domenica 27 marzo 2016

IL PRANZO E' SERVITO

Che la democrazia passasse per il cibo, l’avevano capito già i Cervi 73 anni fa. Non a caso, il 25 luglio 1943 alla caduta del fascismo, tra i tanti modi che potessero improvvisare “quei matti ed anarchici dei Cervi” per festeggiare quel fatto, loro, contadini e antifascisti, organizzarono una grande cena popolare per tutti i contadini e gli abitanti della zona. Una cena non sul cortile di casa loro, ma non a caso nella piazza del paese, un luogo pubblico; una pastasciutta di lusso per quei tempi, per tutti, a km zero diremmo oggi: pasta corta in bianco condita con burro e parmigiano di produzione locale. Oggi il rapporto tra cibo e democrazia è servito davanti a noi, ineludibile: in maniera drammatica ed esponenziale per quello che riguarda il Sud del pianeta; in maniera complessa e spesso tragicomica per quello che riguarda il cosiddetto Occidente. Le mafie in giacca e cravatta, che rilevano a quattro soldi imprese agricole ridotte allo stremo da politiche nazionali ed internazionali, che passano, nella fase elaborativa, per i lobbisti di grandi gruppi economici e finanziari; la produzione e la distribuzione di massa in mano oramai esclusivamente ad un pugno di multinazionali; la rete commerciale programmata non in base al bisogno demografico, ma in base alle logiche di cubatura urbanistica speculativa di consumati palazzinari e di amministratori compiacenti; i rapporti occupazionali legati al mercato del cibo, sia per la distribuzione che alla ristorazione; la truffe, le contraffazioni e le condizioni igienico sanitarie legate al cibo (lo slowfood che non è slow, il bio che non è bio, la listeria che ti ammazza e che trovi non nella salsiccia fresca ce fa il norcino in montagna, ma nel prosciutto cotto che trovi al supermercato).  Questo ed altro. E tra questo e altro, c’è anche il prezzo del cibo: il prezzo del bio, o presunto tale, che continua ad essere, come si sarebbe detto un tempo, solo per la borghesia; il prezzo della ristorazione (gourmet a due zeri a coperto, e menù tipici completi a 10 €; c’è qualcosa che non porta?). E poi, per entrare nel tragicomico (ma non per questo meno importante), il proliferare di format televisivi in cui si illude, o vende, che tutti, senza formazione e sacrificio, possono diventare grandi chef stellati, compresi i bambini, e che sono spot continui per le multinazionali del cibo; talk in cui si sbranano verbalmente onnivori, vegetariani e vegani, senza alcun punto di vista scientifico, ma solamente in virtù di estremizzazioni ideologiche e gettoni pagati dalle redazioni televisive; dibattiti in cui si disquisisce di alimentazione e agricoltura, in tra i cosiddetti esperti non c’è mai un contadino, ma solo politici, chef stellati a volte pure un po’ sputtanati, grossisti delle catene di ristorazione ingrassati da protettorati politici. Per non parlare poi di tutta la diffusa e seriale catena delle fiere, mostre, eventi delle tipicità locali, in chiave promozionale e turistica dei territori, che almeno un vantaggio, alla fine ce l’hanno: passare uno stipendio, pagato dalle amministrazioni pubbliche, a tutti quelli che, spesso altrimenti senza arte né parte, si inventano e vendono le manifestazioni e gestiscono consorzi, presìdi, enti, in cui tanti produttori seri ed agricoltori onesti, non solo abboccano, ma gli tocca pure pagarci per esserci, perché così “l’assessore mi vede e, forse, mi considera se c’ho bisogno d’una pratica veloce". E poi, ma solo per un accenno, perché  aprirebbe un mondo quando, sarebbe il caso, dovrebbe aprire solo qualche cella circondariale, l’attività venatoria; la caccia, che crea problemi seri all’agricoltura e al territorio, e alimenta opachi traffici di selvaggina, che dal paniere del cacciatore, finisce direttamente sul frigorifero del ristoratore, senza “passare dal via”, o meglio per le autorità sanitarie e di controllo competenti. In tutto questo che c’entra la democrazia? C’entra eccome, perché in queste giostre ci sono due soggetti, i soli legittimati, che non contano un cazzo: il contadino e il cittadino-consumatore; il primo che si spacca la schiena da prima dell’alba al tramonto e che, quando va bene, con la propria attività non ci rimette, se lo fa con etica e passione; il secondo, che l’importante è la lunghezza dello scontrino alla cassa del supermercato, a prescindere dalla monnezza che si porta sul piatto. Come si rimargina almeno, se non guarire, questa lesione di democrazia? Non ci sono soluzioni, o forse ce ne sono tante. Una sicuramente è ridurre la distanza tra contadino e cittadino, saltando tutto quello e quelli che ci sono in mezzo. E poi smetterla forse un po’ tutti con ‘sta storia dei piatti gourmet, e pensare che mangiare è una cosa seria per la salute e per l’ambiente e il paesaggio, e allora guardare alla salubrità del cibo anche nella sua semplicità di preparazione; imparare a prepararsi da soli alimenti spesso industriali (tipo il pane, è facilissimo e non sottrae tempo a chissà che cosa). E poi che in posto ci vai se ti stimola una passione ideale e culturale, senza porti prioritariamente il problema di qual è il piatto o il ristorante cosiddetto tipico, e chissenefrega se non c’è un museo aperto e nel centro storico scorrazzano le pantegane. E a proposito di democrazia, forse non è un caso che le sole e nuove lezioni di pratiche comunitarie e democratiche, ce le da proprio il Sud del Mondo, dove Capi di Stato, dopo anni di miseria delle persone e restrizione dei diritti individuali, sono diventati dei contadini? E’ lì che bisogna guardare, per costruire non più il cosiddetto nuovo modello di sviluppo, obiettivo ideale verso il quale fare giustificati gesti apotropaici, ma semplicemente un’idea di felicità condivisa.

martedì 1 marzo 2016

IL TURISMO PETALOSO

Premessa: non sono un esperto di turismo, né mi atteggio a tale, né è settore il mi interessa maggiormente Mi capita però spesso di trovarmi in contesti di varia natura in cui si disquisisce di turismo, di politiche del turismo, di riconversioni turistiche di territori che fino a qualche tempo prima hanno basato la propria economia e socialità su altri settori, e che la crisi ha in pochi anni smantellato. Questo accade in particolare quando la convegnistica del caso, o i tavoli pre-para-intra istituzionali, si interessano della cosiddetta Italia interna. La cosa che più mi colpisce è la poca conoscenza dei luoghi da parte di coloro che pensano e propongono nuove strategie culturali, sociali ed economiche; mi conforta, ma solo parzialmente, il fatto che diversi lo facciano gratis o a rimborso spese. In particolare il deficit più evidente è la mancanza del punto di vista di chi in quel territorio ci vive e lo conosce; non perché sia per forza quello migliore o giusto, anzi, spesso il contrario. Però è quello un osservatorio indispensabile, perché altrimenti il rischio è quello di costruire delle belle fiabe, dei format teorici dal fallimento scontato, e proporre delle pratiche che non tengono per nulla conto, ad esempio, delle contraddizioni spesso storicizzate che hanno segnato un territorio, e su cui chi aveva interessi particolari né ha tratto lauti vantaggi. Capita, come ho avuto modo di verificare, di definire semiabbandonato un borgo, quando al contrario è abitato da bambini, adulti e anziani. Capita di magnificare un sentiero che conduce in un eremo millenario, senza sapere che per arrivarci si deve attraversare una proprietà privata in cui è palesemente vietato l’accesso, e che si rischia di essere denunciati dal proprietario per violazione della proprietà privata. Capita di costruire eventi su temi naturalistici, senza sapere che si esporrà i fruitori alla possibilità di essere abbattuti dalle squadre di cacciatori di cinghiali, che sparano a tutto quel che si muove con carabine a gittata di 3 km. Capita di pensare di indirizzare famigliole in percorsi di trekking senza la consapevolezza che anziché udire i suoni della natura, si rischia di fargli spaccare i timpani e tremare le ginocchia dal boato di una mina di cava. Capita di promuovere la visita ad un sito museale e di stimolare a consumare le tipicità enogastronomiche a km zero, senza sapere che quei visitatori, appena scesi dalla macchina verranno molestati dai volantinatori dei ristoranti del luogo, che si contendono selvaggiamente qualche coperto in più con menù a meno di 10 € tutto compreso, in cui gli unici zero sono quelli della ricevuta fiscale.  E si potrebbe continuare a lungo. Per riconvertire un territorio ad una nuova economia, ed in particolare a quella turistica, forse il primo passo è sapere se gli umani che abitano quel territorio sono d’accordo, e se lo sono, magari coinvolgerli e conoscere per primo la visione di futuro di quelle persone. E pretendere, consapevoli che li si porrà il più delle volte di fronte ad un bivio, alla società organizzata e rappresentata (Istituzioni, categorie economiche e professionali, associazioni), di spendersi, ciascuno per propria funzione e competenza, per rimuovere alcuni conflitti che di fatto, anziché avvicinarli, allontanano i turisti. Ma forse, la vera strategia per riconvertire territori, specialmente nelle aree interne, non è quella di trasformarle in grandi “parchi giochi”, ma quella di creare nuova residenzialità, di offrire opportunità perché queste siano abitate tutto l’anno, che ci siano servizi alle varie età ed attività. Forse anziché di turisti, molti territori hanno semplicemente bisogno di abitanti. Un’impresa titanica rispetto alle capacità della politica e delle Istituzioni, che perseguono, nei territori interni, esclusivamente la strategia della fusione tra Comuni, riducendo solo pratiche democratiche e senza alcun miglioramento dei servizi; ma che in compenso coniano nomi per le nuove municipalità, rispetto alle quali il “petaloso” di un bambino, è già classificabile come un termine arcaico. 

giovedì 18 febbraio 2016

UNA STORIA SBAGLIATA

Prendo a prestito, nel giorno che sarebbe stato il suo 73 ° compleanno, il titolo di una canzone di Faber per raccontare una storia, per come la so io almeno (e penso di saperla bene), di diversi anni fa, 19 per l’esattezza. E’ la storia del Parco Regionale Naturale della Gola della Rossa e di Frasassi. Una delle zone più belle d’Italia, delle Grotte di Frasassi, delle vie d’arrampicata che stanno su tutti i manuali di roccia, di sentieri escursionistici che portano in antichi abitati ed edificati religiosi eremitici. Quale migliore idea, per la classe dirigente politica di allora, che farlo diventare un territorio protetto, tutelato, e vocato al turismo ambientale, nuova potenziale risorsa occupazionale ed economica, quando già c’erano avvisaglie che lavatrici, frigoriferi e cappe aspiranti non sarebbero durati per sempre? Ci fu subito un però, o meglio, ci furono alcuni però… Il primo, le cave, attività estrattive a cielo aperto che da decenni stavano asportando porzioni di montagne. Come si fa? Le cave danno lavoro, elargiscono frazioni di lire/euro sui volumi estratti alle amministrazioni locali e quindi tengono in piedi i bilanci, sponsorizzano qualche evento culturale di paese; e poi, soprattutto, quando c’è la campagna elettorale, un contributo ai candidati lo danno sempre, e a tutti, destra, centro e sinistra. Il secondo però: la caccia. Come si fa? I cacciatori sono tanti, organizzati in associazioni, e quando ci sono le elezioni votano, e con loro famiglie e parenti, e ogni candidato ne controlla un gruppetto. E allora la politica di allora escogitò il grande compromesso, in pieno stile riformista del tempo. La legge regionale che istituì il parco, escluse dal perimetro dell’area protetta ogni bacino di cava, sui monti e nell’alveo del fiume, e lasciò fuori dal parco un pezzetto di monti e di boschi, liberi per i cacciatori. Per cui, alla fine, chi si beccò i vincoli dell’area protetta? Quelli che ci abitavano e quelli che ci lavoravano, semplici cittadini e gli agricoltori; tutti questi per, come si dice, cambiare una lampadina, dovevano e devono tuttora sottostare a mille prescrizioni e fare decine di pratiche burocratiche. A nessuno invece importò, considerato che nell’area del parco passavano infrastrutture stradali e ferroviarie, a rafforzamento dello spirito ambientalista, di raddoppiare la linea ferroviaria e puntare su un’idea di mobilità sostenibile. Il contrario, come spesso accade: alla fine del primo decennio del XXI secolo, anziché farlo 40 anni prima, quando avrebbe avuto un senso, ad alcuni, mossi da una nuova idea di progresso e sviluppo economico ed industriale di lì ad arrivare dopo la crisi, venne l’idea di raddoppiare l’arteria stradale, perché così si sarebbe potuti arrivare dall’Umbria al mare Adriatico ben 15 minuti prima rispetto alla percorrenza attuale. E allora però come si fa a fare un’opera così, che sbudella il paesaggio e il territorio, in mezzo ad un Parco Naturale, con i vincoli che ci sono? Nessun problema, ecco la Legge Obiettivo, che bypassa ogni normativa preesistente e ogni vincolo: si chiama Quadrilatero. Nel frattempo la linea ferroviaria è funzionale quanto lo sarebbe stata ai tempi di Buffalo Bill. In tutta questa storia, nei diciannove anni, la politica, a tutti i livelli e di ogni colore è stata esemplare: sempre d’accordo, e chi non lo poteva proprio essere per costituzione, un timido abbaglio e poi ficcato in qualche giunta o qualche cda. Intanto negli anni si è promossa e raccontata una grande, e pure costosa a volte, fiaba istituzionale, quella del parco delle meraviglie, con gli uccellini, pesciolini, fiorellini, l’aquila reale di Frasassi, e pure qualche lupo; convegni, seminari ed eventi, passeggiate per le scolaresche, educational tour, carriole di libri e depliant istituzionali, siti e social network istituzionali con foto taroccate che escludono quello che non è conveniente far vedere. E invece, non si ha il coraggio di dire ciò che in realtà è il Parco Naturale della Gola della Rossa e di Frasassi: una delle aree ambientalmente più devastate e degradate della Regione. La politica di oggi fa finta di nulla, non sa da che parte riprenderla questa storia per raddrizzarla, perché gli interessi economici di allora, che piegarono ginocchia e ingrossarono saccocce, sono gli stessi, se non maggiori. C’è, anche qui, un però: un po’ di gente, ad esempio, che domenica scorsa, siccome si è rotta i coglioni della farsa politically corrrect, e non c’ha niente da perdere, quasi per gioco ha ammucchiato sotto la pioggia più di cento persone per una passeggiata dentro la Gola della Rossa, in una strada storica che fu fatta costruire da un Papa nel 1700, e che da anni è interdetta e chiusa, perché data da decenni in uso esclusivo alle imprese delle attività estrattive, in cui oggi lavorano meno di 20 addetti. Abitanti della zona, tra cui un 92 enne, signore refrattarie a tutto che sono uscite di casa sotto l’acqua, ragazze e ragazzi dei centri sociali, ambientalisti ,escursionisti, ciclisti, rocciatori, associazioni ambientaliste, tanti normali cittadini e diversi cani. Un’altra idea di democrazia, di partecipazione, di politica. Vogliono che la strada, che è pubblica, sia rimessa in sicurezza, aggiustata, con una pista ciclabile e transitabile dai residenti e dai mezzi di soccorso. E che quello che stanno facendo alle montagne, dove tutti i giorni esplodono mine e la polvere di calcare imbianca alberi e polmoni, possa essere visto e controllato da tutti. Ce la faranno? Chi può dirlo? Intanto vanno avanti, dopo domenica adesso fanno sul serio. La loro causa la trovate su Facebook alla pagina Riprendiamocilastrada.

P.S. Di quella politica e dei loro rappresentanti istituzionali, che 19 anni fa si inventarono il grande compromesso sul parco, e di quella più recente, protagonista della Quadrilatero e del continuare a far estrarre calcare massiccio dai monti fino al 2043, si conoscono nomi, cognomi, e molti di questi ancora stanno “sul pezzo”, o circolano in qualche convegno. Così come si conoscono altrettanto le generalità di quelli che non sono stati al gioco, non hanno fatto carriere istituzionali e sono tornati al proprio lavoro, o se ne sono trovato uno. 

martedì 9 febbraio 2016

BASE SPAZIALE ALFA CHIAMA TERRA

C’è una scena di Palombella Rossa, film di Nanni Moretti, in cui il protagonista si accanisce sul bordo di una piscina, con una giornalista, urlandole addosso “Come parla?! Le parole sono importanti!!!”. Una scena memorabile, ma che a qualche decennio dal film, continua ad avere una sua forte suggestione anche su quello che succede oggi. Si succedono nel Paese continui e ripetuti, goffi e anacronistici, tentativi di ricomporre la cosiddetta sinistra, per alcuni perduta, per altri mai dimenticata, per altri ancora da venire. Il tutto per costruire una altrettanta cosiddetta alternativa politica, a quello che di volta in volta è il partito di governo e lo schieramento maggioritario. Il tutto per contendersi una piccola minoranza dei consensi, in quella che è oramai la minoranza dei cittadini che continuano ad andare a votare; una sorta di radice quadrata, meglio cubica, dei voti espressi. E se uno guarda ai cosiddetti ricostruttori, chi ci trova, sia a livello centrale che locale? Reduci di stagioni politiche passate, professionisti delle sconfitte e jettatori matricolati. Giovani di belle speranze già vecchi e ultracinquantenni mal invecchiati. Tutte figure e persone che non hanno nessun radicamento nella vita reale, nessuna aderenza con il dolore delle persone. E il dolore delle persone, lo dicono accademiche analisi dei flussi elettorali, non sta nella minoranza che continua a votare, ma sta nella maggioranza che non vota. Quindi quelli che votano, sempre secondo le analisi, sono quelli che stanno meglio, e che hanno l’interesse a conservare un certo stato di cose. Comunque, numericamente, una minoranza. Ma che poi, nella rappresentazione delegata, è la maggioranza che decide; per tutti. E il più recente esperimento di ricostruzione della sinistra, che rimanda alla morettina filmografia, dalla parola è già il programma anticipato di un fallimento: Cosmopolitica; una sorta di leopolda dei poveracci, per organizzazione e per tempistica. Se chiami un progetto-evento politico, con un’espressione che subito rimanda allo spazio, al cosmo, confermi la distanza siderale, è proprio il caso di dirlo, che c’è tra la politica e i cittadini, tra democrazia e dolore delle persone. Questo da una parte, più che un danno, è per certi aspetti una fortuna: rende pratiche politiche fortemente autentiche e legittimate, quelle con la P maiuscola, tutte quelle iniziative di singoli, o di movimenti e comitati che si autorganizzano intorno ad un tema concreto e quotidiano, ad una causa. E che, in partenza, scelgono di fare a meno di qualsivoglia rappresentazione politica. E per lo più sono cause legate a temi del vivere che, pur essendo valori sanciti dalla Costituzione, la politica prende continuamente a calci nei coglioni: l’ambiente, il paesaggio, la salute, l’educazione, la tolleranza, i diritti dei singoli, etc. Quindi la vera alternativa, la strada da percorrere anziché l’orbita spaziale da raggiungere, al potere che tutela interessi di pochi e impoverisce, culturalmente e materialmente, l’esistenza di molti, passa ad esempio per la lotta di un pastore sardo di 85 anni, Ovidio Marras, che da solo ha sconfitto gli interessi di multinazionali della cementificazione nella sua terra; senza alcun sostegno della politica tradizionale che, naturalmente, più che alla terra e alle pecore, pensa al cosmo; e che qualora interpellata e coinvolta, dopo un flebile abbaglio di rito, si mette a pecorone in un minuto di fronte al gruppo industriale di turno. C’è una maggioranza demografica in Italia, che è quella che non vota più. Lì ci sono tante vite e storie di cittadini anonimi, che ogni giorno si battono per un’altra idea di società, di economia, e anche di Stato; per un'idea di felicità che non passa più per l'ideologia della merce. Da soli, senza pensare se vinceranno e perderanno, ma solo perché lo ritengono giusto. Per fortuna che ci sono loro che stanno con i piedi per terra e lo sguardo, oltre che la schiena, dritto in avanti. Probabilmente, è seriamente il caso, sempre per l'importanza delle parole, di considerare oramai forma arcaica, nella lingua contemporanea, la parola sinistra. 

martedì 2 febbraio 2016

LA SABOTATRICE DELLA PORTA ACCANTO

Giuliana, nome di fantasia, mi racconta il suo costante e sconosciuto impegno quotidiano di lotta solitaria, per far sì che il territorio dove vive sia rispettoso dell’ambiente e del paesaggio, e non più giornaliera preda di interessi economici privati, tutti politicamente e legalmente riconosciuti. Giuliana abita in uno dei “paesi semiabbandonati”, così un masterplan istituzionale sulla riqualificazione turistica, scritto da qualche “docente del nulla” prezzolato e appecoronato, descrive la piccola comunità dove vive questa gentile signora; uno che probabilmente lì non c’è mai stato, perché se ci fosse capitato anche solo per aver sbagliato strada, avrebbe visto che ci sono più di dieci case, e tutte abitate, da vecchi, adulti, giovani e pure un neonato. Giuliana mi racconta quindici anni di piccole azioni di sabotaggio, diurne e notturne, che ha compiuto contro un gruppo industriale molto potente, quelli che quando c’è la campagna elettorale la busta con i soldi per un contributo in nero, l’allungano, per non sbagliarsi, a tutti, destra, centro e sinistra, e che da decenni sta scempiando il paesaggio di quella valle. Mi racconta delle denunce, degli esposti fatti alla magistratura, delle telefonate alle forze dell'ordine, delle minacce personali ricevute da persone che l’hanno aspettata la sera sotto casa. Mi racconta del sindaco di quel paese, di sinistra, che anni fa la convocò nel suo ufficio in Comune e, facendogli educatamente presente che il suo spirito civico stava rompendo i coglioni, gli offrì un posto di lavoro sicuro in cambio del suo ritorno a tempo pieno alle faccende domestiche e familiari. Mi racconta un sacco di cose che non conoscevo su “quella storia lì”, snocciola atti, cifre. E’ un fiume in piena Giuliana, non volendo ho liberato i suoi argini. Racconta con passione, con ritrovata volontà ed entusiasmo di poter rinvigorire la sua decennale battaglia. Eppure Giuliana era per me finora una riservata signora borghese, che ha il suo lavoro, una bella famiglia, e la passione filantropica per gli animali. Non saprei collocarla politicamente, non glielo chiedo e neanche mi interessa. Mi piace il civismo che la anima, il senso di democrazia e di giustizia che percepisco dai suoi racconti, il fatto che misuri la vita e il mondo che la circonda non con i soldi, cosa che potrebbe certamente permettersi, ma con alcuni valori irrinunciabili, con l’idea che ci sono cose non barattibili, non compromissibili, perché sono di tutti, perché sono beni comuni; che ci sono cose e persone che, sorprendentemente, il potere non riesce a comprare. Quante signore Giuliana ci sono intorno a noi? Che in virtù di quello che ritengono ingiusto non solo per sé, ma per tutti, disobbediscono, sabotano? Sabotare, parola antica, ribelle, anarchica, partigiana. E Costituzionale, come ha sentenziato qualche mese fa la giurisprudenza. Persone consapevoli che la loro solitaria battaglia non sortirà grandi risultati, anzi; però la fanno e basta, perché è per primo un’affermazione dei propri diritti, un onorare la propria coscienza. Che non si scoraggiano, che non si impauriscono. C’è bisogno di farle emergere queste persone, di scoprirle e farle conoscere, incontrare tra loro. Di creare un’occasione, una scintilla, perché la loro solitudine diventi comunità e di conseguenza Politica. Quella Politica di cui la politica ha il terrore, perché non riconosce capi, liturgie, non obbedisce, perché pensa, perché sovvertisce, anche con un semplice volantino. Non servono partiti, contenitori, convescìon. Serve semplicemente attenzione. Per l’altro, l’uno per l’altro. Un nuovo umanesimo. Reti di civismo che si prendono cura di ciò che hanno accanto e di chi hanno accanto. Autosufficienti da ogni forma di rappresentanza delegata. Solo lungo questa strada ci sarà più democrazia e meno dolore. 

giovedì 21 gennaio 2016

IL FASCISTA DELL'APERICENA

Non saprei se è un caso dovuto ad un mio particolare e temporaneo stato d’animo, oppure se ci possa essere un vero fondamento statistico, ma in prossimità di ricorrenze democratiche e della memoria da calendario, mi capita di prendere atto con maggiore percettività, da alcuni fatti che accadono in campi anche molto eterogenei della vita quotidiana, da cose lette qua e là sulla rete postate da anonimi cittadini e da cosiddetti opinion maker sulla stampa, o di chiacchiere orecchiate in qualche bar, ufficio, pubblico esercizio, di quanto sia radicato e neanche tanto sommerso in tanta popolazione italiana un orientamento identitario e culturale fascista. A prescindere dalla fascia generazionale, dal livello sociale e culturale, dall’orientamento politico. Sia chiaro, non un fascismo per forza nostalgico del ventennio o dell’ “uomo dal petto villoso”, oppure che si manifesta in forme politiche e culturali strutturate ed organizzate (è comunque pur vero che in Italia ce sono di diverse). Ma un fascismo più soft, che non milita o si organizza, anzi, nella maggioranza delle situazioni è fatto di individualità, di singoli che si fanno i cazzi propri; quasi light, da apericena. Che si manifesta ogni volta che nei comportamenti, nelle scelte individuali o familiari, nella visione di una comunità civile e sociale organizzata e del ruolo del singolo in quell’insieme, non ha radice strutturata la parola tolleranza. E allora, tra un commento su facebook e una coda allo sportello, tra un caffè e una paparella, tra una mezza manica fredda con radicchio e noci e un calice di IGT, prevale l’appellativo indicativo “quelli lì”. E l’indicatore di questo fascismo politically correct, completamente sdoganato negli usi quotidiani, diventa il linguaggio. Clandestino anziché migrante o rifugiato, zingaro anziché rom o nomade, frocio anziché omosessuale, terrorista anziché musulmano; ma anche un neorealistico richiamo alle cosiddette “cose buone fatte quando c’era lui”: palazzi, strade, ferrovie, etc.; quando “certe cose si che funzionavano”, mentre oggi non funziona un cazzo. Un linguaggio, riferimenti, comportamenti, oggi divenuti patrimonio comune di pensionati e studenti universitari, impiegati e liberi professionisti, commercianti e imprenditori, casalinghe e amministratrici delegate. Ricchi e poveri, evasori fiscali ed integerrimi paladini della legalità, timorati di Dio e laici incalliti.  E che si traduce in un riconoscimento elettorale, ma ancor prima di un personale e fisiologico bisogno, di una leadership politica in chiunque si proponga come “uomo solo al comando”, o quello che “o con me o contro di me”, bypassando ogni categoria politica storicizzata novecentesca, destra, centro e sinistra. Un fenomeno massivo, strutturato, e oramai, più che drammaticamente, tragicomicamente maggioritario. Nei confronti del quale, aimé, non intravedo se non inefficaci alternative comunitarie e politiche organizzate, tragicomiche anch’esse, e inconsapevolmente, nella più benevola delle letture, complici. Ma nei confronti del quale però riconosco, giorno dopo giorno, una significativa ma sparpagliata, perché irregolare e libera, moltitudine di disobbedienti;  “italiani che “sanno” e manifestano ogni giorno nelle piazza, nelle fabbriche, nelle scuole, ovunque, un dissenso che è il frutto di questa consapevolezza”.

giovedì 14 gennaio 2016

SI FA PRESTO A DIRE MACRO

Ieri mattina ho fatto 35 minuti di coda in un ufficio postale per pagare un bollettino. Mi trovavo in quel paese per lavoro, e avendo ampio anticipo rispetto ad un appuntamento successivo, ho deciso di approfittare per compiere una commissione personale. Un tempo di attesa alle Poste per il quale perlomeno innervosirsi lievemente. Eppure, ho aspettato tranquillamente seduto sulla panchetta che venisse il mio turno, guardando a quella situazione. Allo sportello, prima di me, non una coda consistente, ma solo un’anziana signora che era lì per riscuotere la pensione (e siccome la signora delle poste contava a voce alta, la pensionata non andava oltre la “minima”…), che tra operazione di  riscossione, controllo dello stato del suo libretto di risparmio postale, chiacchiera a 360° con l’impiegata e un’altra signora anziana che stava in attesa dopo di me sulla stato della quotidianità degli abitanti del paesello, è stata allo sportello oltre mezz’ora. Eppure non mi sono incazzato (strano davvero…), anzi ho pure partecipato alla discussione, chiamato in causa da una delle due anziane, se fossi a conoscenza su chi in paese usasse la bombola dell’ossigeno per facilitare la respirazione, avendo l’interpellante visto aggirarsi in mattinata un furgoncino che rifornisce bombole per l’ossigeno sanitario (forse la signora pensava che fossi il conducente del furgone di rifornimento delle bombole…); ho risposto con l’imbarazzato dello straniero “no, mi dispiace, non saprei, io non sono di qui…”. In quell’attesa, in un paese di meno di mille abitanti, in una delle cosiddette aree interne dell’Italia, mi era scattato lo stesso concetto del tempo avvertito in qualche villaggio africano, quando aspetti che parta il taxi brousse all’ombra di una pianta; che hai capito per certo che il pulmino prima o poi passa e che arriva a destinazione, ma non sai quando, perché dal villaggio precedente non parte ad orari predeterminati, ma solo quando è pieno, e prima di arrivare da te attraversa chissà quant'altri villaggi, scarica e carica persone, e riparte sempre solo quando è pieno. Un concetto del tempo e della quotidianità scarsamente occidentali, ma non per questo inferiori, semplicemente diversi. E già, l’Italia interna, quella oggetto di convegni, gruppi di studio, commissioni, propositi di rilancio, e poi abbandonata a se stessa nella quotidianità, rispetto alla salvaguardia del paesaggio, ai servizi alle persone, alla tutela del patrimonio storico e architettonico. In cui il monitoraggio dello stato civile e dei bisogni degli abitanti è esercitato da un’ultraottantenne che riscuote la pensione all’ufficio postale, aperto a giorni alterni. Ed in cui il presidio democratico è rappresentato da un Sindaco tuttofare, una sorta di volontario della Repubblica, che però si fa in quattro per tenere viva quella comunità, che sta conducendo una battaglia per riportare la pluriclasse in paese, dopo che il suo predecessore in virtù della efficentazione dei servizi e di una migliore istruzione, ha deciso di mandare tutti i giorni i numerosi bambini del paese a scuola a 20 km di distanza, perché la pluriclasse non garantirebbe un buon livello di istruzione primaria. “Eppure mia figlia – mi raccontava il Sindaco – ha fatto la pluriclasse e oggi fa la ricercatrice all’università”. Un Sindaco che sa chi sono “quelli che qui rubano nelle case”, perché conosce tutti e tutto, però poi la stazione dei carabinieri più vicina sta a oltre 20 km in un'altra città, dove comunque i militi che presidiano tutta l’estesa zona montana sono in tre. Un sindaco, che tra qualche tempo non ci sarà più, perché adesso il leitmotiv più in voga degli stessi che organizzano e sparlano nei convegni sulle aree interne, essendoci stati qualche solo qualche ora per la durata del convegno o ospiti di qualche struttura ricettiva per le vacanze, è la fusione dei Comuni, la semplificazione e centralizzazione dei livelli istituzionali e dei servizi ai cittadini, certi che questo produrrà una migliore qualità della vita per chi vive nelle aree interne, una migliore qualità dei servizi, ripopolamento delle comunità di questi luoghi e, soprattutto, meno sprechi e meno casta politica. E invece, quando in quella comunità di qualche centinaio di anime, non ci sarà più neppure un sindaco e un toponimo che è un presidio di storia ed identità, sostituito da un nuovo nome di una municipalità più ampia, espressione di  un anonimato linguistico, l’abbandono sarà ancora più forte, la voglia di scappar via di quei bambini oggi e giovani domani sarà ancora più urgente, il paesaggio dalla forte vocazione agricola e produttiva sarà ancora più preda di nuovi latifondisti del XXI secolo, o di  risorti palazzinari al servizio dei petroldollari di oligarchi russi e arabi. Attenzione quindi, se si è ancora in tempo, che quando si diluiscono le identità e si riconfigurano sempre più in macro i confini, si rendono più micro la democrazia e la qualità della vita.