sabato 15 aprile 2017

AL PUNTO DI PARTENZA

“…anni dopo al punto partenza”. Non due come scrive Guccini in una sua canzone, ma venti. E’ tempo di anniversario quest’anno per il Parco Naturale Regionale Gola della Rossa e di Frasassi. Fu infatti il 2 settembre di vent’anni or sono che il Consiglio Regionale delle Marche approvò la Legge istitutiva dell’area protetta. Un parto non semplice, epilogo di un confronto politico e sociale complesso. Ricordo che in quegli anni, vista dalla città di Federico II, ambientalista antesignano anche lui, quella scelta mi pareva assai una forzatura e, per certi aspetti, poco naturale. Era come se si volesse appiccicare un marchio dop, su un formaggio prodotto con latte in polvere. Nel senso che la previsione di area protetta andava a circoscrivere un territorio fortemente già compromesso dal punto di vista ambientale: l’attraversava una rete ferroviaria, una strada statale, fortemente antropizzato, con attività industriali e manifatturiere pesanti che vi insistevano da decenni, con un’attività estrattiva che aveva già compromesso l’originaria morfologia del paesaggio. Ma era quella la stagione del governo, nazionale e locale, dell’Ulivo; e la legge del Parco non poté che risultare alla fine il compromesso tra due anime di quella stagione politica: quella “industrialista” e quella “ambientalista” (in questa categoria c’erano poi ambientalisti rigorosi, ed altri un po’ meno), che alla fine produsse tutte le contraddizioni che oggi sono sotto gli occhi di tutti: nessuna riconversione industriale verso un modello leggero, che oggi si definirebbe green economy (una certa riconversione non green poi nell’ultimo decennio l’ha prodotta la crisi…), le aree di cava, pur facenti parti del territorio naturale del parco, furono perimetrale fuori dell’area protetta (attività a cui il Comune di Serra S. Quirico ha rinnovato la concessione di escavazione fino al 2050 con delibera di Consiglio n. 57 del 2008), il mantenimento di alcune aree tutt’oggi interessate dall’attività venatoria, deroga a qualsiasi opera infrastrutturale che avesse avuto interesse e rilevanza nazionale (di qui lo scempio del paesaggio in corso in questi anni con il raddoppio della ss 76 per opera della Quadrilatero). E, non secondarie, la mancanza di un reale processo partecipativo con le comunità che abitavano nel parco, una serie di mediazione al ribasso con chi viveva di agricoltura e zootecnia in questo territorio, e che rappresenta il primo custode del territorio. Furono anni di scontri accesi, l’aneddotica narra addirittura di una riunione di promotori e sostenitori del parco, riparatisi dentro una chiesa di Serra S. Quirico, circondata da cavatori e cacciatori imbelviti e liberati dai Carabinieri… Negli anni si è fatto molto poi per la promozione del parco (convegni e pubblicazioni sono stati abbondanti…), dei suoi obiettivi, e buono è stato ed è il lavoro didattico e formativo con le scuole. E’ cresciuta una frequentazione turistica, al di là del tradizionale afflusso alle grotte di Frasassi, sono nate piccole imprese che sul valore paesaggistico e naturalistico del Parco, promuovono le proprie attività. Allora è stata una scelta giusta, si darà, alla fine? Certo, però basta girarci un po’ dentro il parco, al di là dei sentieri più battuti, per constatare che ancora la strada da fare molta. Chi ci vive, come chi ci pratica un’attività agricola, fa tutt’oggi fatica e vedere il bicchiere tutto pieno. Il fenomeno dello spopolamento dei borghi e delle piccole comunità rappresenta un dato demografico allarmante, il patrimonio artistico ed architettonico non è stato per niente curato, basti pensare alle condizioni in cui si trova il millenario Eremo di Grotta Fucile, fondato da San Silvestro, la situazione di degrado che negli anni si è prodotta al lago Fossi a Genga, ai bordi dei sentieri oltre asparagi e funghi, è altrettanto comune trovare elettrodomestici e altri rifiuti abbandonati; tante tabelle, insegne, molte logore ed arrugginite oggi. La vera funzione di manutenzione e di guardiaparco, la svolgono alla fine più i volenterosi abitanti delle piccole comunità, che chi di dovere. Il limite di tutto questo, che produce il bicchiere mezzo pieno di oggi, è stata la governance del Parco. Non si diede  allora vita ad un Ente autonomo, ma si affidò subito la gestione del parco alla politica locale e territoriale, la quale, chiaramente, esercitò la propria funzione con tutti i vizi compromissori della stessa, in cui spesso il parco è risultato essere un’istituzione di compensazione ed aggiustamento dei risultati elettorali, di bicchiere di cristallo tra gli elefantiaci scontri dei campanilismi locali della politica. Che ha visto, negli anni, avvicendarsi classi dirigenti consumate e più propense a cedere alle spinte corporativistiche di turno, che intente a far radicare nelle comunità una nuova cultura ambientalista, capace di costruire dal basso una riconversione economica e sociale di un territorio. Giace da qualche tempo nell’Assemblea Legislativa delle Marche (oggi si chiama così), una proposta di legge che mira ad allargare i confini del Parco, estendendoli. Credo che non sia questo il necessario, ed il tema. Ma, al contrario, ciò che è urgente è una riforma vera della Legge di vent’anni fa, che con rigore renda  coerenti, tra norma e prassi, le finalità di un’area protetta. Che ad esempio dica basta subito con l’attività estrattiva in questo territorio, altrimenti nel 2050 non ci saranno più alcune montagne; che investa risorse vere e controllate per la prevenzione e la salvaguardia del territorio; che sottragga la governance del parco alla schermaglia della politica locale; che pretenda dalla Quadrilatero, alla fine dei lavori del raddoppio della statale 76, opere di riforestazione e rimboschimento coerenti con il patrimonio vegetativo del territorio (anziché aree semidesertiche come sulla ss 77); che l’attività venatoria venga bandita definitivamente dal territorio del parco senza più zone franche; che l’azione di contenimento della proliferazione dei cinghiali venga sottratta ai cacciatori e ai fucili,  e si sperimentino sistemi farmacologici come avviene in gran parte d’Europa; che chi in decenni ha tratto profitto smisurato dall’attività estrattiva, riversi parte degli utili in opere di salvaguardia, compensazione e ripristino del territorio violato; che i Comuni interessati dal parco facciano una nuova politica abitativa tesa esclusivamente al recupero del patrimonio immobiliare privato, con incentivi fiscali e tributari, con servizi reali alle persone e alle famiglie che vivono sul territorio, e che da anni continuano a sentirsi cittadini di serie B; che si favoriscano la creazione di piccole imprese giovanili e non, nel settore turistico, agroalimentare, sportivo. Ma per far tutto questo, serve per prima una diversa classe dirigente politica, quella attuale non ce la può fare; non nuova tanto anagraficamente, ma con una diversa cultura amministrativa, e neanche necessariamente autoctona, ma che veda impegnati anche quelli che in questo territorio, pur non essendoci nati, hanno scelto di viverci. Capace di tenere testa alle tante tirate di giacca, rigorosa, forte proprio di un’autonomia che deriva dal non essersi logorata nel territorio e in baruffe sedimentate in anni addietro. Serve una ripartenza insomma, per non logorare del tutto, senza rimedio, una buona scelta che, pur con tutte le contraddizioni ed i limiti, si fece vent’anni fa. E che andrebbe rifatta. 

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