Ieri mattina ho
fatto 35 minuti di coda in un ufficio postale per pagare un bollettino. Mi
trovavo in quel paese per lavoro, e avendo ampio anticipo rispetto ad un
appuntamento successivo, ho deciso di approfittare per compiere una commissione
personale. Un tempo di attesa alle Poste per il quale perlomeno innervosirsi lievemente.
Eppure, ho aspettato tranquillamente seduto sulla panchetta che venisse il mio
turno, guardando a quella situazione. Allo sportello, prima di me, non una coda consistente, ma solo un’anziana
signora che era lì per riscuotere la pensione (e siccome la signora delle poste
contava a voce alta, la pensionata non andava oltre la “minima”…), che tra
operazione di riscossione, controllo
dello stato del suo libretto di risparmio postale, chiacchiera a 360° con l’impiegata
e un’altra signora anziana che stava in attesa dopo di me sulla stato della
quotidianità degli abitanti del paesello, è stata allo sportello oltre mezz’ora.
Eppure non mi sono incazzato (strano davvero…), anzi ho pure partecipato alla
discussione, chiamato in causa da una delle due anziane, se fossi a conoscenza
su chi in paese usasse la bombola dell’ossigeno per facilitare la respirazione, avendo l’interpellante
visto aggirarsi in mattinata un furgoncino che rifornisce bombole per l’ossigeno
sanitario (forse la signora pensava che fossi il conducente del furgone di
rifornimento delle bombole…); ho risposto con l’imbarazzato dello straniero “no,
mi dispiace, non saprei, io non sono di qui…”. In quell’attesa, in un paese di
meno di mille abitanti, in una delle cosiddette aree interne dell’Italia, mi
era scattato lo stesso concetto del tempo avvertito in qualche villaggio
africano, quando aspetti che parta il taxi
brousse all’ombra di una pianta; che hai capito per certo che il pulmino prima o poi passa
e che arriva a destinazione, ma non sai quando, perché dal villaggio precedente
non parte ad orari predeterminati, ma solo quando è pieno, e prima di arrivare da te attraversa chissà quant'altri villaggi, scarica e carica persone, e riparte sempre solo quando è pieno. Un concetto del
tempo e della quotidianità scarsamente occidentali, ma non per questo
inferiori, semplicemente diversi. E già, l’Italia interna, quella oggetto di
convegni, gruppi di studio, commissioni, propositi di rilancio, e poi
abbandonata a se stessa nella quotidianità, rispetto alla salvaguardia del
paesaggio, ai servizi alle persone, alla tutela del patrimonio storico e
architettonico. In cui il monitoraggio dello stato civile e dei bisogni degli abitanti è
esercitato da un’ultraottantenne che riscuote la pensione all’ufficio postale,
aperto a giorni alterni. Ed in cui il presidio democratico è rappresentato da
un Sindaco tuttofare, una sorta di volontario della Repubblica, che però si fa
in quattro per tenere viva quella comunità, che sta conducendo una battaglia
per riportare la pluriclasse in paese, dopo che il suo predecessore in virtù
della efficentazione dei servizi e di una migliore istruzione, ha deciso di
mandare tutti i giorni i numerosi bambini del paese a scuola a 20 km di
distanza, perché la pluriclasse non garantirebbe un buon livello di istruzione
primaria. “Eppure mia figlia – mi raccontava il Sindaco – ha fatto la
pluriclasse e oggi fa la ricercatrice all’università”. Un Sindaco che sa chi
sono “quelli che qui rubano nelle case”, perché conosce tutti e tutto, però poi
la stazione dei carabinieri più vicina sta a oltre 20 km in un'altra città,
dove comunque i militi che presidiano tutta l’estesa zona montana sono in tre.
Un sindaco, che tra qualche tempo non ci sarà più, perché adesso il leitmotiv più in voga degli stessi che organizzano e
sparlano nei convegni sulle aree interne, essendoci stati qualche solo qualche
ora per la durata del convegno o ospiti di qualche struttura ricettiva per le
vacanze, è la fusione dei Comuni, la
semplificazione e centralizzazione dei livelli istituzionali e dei servizi ai cittadini,
certi che questo produrrà una migliore qualità della vita per chi
vive nelle aree interne, una migliore qualità dei servizi, ripopolamento
delle comunità di questi luoghi e, soprattutto, meno sprechi e meno casta politica. E invece, quando in quella comunità di qualche
centinaio di anime, non ci sarà più neppure un sindaco e un toponimo che è un
presidio di storia ed identità, sostituito da un nuovo nome di una municipalità
più ampia, espressione di un anonimato
linguistico, l’abbandono sarà ancora più forte, la voglia di scappar via di
quei bambini oggi e giovani domani sarà ancora più urgente, il paesaggio dalla
forte vocazione agricola e produttiva sarà ancora più preda di nuovi
latifondisti del XXI secolo, o di risorti palazzinari al servizio dei petroldollari
di oligarchi russi e arabi. Attenzione quindi, se si è ancora in tempo, che
quando si diluiscono le identità e si riconfigurano sempre più in macro i
confini, si rendono più micro la democrazia e la qualità della vita.
giovedì 14 gennaio 2016
sabato 9 gennaio 2016
TRENT'ANNI (o quasi) DOPO...AL PUNTO DI PARTENZA
E già, sono passati quasi
trent’anni da quando lessi la “Lettera ai cappellani militari” di Don Lorenzo
Milani, che ebbe l’effetto di orientare i miei pensieri di poco più che
adolescente, e anche qualche scelta di quegli anni. Ed è il tema, più o meno
palese, della disobbedienza, che mi ha colpito di più in una questione del
territorio marchigiano di questi giorni: quella dei medici di Fabriano, che
continueranno a far partorire in città le donne che vorranno farlo, nonostante i
provvedimenti, nazionale e regionale, che hanno chiuso il servizio da inizio
anno. Tutti professionisti che, per dirla alla Crozza-Razzi, potrebbero
benissimo essere assoggettati al “fatti li cazzi tua”. Sono fondamentalmente i
gesti di disobbedienza, personali e collettivi, a partire da quelli di coloro
che liberarono l’Italia dal fascismo, che consentono di ripristinare una
normalità democratica. Disobbedienza come pratica democratica, quando la
politica, e le scelte di quest’ultima, vanno a ridurre diritti e democrazia. Se
la politica oggi, e in maniera per certi versi esponenziale anche rispetto ad
un passato con tutti i suoi limiti ed errori, ha come prerequisito fondante
l’obbedienza (al leader, al capobastone, al partito, alla consorteria, alla
cricca, alla cosca,…), a tutti e tutto fuorché all’interesse comune, l’unica
leva che hanno i cittadini è quella della disobbedienza. Alla politica
obbediente che restringe i confini della democrazia, si può solo rispondere con
gesti di disobbedienza civile, di ciascuno e di molti. Atti di sabotaggio (si,
SABOTAGGIO, tanto la sentenza su Erri De Luca oramai fa giurisprudenza), non
violenti, ma che abbiano la forza, anche testimoniale, di destabilizzare un
potere miope e arrogante. Alla politica obbediente, più che la compravendita
dei voti, è indispensabile la compravendita delle coscienze. “Ma come? Che fa
questo qua? Non obbedisce?”: è a questo che non sono preparati; quella politica
lì, la disobbedienza non la sa gestire, perché nel suo praticarsi diventa essa
stessa politica, quella autentica, quella cosiddetta con la “P” maiuscola,
proprio perché ha lo scopo di rimarginare democrazia e diritti che vengono
lesi. Chi disobbedisce perché per interessi particolari si vogliono ledere
diritti costituzionali, privatizzare beni comuni, compie un atto democratico, che
rappresenta l’unico, ma doppio antidoto: alla politica obbediente, e
all’antipolitica forcaiola. In quest’epoca la Politica sta proprio qui, nelle
piccole o grandi scelte, e comunque anche potenzialmente portatrici di
ripercussioni sul piano personale, di quelli che in ragione di un interesse generale e pubblico, disobbediscono. Li potremmo chiamare ricostruttori di democrazia. Trent’anni
(o quasi) dopo, attraversati, per dirla con De Andrè, “litri e litri di
corallo”, ne sono fermamente convinto. A proposito, proprio cinquant’anni fa, il
15 febbraio 1966, per aver scritto la “Lettera ai cappellani militari”, Don
Lorenzo Milani venne assolto in primo grado dai giudici “perché il fatto non
costituisce reato”.
giovedì 7 gennaio 2016
PARTENZA
Quando ho pensato al titolo
di questo blog erano giorni in cui mi erano tornati cari alcuni versi di
Pierangelo Bertoli, guardandomi intorno mentre passeggiavo con il cane; o il
cane passeggiava con me, dipende sempre dal punto di vista dal quale si osservano
le cose... Non avrei immaginato che al debutto del blog le frontiere, quelle
con il cabinotto, le divise e la sbarra, sarebbero tornate ad occupare i temi
della politica internazionale, evocando scenari passati, difficili da spiegare
ai ragazzi della generazione Erasmus, e da riconsiderare per chi pensa che
l'uomo è un essere che cammina e si sposta da sempre. Penso a questo blog come
un luogo dove poter esprimere con più compiutezza di un post su facebook, il
mio guardare sul quotidiano, quello sotto casa e quello a migliaia di
chilometri di distanza. Con gli occhi di chi, in questa fase della vita, sa di
aver attraversato qualche frontiera geografica, culturale, personale, politica
e spirituale. Consapevole che ad ogni passaggio si è costretti a lasciar dietro
cose superflue, e ad inzeppare tasche e zaino di quelle poche cose di cui si sa
di non poter fare a meno. E la sola cosa che si è deciso di portare sempre con sé, è
il voler guardare al mondo con la libertà di dire ciò si pensa. Consapevoli che
sarà sempre un proprio minuscolo e relativo pensiero, ma non per questo
barattabile con qualcos'altro. Perché per portarsi dietro questa libertà, di
frontiera in frontiera, si è scelto di lasciar lì sul posto diverse altre cose.
Non ci sarà un appuntamento fisso in questo blog, cadenzato. Ci sarà un
pensiero quando le cose che guardo mi solleciteranno a scriverne. Grazie a chi
avrà la curiosità, la pazienza e la tolleranza di seguire questa esperienza.
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