuccio-Valtreara voluto così dalla politica locale; da abusi edilizi ed incompiute che sono già archeologia industriale come la Nave di Colleponi, le nuove Terme di San Vittore, l’oramai baraccopoli di Lago Fossi, la discoteca Pulvisia, la nuova caserma dei Carabinieri a Camponocecchio. E dai rifiuti domestici, compresi materassi, pneumatici, elettrodomestici, abbandonati nei boschi.

Lo stesso territorio, quello gengarino, che giusto 25 anni fa si è opposto ferocemente all’istituzione del Parco. La cui Municipalità, oggi è la sola, da Fabriano a Staffolo, a non far parte dell’Unione Montana Esino Frasassi.

Un conto è essere giustamente attenti e preoccupati per l’impatto della ferrovia, specie se si è un abitante di Palombare e Mogiano; altro è raccontarsi ancora una fiaba sulla storia anche recente di queste zone.

Anche perché, a vedere il progetto del raddoppio ferroviario, la zona dell’attuale stazione di Genga, e del parcheggio ed area commerciale delle Grotte di Frasassi, verrà comunque migliorata e risanata, considerato che da anni le bancarelle e la biglietteria sono in area esondabile.

Perfino sotto la zona montuosa dell’Eremo di Grottafucile, dove il nuovo binario correrà per un trecento metri circa all’aperto, dal progetto sembra palesarsi una situazione migliorativa rispetto all’attuale; considerato che nessuno ancora, per quanto di norma previsto, a decenni dalla chiusura, si è fatto carico della bonifica e ripristino ambientale della cava di calcare sotto l’Eremo.

Anche il cosiddetto turismo slow, non verrà penalizzato. I climber potranno continuare ad arrampicare (meglio però i tanti rispettosi dell’ambiente, che quelli che tagliano la roccia con il frollino per creare scale di accesso alle pareti, o che lasciano nel bosco e sui sentieri le scatolette di tonno sott’olio o altri incarti di merende).


“La locomotiva ha la strada segnata”, canta De Gregori su Buffalo Bill. Allora l’obiettivo vero della concertazione istituzionale, dovrebbe essere che i binari fossero in messi tutti in galleria. Poi i cantieri dovranno avere tempi certi, con il controllo e monitoraggio ambientale non lasciato alla buona volontà delle imprese. Il diritto alla qualità della quotidianità di chi vive a ridosso delle aree di intervento, non dovrà essere lasciato alla protesta o reclamo dei singoli, ma garantito dalle Istituzioni, e preteso dalle imprese che la movimentazione dei mezzi non replichino i disagi già creati agli abitanti dalla Quadrilatero. Infine, le compensazioni e mitigazioni paesaggistiche non dovranno essere confuse con qualche piantumazione sporadica.

Queste sono i compiti che spetta al ruolo delle Istituzioni locali e territoriali.

Riusciranno se questo processo lo governeranno, anziché prenderne atto o peggio subirlo; e se l’obiettivo sarà quello di condizionare il progetto nella sua interezza e complessità, anziché mediarlo nelle sue parzialità di volta in volta, a seconda di chi protesterà di più.



giovedì 28 ottobre 2021

OVUNQUE PROTEGGI

Tre sabati fa, quando ho fatto quella foto, ero stato mosso dalla suggestione del contrasto di alcuni toni di grigi e azzurro delle nuvole che s'erano incassate nella gola. Null'altro.

Aveva piovuto molto fino al mattino presto, l'aria era umida, ed il tempo stava iniziando a migliorare.  Dopotutto in quel posto ci sarò passato migliaia di volte, e quel giorno ero incuriosito soprattutto di sporgermi sopra il vecchio sgarrupato ponticello, per  vedere il livello del fiume dopo quelle piogge così abbondanti; le prime successive ad un'estate disastrosa. 

Curioso di capire se l'onda di piena fosse già passata oppure no. Quel taglio di gola poi m'ha sempre affascinato, con ogni tempo; è come se, senza riuscirci, provasse a separare, proteggendolo, quel poco di ambiente naturale che cerca di scamparla ad azioni di devastazione, di cui non finisce ancora di essere vittima questo territorio. 

La foto, tra l'altro, l'avevo fatta anche frettolosamente, in un equilibrio precario sui piedi, tra la mano che reggeva lo smartphone, e l'altra che tratteneva Blanka (Cane Piccolo), che tirava da una parte attirata da odori selvatici. 

Poi, la sera, andando a rimestare tra le foto archiviate sullo smartphone, cercando il download di una locandina in jpg, e riaprendo quelle poche foto fatte il mattino, mi sono accorto che i toni di grigio indistinti delle nuvole tra la gola, assumevano una sagoma molto particolare. 

"Guarda qui - dico a Laura con una certa emozione - questo è Broz". Entrambi ci emozioniamo molto, erano pochi giorni che Cane Grande non c'era più. 

E già, la nuvola aveva proprio la fisiognomica della testa di un cane. 

Ecco, io ho letto di questa storia del Ponte Arcobaleno, mosso  dalla curiosità di capire cosa significasse questa sorta di condoglianza animalista dell'augurare "Buon Ponte". 

Da pessimo cristiano, la cui fede non sempre è così salda per pensare già al nostro di aldilà, ho sempre ritenuto quella del Ponte Arcobaleno, essere poco più che una suggestiva narrazione. 

Poi però è arrivata la nuvola. Che quando ho guardato la gola, inquadrato, cercato il miglior scatto, non ho visto. Giuro. E che scopro solo dopo diverse ore, avere quel richiamo così forte. 

Io adesso non so se ci sarà il Ponte Arcobaleno davvero. Certo, non "lo scopriremo solo vivendo". 

Ma mi fa bene pensare davvero che ci sia; mi solleva e lenisce da una mancanza molto forte, quotidiana. E mi piace guardare quella nuvola a forma di cane, sopra la gola che con Broz abbiamo attraversato insieme per anni. 

E pensare a Broz. Che "ovunque proteggi la grazia del mio cuore ".








venerdì 1 ottobre 2021

L'ISOLA CHE NON C'E'

 

Il nostro territorio, per tutto il Novecento, ha basato il suo sviluppo economico sul manifatturiero che, progressivamente, ha reso subalterno il settore agricolo. 

Nasce non a caso proprio nel fabrianese la figura del “metalmezzadro”. Ciò ha alimentato per molti anni una forte e piena occupabilità, un benessere diffuso per gran parte della popolazione, generando un’offerta di lavoro che ha anche richiamato migliaia di persone da fuori, lavoratori che qui si sono stabiliti con le proprie famiglie, divenendo nuovi cittadini dell’Alta Vallesina. 

Questo tipo di economia, va detto, ha però anche provocato al territorio dei danni ambientali e paesaggistici non rimarginabili (basti pensare alle attività estrattive). 

In questo contesto, l’economia del turismo - o meglio l’industria, perché di questo si tratta - è sempre stata considerata complementare. 

Questo vale, nonostante le apparenze e le narrazioni, anche per una delle centrali del turismo più importanti delle Marche: le Grotte di Frasassi. Se analizzassimo infatti le ricadute occupazionali nel comune di Genga, che oggi conta circa 1.700 residenti, scopriremmo che gli abitanti che traggono, direttamente o indirettamente, un reddito con l’indotto turistico delle Grotte, supererebbero appena le 200 unità. Questo dimostra che anche in un paese in cui ipoteticamente tutti gli abitanti dovrebbero essere sostenuti dall’industria turistica, senza invece l’apporto di altre attività lavorative in tanti avrebbero problemi assai seri di sostentamento per sé e per le proprie famiglie. 

Con la crisi dell’economia mondiale all’inizio di questo nuovo millennio, quel modello che qui ha garantito per lunghi anni il benessere è saltato. E sono di conseguenza cominciati i problemi per migliaia di persone che, improvvisamente, hanno perso il lavoro. 

Ancora oggi, i dati forniti dalle organizzazioni sindacali e dal Centro per l’Impiego sono gravi, e purtroppo altre oscure ombre minacciano il lavoro manifatturiero della Vallesina e del fabrianese. 

Nell’implosione di quel modello quasi secolare, si è compiuto il più grosso errore da parte della classe dirigente politica regionale e territoriale. 

Su due fronti: 

- il primo è che si è pensato, e fatto credere, che quel tipo di economia che era saltata, potesse, con qualche aggiustamento e rammendo, essere rimessa in pista, ma ciò si è infranto subito con la spietatezza e la velocità della globalizzazione; 

- il secondo è che, non avendo un “piano B”, o meglio una visione strategica del territorio, si è presa la strada più semplice, più veloce, più seducente nella narrazione politica, specialmente ai fini di un consenso elettorale immediato. Ovvero che il futuro economico ed occupazionale di questo territorio potesse essere il turismo. 

Questo ha portato al dispiegamento, o meglio allo spreco, di fiumi di denaro pubblico: convegni, progetti, consulenze, esperti o presunti tali, eventi, strategie di marketing, social media manager e compagnia cantante. Il che ha indubbiamente generato o mantenuto posti di lavoro, ma, nonostante ancora adesso questa campana venga incessantemente suonata, i numeri sono ben al di sotto di quanto necessario. 

Solo una classe dirigente legata prevalentemente all’immediatezza del consenso politico avrebbe potuto credere, e tentare di far credere, che migliaia e migliaia di posti di lavoro persi in questi anni nel manifatturiero potessero essere assorbiti da una nascente industria del turismo. 

In un territorio che, pur avendo un prezioso e diffuso patrimonio artistico e paesaggistico, non ha la portata di una grande città d’arte né la forza della costa col turismo balneare. E che, dalla catena di montaggio, una generazione di operai potesse passare in scioltezza alle biglietterie di un museo o ai servizi della ristorazione e dell’accoglienza turistica. 

Non c’è in corso alcuna riconversione turistica del territorio. Ed anche la crescita della presenza turistica nei nostri borghi è ancora dentro a ciò che già si sapeva, ovvero che l’industria del turismo non può che considerarsi, per queste zone, complementare ad altri comparti trainanti, i soli in grado di far spostare (o, far restare) persone e famiglie nei paesi con scelte consapevoli e durature. 

Per fare un esempio banale, anche quanti in questi anni hanno aperto un B&B, ristrutturando qualche casa ereditata dai nonni, non svolgono questa come attività principale per la generazione del reddito familiare, ma come iniziativa di integrazione ad altre entrate da lavoro. 

A dimostrazione della debolezza e dell’inconsistenza del modello proposto, è arrivata purtroppo la pandemia. 

Che ci ha dimostrato come l’industria del turismo possa essere effimera e volatile. 

Basta un virus che impedisca per lungo tempo alle persone di muoversi e spostarsi, per necessità che non siano primarie, che in poco tempo questo tipo di economia va in crisi e in blocco totale; e molte attività di questa natura, una volta interrotte per un lungo periodo, difficilmente ripartono. 

E se poi non è un virus, anche una catastrofe naturale quale è un terremoto, purtroppo, paralizza drammaticamente un’industria di questo genere. 

Il danno più grave, di origine dolosa a mio avviso, di questa cultura politica e amministrativa, è che mentre si sono sperperati soldi pubblici ed energie per correre dietro, in quasi quindici anni, al miraggio del turismo, si sono persi di vista gli azionisti primari della politica locale e territoriale: gli abitanti. 

La mancanza di una vera pianificazione urbanistica e paesaggistica, con i necessari investimenti finalizzati al recupero del patrimonio immobiliare pubblico e privato, la costante riduzione e chiusura nel territorio dei servizi essenziali (basti pensare alla sanità, alla scuola e al trasporto pubblico), la fascinazione per le grandi infrastrutture stradali come la Quadrilatero a discapito del depauperamento delle reti stradali comunali e provinciali, ha continuato a favorire l’emorragia di abitanti, che se ne stanno andando a vivere in luoghi in cui la vita quotidiana è meno faticosa, specie se si hanno dei figli. 

Lo spopolamento progressivo del nostro territorio è un dato incontestabile, ed è dovuto alle difficoltà, e spesso ai maggiori costi, del vivere nei borghi di montagna rispetto a quanto non accada in pianura o lungo la costa. 

Una politica che ha portato indubbiamente in questi anni ad avere qualche turista in più, ma molti abitanti in meno. 

Ma l’industria del turismo ha un grosso vantaggio rispetto ai settori economici primari: che non ha bisogno di abitanti. 

I turisti arrivano, stazionano poche ore o qualche giorno, poi se ne vanno. Non servono, tendenzialmente, servizi essenziali, come la sanità e la scuola, o una farmacia e un supermercato, o l’ufficio postale o una filiale bancaria. 

All’industria del turismo servono solo clienti e dipendenti; e quest’ultimi molto spesso stagionali, pendolari e discutibilmente contrattualizzati e sottopagati. 

Per questo, considerate anche molte operazioni messe in essere nel nostro territorio, è facilmente prevedibile che queste aree possano diventare in pochi anni dei grandi parchi giochi all’aria aperta, ad uso e consumo del turismo. 

O zone gentrificate. 

Senza necessità di essere abitate da Comunità stabili. 

E non si può tralasciare il fatto che certo turismo ha un suo pesante impatto ambientale: basta andare a vedere cosa stanno facendo sul Monte Acuto, sopra Frontone, per la costruzione di nuovi impianti di risalita invernali - quando lì nevica oramai due o tre giorni l’anno - e con la relativa costruzione di un bacino artificiale per portare acqua in quota e produrre neve artificiale. 

Al contrario, in questi anni sarebbe stato utile provare a creare le condizioni per un manifatturiero altamente specializzato e tecnologicamente avanzato, e un’industria specializzata nella green economy, altamente compatibile nella sua presenza con l’ambiente e il paesaggio del territorio; a far sviluppare attività lavorative e produttive che si occupassero della manutenzione del paesaggio, della “riparazione” dei molti danni ambientali fatti in passato, della messa in sicurezza dell’assetto geomorfologico del territorio in un’ottica di prevenzione. 

Non si è voluto scommettere sulla nascita di un’imprenditoria agricola di nuova generazione, digitalizzata, ma attenta alla biodiversità e alle tradizioni, capace di rendere ragione alla vera, unica ed antica vocazione economica delle Marche che è l’agricoltura. 

Ciò avrebbe offerto un’opportunità anche di rimanere qui a tanti giovani nel territorio, formatisi con alte qualificazioni accademiche, ma costretti ad andare via, perché qui il lavoro per i loro saperi non c’è. 

Ma tutto ciò non è stato fatto, e non sarà una riconversione industriale che, nello stesso capannone, al posto delle cappe ci metterà i polli, a segnare una reale inversione di rotta. 

Si è perso tempo, forse troppo. 

Si sono rincorsi i “viaggi e i miraggi”. 

E adesso può essere veramente troppo tardi.



mercoledì 2 dicembre 2020

QUESTI FANTASMI

Tutti i monumenti si possono spostare. Prova ne è, tra molte altre, lo spostamento del Tempio di Abu Simbel in Nubia nel 1960, per opera del Presidente socialista egiziano Nasser. Mosso dalla urgenza di non provocarne il totale annegamento, come conseguenza della costruzione, in quella regione, della grande diga sul Nilo.

Quello che è importante infatti, e che deve essere chiaro, motivato e condiviso, sono le ragioni per le quali si spostano. Specie, quando questi non sono patrimonio privato, ma di tutti; e non si trovano in giardini o dimore private, ma in spazi pubblici. Per questo, nelle democrazie, i decisori politici, riguardo al maneggiare le "cose pubbliche", sono chiamati ad attivare percorsi di informazione e partecipazione, tanto più quando la intenzionalità delle scelte e delle decisioni, andrà a produrre effetti permanenti sulla città pubblica.   

La Fontana dei Leoni di Jesi, venne spostata ufficialmente nel 1949 da Piazza della Repubblica, dove era stata originariamente collocata, in Piazza Federico II, dal Sindaco Pacifico Carotti; ragione principale, dicono, per far posto al transito delle corriere e alle auto, simbolo di modernità, e di ripresa economica e sociale dopo la tragedia del fascismo e della Guerra.

Pacifico Carotti era stato il Presidente del Comitato di Liberazione Nazionale jesino, e primo Sindaco di Jesi democratica e repubblicana. Dirigente autorevolissimo del Partito Repubblicano, e storico anticomunista. Sindaco indimenticato, al quale, a parziale saldo e memoria, è stato dedicato lo stadio comunale. 

Piazza della Repubblica era stata, fino alla Liberazione dal fascismo, il simbolo e luogo di ritrovo della politica e dei raduni del regime. La casa del fascio, sede del partito, era lì a due passi, accanto al Municipio. La Fontana, trovandosi di fatto come una barriera in mezzo alla piazza, per ragioni volumetriche e visuali, metteva in secondo piano lo spazio jesino per eccellenza della cultura e delle libere arti, quale è il Teatro Pergolesi; indirizzando l’attenzione delle persone, istintivamente, anziché verso il palazzo della cultura, in direzione del palazzo del potere politico, ovvero il Comune. Oppure, producendo innaturali torsioni del collo, lo sguardo finiva verso una terrazza laterale, spesso utilizzata dagli oratori politici del regime. Il balcone del Teatro Pergolesi era del tutto marginale, non utilizzabile per orazioni politiche, in quanto ostruito in visibilità, e per una conseguente limitante accessibilità in piazza, dalla Fontana. La piazza si poteva arringare, per ottenere l'effetto "stadio", o da una terrazza privata su un lato, oppure dal balcone del Comune.

Dopo la Liberazione, in Piazza della Repubblica, si tennero i funerali ufficiali dei Martiri jesini della strage fascista di Montecappone del 20 giugno 1944, con un solenne e popolare corteo funebre che accompagnò le bare lungo tutto Corso Matteotti, fino in piazza. Quei ragazzi di Via Roma, erano stati, dopo lo strazio della barbara ed omicida violenza e tortura delle camice nere, seppelliti di nascosto da amici e parenti sotto un fosso in aperta campagna, all’indomani dell’eccidio. Quell'episodio, un funerale pubblico e laico, fu probabilmente il primo utilizzo popolare e civico della piazza dopo che per anni, era stata prevalentemente usata per raduni politici. 

Non sarebbe scandaloso, ne fantasioso ipotizzare che, nello spostare la fontana dalla Piazza della Repubblica a Piazza Federico II, il Sindaco Pacifico Carotti volesse sicuramente, cosa propria e legittima della politica in ogni epoca, proporre una sua narrazione di Jesi. Di una nuova città, libera, democratica e Repubblicana. Che affermasse la centralità della cultura, come carburante per ogni innovazione e progresso socio-economico. E che voleva archiviare quegli anni bui, di dittatura, guerra e lutti. Poi, certamente, anche un suo diverso assetto logistico riguardo la mobilità. Ma questa, considerato che già in piazza stazionavano e circolavano da sempre autoveicoli e corriere dell'epoca, era semplicemente una giustificazione amministrativa. Carotti, come non dargli torto, da cittadino e da pubblico amministratore, desiderava una città che guardasse con speranza e fiducia al futuro. Che non avesse più bisogno di fregiarsi del leggendario titolo di “Regia città”, reintrodotto dal Podestà anni prima, e che Carotti infatti fece cassare con uno dei suoi primi atti amministrativi.

Con lo spostamento della fontana, concettualmente cambiava tutto. Sbucando dal Corso Matteotti, la visuale era adesso completamente assorbita della facciata del Teatro Pergolesi. Il contenitore più importante della cultura aveva una sua nuova, piena centralità e prevalenza architettonica; la stessa Piazza diventava una immaginaria prosecuzione degli spazi interni del teatro, nella sua piena funzionalità relazionale e civile. Il palazzo del Comune, invece, tornava ad avere una percezione secondaria. Il primato della cultura, delle idee e della libera espressione artistica, su quello della politica.

La stessa “cavata” della tradizionale tombola di San Settimio, festa patronale e popolare della città, ogni 22 settembre avviene dal balcone del Teatro Pergolesi, e non da altri spazi, con sottostante una piazza completamente gremita, gioiosa e caciarona.

Non ho mai conosciuto, né incontrato Cassio Morosetti. Eppure ho fatto parte della vita pubblica, politica ed istituzionale della città dal 1994 al 2012. Durante i cinque anni in cui sono stato Assessore alla Cultura, ho avuto il privilegio di incontrare, in ufficio o circostanze pubbliche, tanti jesini e jesine che in vita e per professione, si sono distinti nel campo della cultura, delle arti, dei saperi. Come accade ad ogni amministratore pubblico, diversi hanno sentito la naturalità di chiedere un appuntamento ed un incontro, anche solo per semplici ragioni di cordialità. Ho avuto la fortuna di collaborare con tanti di loro, che si sono messi a servizio della città. Alcuni erano ritornati dopo tanti anni a Jesi, da dove erano partiti da giovani. Cassio Morosetti no. Mai visto. E se fosse venuto da me, come accaduto con tanti altri, lo avrei accolto, ascoltato. Ma mai assecondato su richieste che non avessero niente a che vedere con gli interessi generali, e la pubblica utilità. 

Da diversi anni non abito più a Jesi, pur essendone rimasto residente, elettore, e contribuente della fiscalità locale. Sono anch’io, oramai, assoggettabile alla categoria  dello "jesino lontano", ma pur sempre attento alla vita della propria città. Senza nostalgie, alcun desiderio di futuri ritorni, ma semplicemente come uno che ama il luogo dove il caso l’ha fatto nascere e vivere per oltre quarant’anni.

Di Cassio Morosetti ho letto qualche tempo fa, quando l’attuale Giunta Comunale lo ha presentato alla città, per la sua importante attività filantropica e mecenatistica. Confesso, con ignoranza, che è stata solo in questa occasione che ho scoperto l'esistenza di questo illustre jesino, trapiantatosi da molti anni al Nord. Colpa mia.

Poi, incuriosito, ho cercato di informarmi sulla biografia di questa persona, che torna sulla scena pubblica jesina oramai ultranovantenne.

Cassio Morosetti, in gioventù ha avuto forti aderenze con il fascismo, e nel corso degli anni è diventato un eccellente professionista dell’illustrazione grafica, facendo fortuna lontano da Jesi. Il suo legame a quel regime e a quell’ideologia non è niente di straordinario ed anomalo. Ne condannabile, oggi, tanto più post mortem, in via morale o penale; a questo secondo aspetto ha già pensato Togliatti. Anche perché, in quegli anni oramai lontani, simpatie, consenso ed adesione al fascismo furono comun denominatore culturale e politico della gran parte della popolazione italiana, delle sue èlite e classi dirigenti.

Cassio Morosetti, oramai molto anziano, ha un desiderio personale, legittimo: che la Fontana dei Leoni possa tornare in Piazza della Repubblica, come prima della Liberazione, come quando era ragazzo.

E all’Amministrazione Comunale, a questa in carica dal 2012, e a non altre del passato, fa un regalo inimmaginabile. Alla prima Giunta di destra a Jesi, dopo la nascita della Repubblica Italiana. Per testamento lascia al Comune la somma di due milioni di euro. Oltre all'aver già finanziato in città, con grande merito, diversi progetti sociali ed assistenziali. In quel testamento però, c’è un "però". Una condizione di vincolo assoluto: quei soldi andranno al Comune, che potrà utilizzarli come meglio riterrà, se parte di essi saranno utilizzati per i lavori di trasferimento e riallestimento della Fontana dei Leoni, da piazza Federico II, a Piazza della Repubblica. Ma se il Comune non adempirà a questo obbligo preciso, ed entro una data e corta scadenza temporale, tutta la somma, due milioni di euro, andrà ad opere di beneficienza, ma tutte con sede legale ed attività al di fuori del Comune di Jesi. Se il Comune invece darà seguito alla sua volontà testamentaria, potrà tenersi il resto della cifra non utilizzata per lo spostamento della Fontana (ipotizzabile questo in circa 700.000 €), e spenderli a propria politica discrezionalità.

La Giunta di destra tra due anni scadrà, e si andrà alle elezioni. Il Sindaco non potrà, essendo al secondo mandato, essere rieletto. In questi anni è palese che, come ogni fase politica di tante esperienze in tutto il Paese, l’Amministrazione Comunale abbia voluto dare una sua impronta alla città da sempre amministrata dalla sinistra. Non solo dimostrando si saper gestire meglio la città, i servizi pubblici, l'arredo e il decoro urbano. Ma con un di più ideale. Creando una nuova narrazione di Jesi: culturale, civile, identitaria. Niente di nostalgico di certi tempi, nessun rigurgito ideologico esecrabile. Ma lavorando semplicemente sulla erosione graduale di un sentimento identitario civile, molto legato alla città del Novecento e a quella storia; fatta di battaglie per l'emancipazione, fermento politico e culturale di ogni genere, sviluppo e progresso economico, lavoro e operaismo. Rimettendo le lancette di una auspicata nuova memoria collettiva ai tempi, ed alle tradizioni, dell'arroccamento civico dentro le mura medievali e delle dispute con i paesi del Contado. Approfittando dell’allentamento di relazioni ed esperienze politiche ed associative, e di un tessuto cittadino preso da problemi economici e sociali, ed in ultimo da una pandemia. Lo ha fatto con scelte ben precise negli anni: da un’idea di sicurezza sociale basata sulle telecamere, alla marginalizzazione di alcune esperienze civili e culturali della città, con l’annacquamento delle cerimonie civili legate alla memoria democratica della città, con la rescissione dal rapporto sociale con l’Istituto Cervi, con il tentativo, questo non andato a buon fine, di cassare dallo Statuto Comunale la parola “antifascismo”, e con la reintroduzione del titolo di “Città Regia” nell’araldica e toponomastica ufficiale, annullando dopo oltre vent'anni il lancio dei palloncini per la pace dei bimbi jesini il 6 gennaio, per poi ripristinare l'evento l'anno successivo, dopo che il fatto provocò una mezza sollevazione popolare. Tutto con mitezza, senza proclami e fanfare, ma lentamente ed efficacemente. Mischiando prestazioni da governo tecnico e manageriale, ad una costante e precisa strategia ideale e politica. 

E questa sedazione civile e valoriale, è in buona parte anche riuscita in città. Colpa per primo, della incapacità dei partiti democratici, il PD su tutti, di capire realmente dall'inizio cosa stesse mutando nella città, e di reagire. Ed oggi, forse, il tempo è scaduto. Non tanto perché la città sia cambiata inesorabilmente, ma quanto perché la credibilità di alcune storie ed esperienze politiche non hanno saputo e voluto rigenerarsi, confinandosi in una sorta di trincea minoritaria e autoreferenziale. 

Cassio Morosetti, con il suo fascista, questo si, perché fascista nel metodo, voler imporre la sua volontà (io sono ricco, io voglio riportare la Fontana in Piazza della Repubblica, io pago, io ricatto l’autonomia dell’Amministrazione Comunale, io “me ne frego” di quello che pensano di questa scelta gli altri quarantamila abitanti della città), ha fornito alla Giunta che vuole riscrivere la narrazione identitaria di una città, un assist alla Platini.

E Sindaco e maggioranza politica hanno preso al volo il lancio; inventandosi la campagna di comunicazione adatta, avvalendosi di studiosi pronti a fornire, a pagamento, dottrinali motivazioni urbanistiche, architettoniche e storiche allo spostamento. A respingere ed affossare, a colpo di maggioranza votante in Consiglio Comunale, la richiesta di referendum civico, proposta da due gruppi consiliari di minoranza. Che avrebbe, qualora fosse stata accolta, consentito di far esprimere la cittadinanza, riguardo ad una scelta che la segnerà concretamente per molti decenni a venire (le Fontane non si spostano facilmente ad ogni cambio di Sindaco). Un atto di arroganza politica, di sovranismo, come si usa dire oggi

Con la incredibile situazione, rimanendo nella metafora calcistica, di stoppare la palla avvelenata di Cassio Morosetti, e trovarsi a calciare quasi a porta vuota. In uno stadio vuoto, in una partita a porte chiuse, senza pubblico sugli spalti. 

Per cui da qui a qualche mese, la sensazione degli jesini, e di chiunque arriverà in Piazza della Repubblica, sarà quella di percepire una città in cui i segni  dell’architettura e dell’urbanistica non daranno più prevalenza alla cultura e alla libertà delle arti e delle idee, ma di nuovo al palazzo della politica e del potere; a prescindere da quali potranno essere le connotazioni politiche di chi amministrerà la città. E la piazza della Repubblica, già del Plebiscito, difficilmente potrà essere ancora, come è stata negli ultimi settant’anni, sede di relazione sociale, di eventi culturali e dello spettacolo, sportivi (chi si ricorda il beach volley con tutte le televisioni del mondo? e le feste di popolo ai campioni della scherma?), che la gremiscono di facce e corpi appiccicati, suoni, colori; compresa la tombola di San Settimio.

Una piazza, al contrario museificata, ingessata, ordinata, più sicura e più videosorvegliata.  Il contrario di quello che deve rappresentare la piazza più importante di un paese o di una città: cioè l’agorà della vita e del sentimento di una comunità. Cuore pulsante della polis, dove si mantengono o si creano le relazioni interpersonali.

Una città che non trasmette più una tensione aperta e vitale al futuro, ma che si ripiega prudente e timorosa all’indietro.


 

 

 

giovedì 6 agosto 2020

È TUTTA STESA AL SOLE QUESTA VECCHIA STORIA

“… uscì chiudendo dietro a se la porta verde”. In effetti il portone di casa a Jesi, adesso che ci penso, era verde.

Ma non avevo in mente "Amerigo", la canzone di Guccini, quella mattina nel partire da Jesi per Ancona; quanto, piuttosto, questo me lo ricordo ancora bene, l’incipit de “Il sentiero dei nidi di ragno” di Italo Calvino: “a Kim e a tutti gli altri”. Che in testa avevo mutuato in “a Palmina e a tutti gli altri”.

Si, in fondo, il sentimento che mi aveva mosso in quei mesi ad operare in un determinato modo, era quello: una cava su Monte S. Angelo sarebbe stata, ancor prima che una lesione irreversibile al paesaggio e la solita opera speculatrice, un oltraggio alla memoria di Palmina Mazzarini di anni sei, e di tutte le altre vittime della barbarie fascista e nazista, consumatasi su quel monte tra il 3 e il 4 maggio 1944; uno stupro non solo del paesaggio pubblico naturale ai fini del guadagno di privati, ma una nuova violenza anche alle vite di quelle persone. E se parte della politica a cui ero appartenuto per tanti anni, non sentiva come me che quel monte ha una sua sacralità, allora era il sintomo che in quella casa comune, c'era molto che non andava. 

Durante il viaggio verso la sede del Consiglio Provinciale avevo rifatto di conti: i numeri c’erano, e tutto sarebbe dovuto andare secondo quanto concordato con gli altri.

Questa storia, che finisce il 24 maggio 2012 alle ore 18.04 presso l’Aula Magna di una scuola superiore di Ancona, dove da anni si svolgevano la sedute del Consiglio Provinciale, era iniziata diversi mesi prima, a cavallo tra novembre e il dicembre dell’anno prima, presso la sede del PD di Chiaravalle.

In un pomeriggio in cui si era riunito lì il Gruppo Consiliare del PD, partito di maggioranza politica e numerica, di cui dal 2007, inizio delle consigliatura, ero Capogruppo. Durante la riunione, il VicePresidente della Giunta Sagramola, con delega alle attività estrattive, ci aveva buttato nella discussione, un po’ “fuori sacco” come si dice, l’esigenza della Giunta di andare a rivedere nei prossimi tempi, il Programma Provinciale delle Attività Estrattive, approvato nel 2004.

Ciò, nonostante la Sentenza del Consiglio di Stato nel 2011, che aveva dato ragione al ricorso Italia Nostra ed altri, bocciando di fatto l’atto. Ricorso mosso contro i contenuti di quella programmazione, e accoglimento motivato da incompletezza di documentazione ed errori cartografici; ma che adesso, almeno secondo la Giunta, modificando un po’ il Programma e aggiustando le cartografie, si poteva procedere all’avvio del processo di realizzazione delle nuove cave nell’entroterra montano della Provincia di Ancona. Una di queste riguardava il Monte S. Angelo di Arcevia.

In quella circostanza, dopo un incrocio volante di sguardi con alcuni consiglieri, feci subito presente al VicePresidente che, considerati anche i tempi di avvio verso la conclusione di quell’esperienza amministrativa, “non c’erano le condizioni politiche” per aprire un percorso consiliare nel senso da lui prefigurato.

Da quel pomeriggio ufficialmente non si riparlò più di quella questione. Ma intanto le cose andavano avanti. Tra i Consiglieri se ne parlava, come si dice, nei corridoi, ed anche la Giunta era silenziosamente operativa.

Tanto che a fine inverno 2012 la Giunta Provinciale, con la Presidente Casagrande e il VicePresidente, entrambi PD, tornarono alla carica. Il Consiglio Provinciale avrebbe cessato, per scadenza elettorale naturale, la sua funzione a fine maggio e, cosa unica e straordinaria, non se ne sarebbe rieletto uno nuovo.

Ciò perché, qualche tempo, era stata approvata la Riforma Monti di soppressione delle funzioni elettive e rappresentative delle Province. La gestione dell’Ente sarebbe temporaneamente passata ad un Commissario Straordinario, che avrebbe traghettato la chiusura della Provincia, con la redistribuzione di competenze amministrative e personale alla Regione e ai Comuni. Ma questa, è un’altra storia, finita anch’essa diversamente, perché le Province ci sono tutt’oggi; l’unica cosa che è stata soppressa è il diritto democratico dei cittadini di eleggerne direttamente i rappresentanti.

I due vertici della Giunta riproposero la questione ad un’altra riunione del Gruppo Consiliare PD, e poi anche ad una della maggioranza politica di centrosinistra; in entrambe le situazioni, furono con civiltà ed educazione politica invitati a lasciar perdere quell’atto amministrativo, per ragioni di merito e di metodo.

Ricordo in una di queste circostanze un colloquio tra me e i due un po’ teso, in cui assunsero quasi un tono di sfida, affermando che avrebbero portato l’atto in Consiglio Provinciale, comunque. Gli risposi che nei mesi scorsi avevano ascoltato dubbi, perplessità, contrarietà di molti Consiglieri, e dissi loro perentoriamente “non fatelo, chè finisce male”.

Da quel momento si era aperta la sfida politica. Da marzo la Giunta predispose l’atto per il Consiglio, ci furono riunioni di Commissioni Consiliari, a cui partecipano come auditori esterni i soggetti privati interessati ad avere le concessioni; riunioni molto sgradevoli. Nonostante sarebbe stato opportuno, non vennero però mai auditi né Italia Nostra, né l’ANPI Nazionale, che si era anni prima costituito ad audiuvandum al ricorso fatto dall’associazione ambientalista.

In quei mesi, al contrario, io avevo sentito Italia Nostra Marche e l’ANPI, perché non riuscivo a giustificare che una Giunta di centrosinistra, nel momento in cui ritornava su determinati passi, non avesse neanche ipotizzato di prendere in considerazione l’apertura di un confronto con quelle realtà associative democratiche; e che, invece, fosse esclusivamente portatrice delle istanze, seppur legittime, di imprenditori privati.

Il mio interlocutore di Italia Nostra divenne in quei mesi Gianfranco Marcellini, arceviese e coordinatore del Comitato di cittadini ed associazioni contro la cava a Monte S. Angelo. Ci vedemmo più volte, conobbi l’impegno del Comitato, e ne compresi e condivisi le ragioni.

Ragioni di tutela ambientale e di valorizzazione democratica, memorialistica e storica. Ma anche economiche, in una territorio che non aveva più bisogno di quel tipo di attività di rapina e depredazione, perché stava provando a costruire un nuovo modello di economia, molto più sostenibile, e legato alla valorizzazione del patrimonio paesaggistico ed enogastronomico. Lasciai perdere di interloquire con il Comune di Arcevia, non aveva competenze dirette, e già a livello politico, lì era arrivata la stagione del "si, ma anche". Per l’ANPI mi rivolsi al Nazionale. Avendo percepito una certa timidezza di quello locale, ed essendo il Presidente Regionale Nazzareno Re gravemente malato, pur essendo stato lui l’ispiratore anni prima dei ricorsi giuridici.

Scrissi a fine aprile una email al Presidente Nazionale, Sen. Carlo Smuraglia, partigiano. Non lo conoscevo personalmente. Mettendolo a conoscenza di quello che stava accadendo in Provincia di Ancona, delle molte perplessità e contrarietà politiche, della volontà della Giunta Provinciale, e chiedendo indicazioni sul da farsi.

Carlo Smuraglia mi rispose con una lettera postale speditami a casa con francobollo, datata 12 maggio 2012. In quella lettera, che lui mi autorizzò, qualora avessi ritenuto, a rendere pubblica, c’era un passaggio molto chiaro: “(…) A mio parere, quel progetto deve essere avversato in tutti i modi consentiti, come del resto è accaduto nel passato (…)”. Il “deve”, è un indicativo presente. Usato da un militare, un Comandante Partigiano, diventa un’indicazione impegnativa.

Cominciai a ragionare su cosa potessi fare io, per quello che era il mio ruolo in quella vicenda, per rendere operativo quel “deve”. Mi recai in quelle settimane anche a Roma, all’ANPI, dove incontrai Marisa Ferro, che conosceva tutta la questione, avendola seguita anni prima insieme a Nazzareno Re.

Nel mentre, l’ultima seduta del Consiglio Provinciale, era stata fissata per il 24 maggio, anniversario del Piave. La Giunta, con un altro eccesso di provocazione, aveva fatto iscrivere all’Ordine del Giorno, nonostante il clima politico, la delibera di competenza del Consiglio Provinciale, tesa ad avviare le procedure per aprire, tra altre, la cava a Monte S. Angelo.

Si, perché c’è poi da dire che la Giunta non aveva competenza decisionale, e di conseguenza non c’era una Delibera di Giunta da ratificare, ma solo delibera di Consiglio; di conseguenza, ogni responsabilità politica, amministrativa, e giuridica, era rimessa al voto dei Consiglieri Provinciali.

Avevo in quei giorni pensato a quale fosse il modo migliore per affossare quell’atto. Ritenni il metodo del sabotaggio, il migliore. Il voto contrario sarebbe stato tombale, ma più difficile da proporre agli altri Consiglieri, intimoriti magari di esporsi ai potenziali, seppur alquanto improbabili, ricorsi dei cavatori. Ma altrettanto tombale e conclusivo, sarebbe stato far mancare il numero legale al momento del voto, e far sospendere e terminare la seduta del Consiglio; che, essendo l’ultima in assoluto, non avrebbe avuto riconvocazioni.

Così convinsi, senza neanche molta insistenza, il numero di Consiglieri Provinciali necessari (la metà più uno) ad abbandonare l’Aula al momento del voto; la maggioranza, fatta eccezione per alcuni consiglieri del PD, era tutta con me. In questo, oramai tra me e il PD era iniziato un silenzioso percorso di distanziamento politico. Avevo deciso da tempo, quando ancora si pensava che ci sarebbero state le elezioni provinciali, di non candidarmi più. Questo vicenda e il suo tema, sono stati “il lungo addio”.

All’allora segretario provinciale del PD Lodolini, giovane e in carriera, non interessava mettersi in mezzo in maniera divisiva su questa faccenda; non si schierò, non cercò neanche di ricomporre e mediare una frattura evidente e profonda tra il Gruppo Consiliare con la Presidente e il VicePresidente della Provincia.

Lasciò consumarsi lo scontro, da cui sapeva che alcuni protagonisti sarebbero usciti di scena o quantomeno indeboliti rispetto a mire future; e ciò di conseguenza significava che per lui ci sarebbe stato più spazio. E questo atteggiamento, fu il più nitido modo di schierarsi e di svolgere una funzione politica.

Oltre i Consiglieri di maggioranza poi, ottenni, nei giorni precedenti, la garanzia, a certezza dei numeri, che se anche non in prima battuta, alcuni Consiglieri di opposizione sarebbero venuti via dall’Aula. I conti portavano.

E fu così, che quel giorno, l’ultimo Consiglio Provinciale di Ancona, si svolse in un’atmosfera surreale, di una finta normalità e di una malcelata tensione; perché la Giunta Provinciale sospettava che qualcosa sarebbe successo, ma non immaginava se poi alla fine sarebbe successo davvero, e soprattutto cosa.

E arrivò metà pomeriggio, in cui il Presidente del Consiglio Provinciale annunciò la trattazione dell’ultimo argomento all’Ordine del Giorno dell’ultima seduta dell’ultimo Consiglio Provinciale di Ancona: “PROGRAMMA PROVINCIALE ATTIVITA' ESTRATTIVE (P.P.A.E.) - PRESA D'ATTO SENTENZA CONSIGLIO DI STATO IN SEDE GIURISDIZIONALE (SEZIONE QUINTA) N. 4557/2011 - INDIRIZZI PER IL COMPLETAMENTO E L'ATTUAZIONE DELLA PROGRAMMAZIONE”.

E, a quel punto, in 13 Consiglieri (2, per essere sicuri, non erano venuti proprio alla seduta del Consiglio), compostamente e silenziosamente, ci alzammo e uscimmo dall’aula.

Ognuno partì, fuori dall’Aula per tornarsene a casa o dove credeva; non ci trovammo da nessun altra parte, non ci fu nessun crocchio di cospiratori. Io andai in macchina a S. Ciriaco, e mi sedetti su una delle panchine da dove si vede dall’alto il Porto e il mare. In aula, intanto, si verificava più volte il numero legale con appelli nominali; dopo l’avvio di un embrione di trattativa dell’argomento, si alzarono e uscirono il Consigliere di opposizione e del Gruppo Misto che avrebbero fatto mancare per sempre il numero legale.

Mi arrivò, mentre il sole stava prendendo la discesa, la telefonata che mi informava che il numero legale in Aula non c’era più, e che il Presidente del Consiglio aveva dichiarato chiusa la seduta. E con essa, l’intero mandato consiliare dal 2007 al 2012. Mi accesi un sigaro, e pensai che la missione poteva considerarsi compiuta, e rimasi lassù a guardarmi il tramonto.

Visto che quello che era successo il 24 maggio, seppur sottaciuto pubblicamente dai vertici del PD, era una politicamente una roba grossa, considerato come si fosse concluso l’ultimo consiglio provinciale, cosa che stava facendo più giri, qualche giorno dopo scrissi una lettera pubblicata da un quotidiano online regionale.

In cui, il 9 giugno 2012 nel fare una riflessione politica molto generale su quel Consiglio Provinciale, tra altro scrivevo:

(…) Ora che il Consiglio Provinciale è stato sciolto, la politica ha due strade. O continuare a pensare che Monte S. Angelo ad Arcevia possa essere un sito dove aprire una cava, oppure che, per la quello che rappresenta nella memoria democratica ed antifascista della Regione e del Paese, possa divenire un luogo legato ad un’idea diversa di economia territoriale, che muove dal valore del paesaggio e delle infrastrutture della cultura, e cogliere nuove opportunità per un nuovo modello di sviluppo. (…) Istituire a Monte S. Angelo un Parco Storico della Memoria, significherebbe ampliare maggiormente le opportunità del territorio, e tutelarne per sempre i valori e la storia.(...)”

La questione poi proseguì con atti monocratici, politicamente discutibili, della Presidente della Provincia che era divenuta Commissario Straordinario dell’Ente, sempre impugnati al TAR e Consiglio di Stato da ANPI e Italia Nostra, con sentenze alternate.

Il 5 maggio 2013 l’allora Presidente della Camera on. Laura Boldrini, fu invitata ad Arcevia per l’Anniversario dell’Eccidio di Monte S. Angelo. Nel suo discorso ufficiale invitò con nettezza ad archiviare definitivamente la prospettiva di una cava a Monte S. Angelo e a farne invece un Parco della Memoria. Quel discorso provocò molti mal di pancia nelle Autorità locali presenti in piazza, nei dirigenti del PD, ma anche una lettera della Provincia di Ancona (prot. n. 69466 – 07.05.2013) alla Presidente della Camera, in cui si evidenziava una certa sorpresa, per essersi interessata così specificamente di una questione così localistica.

Il 18 giugno 2013 il Consiglio Regionale delle Marche approvò la Legge 121, in cui veniva prefigurata l’istituzione di luoghi della Memoria. Un primo passo avanti.

Il 28 luglio scorso, otto anni dopo quel 2012, il Consiglio Regionale delle Marche ha approvato la legge 172: “DISPOSIZIONI PER LA VALORIZZAZIONE DEI LUOGHI DELLA LOTTA PARTIGIANA E DELL'ANTIFASCISMO DENOMINATI PARCHI DELLA MEMORIA STORICA DELLA RESISTENZA”, in cui c’è “l’area di Monte Sant’Angelo del Comune di Arcevia teatro delle battaglie per la liberazione dal nazifascismo e della strage nazifascista compiuta il 4 maggio 1944”.

Questo ultimo atto normativo, considerato anche l’articolato generale dello stesso, ritengo possa preservare per molto tempo ancora Monte S. Angelo dalla ferocia del capitalismo. A me ha consentito di raccontare, essendo passato il giusto tempo, una storia che anni fa è stata davvero, in quel 24 maggio, la mia personale linea del Piave. Chiaramente, come si dice la guardia non va mai abbassata; con il nuovo Consiglio Regionale, sia che vinca il piddì più altri, che la destra, può sempre succedere di tutto. 

 

Nota dell’autore: alcuni personaggi di questa storia, purtroppo, non ci sono più: Marco Grandi, Consigliere Provinciale di Forza Italia; Nazzareno Re, Presidente ANPI MARCHE e Patrizia Casagrande, Presidente della Provincia di Ancona. Con Patrizia ho avuto sempre un rapporto di amicizia e di affetto, confermato anche dopo quell’esperienza di Consiglio Provinciale, nelle poche occasioni in cui ci siamo rivisti. Sul piano politico le differenze sono stata molte, così come ci sono state molte convergenze; gli scontri anche, sempre a viso aperto ma con lealtà e rispetto personale. Ma quello, era un altro modo di vivere la politica. Che non esiste più da anni. E per questo che è stato giusto smettere e a starne lontani.

 

Note – documenti citati

1) atto di Consiglio Provinciale di Ancona n. 65 del 24.05.2012

2) atto di Consiglio Provinciale di Ancona n. 88 del 26.07.2004

3) Legge Regionale Marche n. 121 del 18.06.2013

4) Legge Regionale Marche n. 172 del 28.07.2020

5) https://www.viveresenigallia.it/2012/06/11/arcevia-animali-monte-s-angelo-unidea-di-cambiamento/356446/