La macchina rossa era di
Enzo; sopra la macchina c’è, crollata, la casa di Enzo. Avevo letto di Enzo i
giorni scorsi, la sua scelta di rimanere l’unico abitante dentro il paese
disintegrato dal terremoto di Pescara del Tronto mi aveva colpito. Poi una
serie di concomitanze hanno fatto si che con Enzo ci siamo incontrati e conosciuti;
forse, per certi imperscrutabili aspetti, riconosciuti. “Lui fuori dalla zona
rossa non ci viene – mi hanno detto – bisogna che vieni giù tu”. “Ma a me –
avevo ribattuto – dentro la zona rossa non mi ci fanno entrare”. Poi il
compromesso, ci incontriamo in una sorta di striscia interterritoriale, subito oltre il confine della zona rossa. Ci
conosciamo lì, proprio davanti la sua macchina rossa sfondata dalle macerie. Mi
sento ridicolo con il caschetto giallo modello pupazzetto Toys, non tanto
per ragioni estetiche; mi interrogo da cosa dovrebbe rendermi incolume quel
pezzo di plastica se ci fosse un pericolo vero e serio. Enzo mi racconta un po’
di sé, che vive lì da più di vent’anni, che il padre era di Pescara, ma che lui
è nato e vissuto a Roma, per poi scegliere di venire a vivere in quella casa
delle radici familiari. Enzo non se ne andrà da Pescara, non lo ha fatto dalla
notte della catastrofe sismica, non lo farà in seguito. I primi giorni ha
dormito sopra una tettoia all’aperto, poi i ragazzi del GUS gli hanno portato
una tenda, e gli continuano a portare i pasti, perché lui da lì non esce, come
se uscendo dalla zona rossa temesse che trovano il modo di fregarlo e non farlo rientrare
più. Gli hanno offerto in dono una roulotte per l’arrivo della stagione fredda,
ma è stato detto ai benefattori che non è possibile procedere al dono, perché si
creerebbe un precedente. Enzo mi racconta che ha dato una mano fondamentale nelle
ore immediate alla tragedia, consentendo di tirare fuori in poche ore sia i
vivi che i morti; si, perché lui sapeva quali erano, tra tutte, le case abitate
quella notte, e chi c’era in ogni casa. Poi mi dice anche che lui sta lì non
per protesta, ma perché ha da fare delle proposte. E che ha un sacco di cose da
raccontare. Gli dico che mi interessa ascoltarlo e che torno; mi lascia il suo
numero di telefono. Chi è Enzo? Il suonato del paese, come è semplicistico
pensare, o la testimonianza di qualcos’altro di più profondo, significativo,
che ci mette di fronte a verità rimosse o sconosciute? Ogni terremoto, con il
suo carico di tragedia e di dolore, per molti, purtroppo, è l’occasione per
prendere atto di un fatto, o di fare una scoperta: che su per quelle montagne non ci
sono solo i turisti, gli escursionisti, i villeggianti estivi a cui è rimasta
la casa della nonna o dello zio; no, pensate, che su per quelle montagne, c’è
gente che ci vive sempre, che ci lavora, ci sono bambini che nascono, che vanno
a scuola e che diventano grandi. C’è gente che lì ha scelto di vivere e che,
incredibilmente, è felice di viverci per tutta la vita; e che neanche adesso
che il terremoto gli ha portato via tutto, se ne vuole andare. Strana la gente…
Nelle città si sta meglio, più sicuri, ci sono tutte le comodità; perché ricostruirgli
il paese spianato dal sisma, sarebbe tanto meglio per loro che lo Stato gli ricostruisse una nuova e
migliore vita in città… Però dal lavoro e dall’economia di quelle montagne, ci
piace riempirci borse della spesa e imbandirci tavole per la nostra
convivialità, anche per la nostra sempre più mirata ricerca di una maggior sana
alimentazione. Ma quella roba si fa lassù, in cima all’appennino, è lassù che
il lavoro di chi vive consente di ottenere beni non riproducibili e delocalizzabili.
E allora se facciamo l’amatriciana solidale, è un po’ una presa per il culo
farla con i prodotti comprati all’ipermercato; forse è più solidale se troviamo
il modo di comprare gli arrosticini che anche in questi giorni con la casa
crollata, ma con la macelleria più o meno stabile, continua a preparare e a
vendere l’allevatore-macellaio del paesello. Perché se gli arrosticini e gli
altri prodotti di un duro lavoro su quei monti, non glieli compra più nessuno, perché
il paese non c’è più e fra un po’, passata l’emergenza e sgomberate le tende,
non ci faranno spesa più neanche i vigili del fuoco, lui con l’amatriciana
solidale non ci fa un cazzo; tra qualche settimana, arrivato l’inverno, chiude
bottega. Enzo mi deve raccontare un sacco di cose; “devo parlarti – mi dice
salutandomi – della cava qui dietro il paese, del cemento che c’era qui, della fonte dell’acqua, e
ti devo dire delle proposte”. “Ok – gli dico – mi organizzo e tra qualche
giorno ritorno. E tu lo sai che ritorno. Vedi di farti trovare qui dentro, a
Pescara del Tronto”
domenica 25 settembre 2016
venerdì 8 luglio 2016
EMMANUEL E CHINYERY, LE MARCHE, E L'INNOCENZA PERDUTA (se mai avuta)
Il barbaro assassinio di
Emmanuel a Fermo, non è sufficiente che possa essere riconosciuto come un gesto
fascista, fatto da un fascista. Per molti, fascista, è una parola quasi
impronunciabile, che non sta bene usare nel XXI secolo, e quindi meglio
razzista, estremista di destra, o la molto più soft ultrà. Ed è quindi comprensibile
e condivisibile, che anche molti si incazzino e pretendano che quel gesto e
quell’omicida vengano appellati con la parola più propria, fascismo. Ma non può
esaurirsi e finire qui. Quell’omicidio apre questioni e problematiche più
profonde, che interpellano una regione e che esigono che, almeno, questa
tragedia possa rappresentare l’opportunità, non rinviabile, per una terra di un
milione e mezzo di abitanti, per fare un tagliando. Un tagliando al livello del
suo sentimento democratico, che coinvolga i singoli, la società organizzata, le
classi dirigenti, la politica e le istituzioni. L’omicidio di Emmanuel ci dice
che abbiamo superato il livello di guardia, tutti e tutto. Il fatto che uno
spacchi il cranio ad una persona perché considerato diverso, ha alle spalle tutta una filiera di valori, di sentimenti,
di comportamenti, consapevoli ed inconsapevoli, propri di una comunità, che non solo
negli anni si sono indeboliti, ma addirittura incrinati. E' il fatto che uno,
al di là del suo istintuale tasso di aggressività e di cultura, arrivi a
considerare normale, comprensibile e giustificabile, considerare l’altra
persona, per provenienza e per etnia, una scimmia. E se questo avviene,
significa che quell’omicida ha una certa consapevolezza che, nel considerare un africano una scimmia, possa essere nel pensiero comune della gente che ha
intorno, un atteggiamento se non del tutto legittimabile, quantomeno sopportabile. E allora che
cosa è diventata negli anni la società marchigiana, cosa sono diventati i tanto
prudenti e timorati marchigiani? Dov’è finito quel tanto decantato humus
comunitario ed identitario, che è stato per decenni assunto a modello e ad
esempio (nelle relazioni, nell’economia, nei rapporti della società
organizzata,…)? Perché, in un certo senso, l'omicidio di Emmanuel sancisce l'attimo in cui si è persa quell’aurea di innocenza?
O non c’è mai stata? Perché è sufficiente oggi la presenza, in una piccola
cittadina, di una decina di richiedenti asilo, per mandare in tilt una
cristallizzata e apparentemente tranquilla dinamica quotidiana, per far
smarrire ai responsabili delle Istituzioni, senso di responsabilità, e
trasformarli persino in promotori della paura, per smuovere sentimenti di
ostilità, egoismo ed intolleranza anche in persone insospettabili? E’ stata la
crisi? E’ stato il venir meno, nelle Marche di un’idea dei rapporti padronali e subalterni, concretizzatasi per decenni classe dirigente diffusa, e che creando
dipendenza, nella sua implosione, ha lasciato tutti senza la figura rassicurante
di un padrone? E’ stata la mutazione genetica, probabilmente irreversibile, di
un modello e una pratica della politica improntata alla sola semplificazione,
razionalizzazione, cultura del “The Truman show”? E’ stato il fatto che da
diversi anni si è spinto sull’acceleratore culturale della costruzione di un’identità
marchigiana (storicamente inesistente), anziché sulla crescita consapevole e partecipata di un nuovo e
necessario umanesimo ed autentica comunanza? O è stato il fatto che, non solo nelle Marche, quando ogni
aspetto della vita e della quotidianità, è improntato alla supremazia assoluta della
merce, di conseguenza tutto è giustificabile al perseguimento di quel fine?
Oggi, se usciamo dai mantra dei tweet e degli #, ci accorgiamo che questa
regione (e i suoi abitanti) è più povera, più sola, più egoista e più corrotta.
E di conseguenza più propensa a far sedimentare germi e sentimenti fascisti. E la
risposta a tutto questo non può essere ancora la semplificazione di questioni che hanno necessità di complessità ed articolazione, ed un generico
e riverniciato riformismo. Ma deve necessariamente essere la radicalità. Delle
idee, dei comportamenti, delle scelte; private e pubbliche; individuali e
collettivi. E’ necessaria una forte iniezione di eresia. Don Vinicio Albanesi,
quando eravamo molto più giovani, e più giovane anche lui, ai campeggi ci
portava a tavola una grande pastasciuttiera con dentro la pasta fumante, e ci
diceva nel posarla al centro della mensa a cui sedevamo: “ecco l’Eucarestia”.
Era eretico e blasfemo, nel fare e nel dire? Non saprei; certo era un messaggio
forte per dei ragazzi di vent’anni, c’era l’idea di sentirsi una comunità di
eguali, di mutualità, e di condividere un po’ per uno, ma per tutti con tutti, quanto
bastava per vivere, il necessario. E di conseguenza nessuno si sentiva diverso,
subalterno, ma autonomo e tra pari; libero di impegnarsi nel dispiegare la
propria vita nella comunità più grande. Ecco, forse le Marche, hanno bisogno di
prendere atto che "il tempo della merce è finito, e sta arrivando il tempo
del sacro*". Ne saranno all’altezza, ne saremo all’altezza? Non ho molta fiducia,
guardandomi attorno. Vedo molte indignazioni di giornata, costernazioni da
primo post su facebook il ripetersi di stanchi ed inefficaci riti di solidarietà
e cordoglio. Vedo la paura, se non il terrore, per chi ha responsabilità, seppur diverse, verso i cittadini, di chiamare la cose con il loro vero nome, perché ciò metterebbe in discussione un pezzetto del proprio potere e consenso. Non vedo, ma è dovuto sicuramente alla miopia, quasi niente di
radicale. Quel gesto così apparentemente senza finalità e concretezza, a cui
invita un poeta ed un intellettuale come Franco Arminio: “Mettiti in
ginocchio anche se non credi a nessuno.
*cit. Franco Arminio
*cit. Franco Arminio
PS. Immagine di Serrabernacchia (frazione di Genga)
martedì 24 maggio 2016
PARTIGIANI DI IERI E PRETORIANI DI OGGI
Non saprei, nel momento in
cui mi accingo a scrivere alcune riflessioni personali, se mi trovo nello status, come detto da alcune e alcuni in questi
giorni, di possessore della “eredità morale della Resistenza”; l’unica eredità
che mi sono ritrovato, ed anche casualmente, semidimenticata in una scatola di
cartone tra un trasloco e un altro, sono due medaglie di bronzo delle Brigate Garibaldi. Mio padre ed io,
solo più di settant’anni dopo, abbiamo ricostruito che, anziché essere state regalate
negli anni a nonno Serafino da qualche parente o conoscente, come c'avevano detto, erano DI nonno
Serafino. Nonno (scomparso nel 1974), mica l’aveva detto a nessuno che a tutti
gli effetti aveva fatto parte di un distaccamento partigiano in quel di Ostra,
che stava con Brutti e Maggini…(fucilati dai fascisti Ostra il 6 febbraio del 1944); c’è toccato andare all’Archivio di Stato, all’Istituto
di Storia e al Distretto Militare, per trovarlo lì, il Serafino, in lista con
tutti gli altri partigiani, 70 anni dopo la Liberazione. Questo, per avvalorare
una cosa che ho imparato in questi anni, avendo avuto il privilegio di
conoscerne tanti, italiani, slavi, di tutta Europa: che i Partigiani parlano
poco o niente; o meglio di quello che hanno fatto e del perché l’hanno fatto,
non ti raccontano proprio nulla, nonostante sollecitati. Anzi, più chiedi e più
si infastidiscono. Poche parole, quello che è si è si, quello che è no è no. E allora
da questo capisci che è meglio lasciarli stare, non tirarli per la giacca, né tantomeno
esibirli come una sorta di Buffalo Bill al circo. E capisci una cosa, specialmente: che questi qui è giusto che dicano su tutto quel che cazzo gli
pare e gli passa per la testa; è così e basta. Ma questo, chi pensa che l’attività
e le scelte della politica, il consenso a queste, si fondano sulla fedeltà ad una persona fisica, ad un capo, con metodi, parole e prassi scopiazzate da qualche setta psico-socio-spirituale,
non lo può capire. Chi ha combattuto per la Libertà ha praticato, nell’essere
certamente fedele ad un ideale e ad una causa, tra i suoi simili, capi o
sottoposti, esclusivamente il valore della lealtà. Cosa assai diversa dalla
fedeltà. E allora, di conseguenza, per la politica modello scientology (o altre
esperienze nostrane similari), è impensabile, inammissibile, che un’associazione,
autonoma giuridicamente e statutariamente, di oltre centoventiquattromila
iscritti, che si ritiene idealmente vicina, possa nel merito di una questione
specifica, democraticamente decidere di pensarla diversamente. Proprio perché quella
politica lì, fondata e tenuta in piedi sul concetto della fedeltà, è forte e
vincente solo se crea rapporti di sottomissione, asservimento e subalternità.
Ecco perché l’aggressione all’ANPI, politica, morale, per certi versi con una
fisicità, è di una gravità e di un pericolo inaudito. Perché non è la solita
schermaglia, gioco fra parti, composizione e scomposizione interna ad un’area o
schieramento. E’ qualcosa di più infido, profondo, pericoloso. E’ il riprodursi
e nuovo prodursi della pretesa di controllo delle coscienze e delle intelligenze e, di
conseguenza dell’esercizio della libertà di pensiero e azione di ognuno. E’ allora,
in quella politica lì, non ci si confronta lealmente nel merito riconoscendosi reciproca autonomia e scelta; si scatenano i pretoriani, quelli televisivi,
giornalistici e da tastiera; quelli che li fai inserire in un corpo estraneo,
avverso, per sovvertirne l’equilibrio, l’ordine, la gerarchia. L'altro, nella sua soggettività organizzata, diventa il nemico da distruggere. E i pretoriani
non sono, figurativamente, equiparabili oggi ai semplici iscritti, militanti,
opinionisti di un partito o movimento. Nell’antichità erano militari scelti che
svolgevano compiti di guardia del corpo dell’imperatore; erano pronti a morire
per l’imperatore, non per una causa o un ideale, si badi bene, per il corpo
dell’imperatore. Per il militante o l'iscritto ad una associazione, a battaglia politica finita, il giorno dopo
è un giorno come un altro, con la propria vita, il proprio lavoro, i propri
affetti. Per il pretoriano la posta è molto più alta, vitale; sul piatto ci si
gioca spesso tutto, metaforicamente la vita. La coscienza individuale, l’esercizio della propria
convinzione, che in una associazione è sinonimo di confronto, dialettica e
democratica sintesi, non può essere riconosciuta da una determinata
strutturazione politica; pena il cedimento delle sue fondamenta. E’ un concetto
che mi genera, e non mi ritengo certamente uno che si impressiona, spavento. Quattro
anni fa, e questa riflessione di oggi coincide con un anniversario, casualmente
il 24 maggio (quello del Piave…), con la maggioranza politica dei Consiglieri
Provinciali di Ancona uscii dall’aula facendo mancare il numero legale, quando
si voleva far approvare un atto che avrebbe fatto aprire una nuova cava su
Monte S. Angelo ad Arcevia; su quel monte il 4 maggio del 1944 i fascisti
ammazzarono più di settanta civili, tra cui una bambina di sei anni, Palmina.
Un luogo sacro, al di là del valore ambientale del territorio, che non può
essere oggetto di interessi privati e speculativi, tanto più autorizzati da
provvedimenti pubblici. L'atto non fu approvato, il Consiglio
Provinciale decadde pochi giorni dopo per fine consiliatura e poi le Province
non sono state più elette dai cittadini. La cava ad oggi non è stata fatta. Non comunicai anticipatamente ad alcuno (a livello politico e di partito) che avrei agito in quel modo e sollecitato altri compagni ad agire così. Chiesi esclusivo consiglio ad un anziano che oggi ha quasi 93 anni, uno di quelli che oggi è giusto dica quello che stracazzo gli pare, un Partigiano; uno offeso e aggredito verbalmente in maniera virulenta, e pubblicamente, da settimane dai famigli dell'imperatore e dai pretoriani. Fu
doloroso quel 24 maggio; la coscienza versus l’appartenenza ad un partito. L’ideale o la
saccoccia. In quel giorno, con quella scelta, si sarebbe esaurito un mio
percorso nella politica attiva, e di questo ne ero consapevole uscendo di casa
la mattina. Da quel giorno, ogni mattina, però, riesco ancora a guardarmi nello
specchio. E per questo non c’è alcuna Mastercard che valga.
martedì 26 aprile 2016
ALLA STAZIONE C'ERANO TUTTI
Ho scelto di condividere
la Festa della Liberazione con una piccola comunità dell’entroterra marchigiano
di meno di 5000 abitanti; la consuetudine avrebbe voluto che la trascorressi
nel capoluogo di Regione. In quella cittadina nelle settimane scorse si era
verificato un problema, definiamolo così: il Sindaco non voleva andare al di là
di un manifesto copia/incolla e di un mazzo di fiori portato da un usciere del
Comune, di buon mattino e senza cerimonia, al monumento dei caduti (anziché al
murales della Resistenza, scambiando volutamente il 25 aprile con il 4
novembre); ma soprattutto non voleva fare il 25 Aprile con l’ANPI. In quella
cittadina c’è un sindaco-imprenditore, a capo di una lista civica molto eterogenea.
Uno che pensa che “occupare” con il proprio conflitto di interessi l’Istituzione,
possa portare benefici ai cazzi propri; e di cazzi d’impresa, quell’imprenditore
ne ha tanti. Nelle settimane precedenti, l’ANPI di quel Comune non si è persa d’animo,
e si è messa ad organizzare una sua cerimonia del 25 aprile, chiamando
a raccolta quella società civile che non ritiene giusto stare “a bottega” dal sindaco-imprenditore
e che, soprattutto, non è ricattabile da quel potere politico. Cosa curiosa, a
rendere atipica quella dinamica locale, c’è la consuetudine da qualche anno che
la parrocchia del paese, con il beneplacito del vescovo ciellino-operaio, il 25
aprile fa le cresime, a prescindere se la festività cada di domenica o in un
altro giorno della settimana; che coincidenza singolare… Mi hanno raccontato
che, dopo che l’ANPI s’è data da fare, nella maggioranza politica che governa
il Comune, abbiano litigato parecchio, intravedendo, i più lucidi, lo sputtanamento.
Ma niente, il sindaco –imprenditore ha avuto la meglio; si è fatto come comanda
lui, solo manifesto e, sembra che questi addirittura ieri fosse in Cina. Non
per impegni istituzionali, ma per cercare qualche cinese che fosse possa essere
interessato alle sue aziende, che non se la passano proprio alla grande. Ho
letto il manifesto del 25 aprile del Comune ieri, arrivando in centro; non c’è
mai la parola “antifascismo” e “Resistenza”; solo un vago richiamo alla pace e
alla fratellanza universale. E al murales della Resistenza, in una fredda, anzi
freddissima e ventosa mattinata di primavera, che sta davanti la stazione
ferroviaria (chissà perché ad un certo punto m’è venuta in mente la stazione di
Bocca di Rosa…), ho trovato l’ANPI, le ragazze e i ragazzi del centro di
aggregazione giovanile, l’AVIS, i Carabinieri del paese in veste da cerimonia,
qualche coccinella e boy scout, alcune insegnanti dell’istituto comprensivo,
delegazioni dei sindacati e di alcuni partiti, e diversi cittadini. E abbiamo
condiviso una bella cerimonia del 25 aprile fai da te. Mi hanno raccontato nei
giorni scorsi che il sindaco-imprenditore, da tempo si sarebbe venduto la
storia, le radici e l’autonomia del Comune e della comunità, favorendo la
fusione della sua municipalità con quello confinante di trentamila abitanti, in
cambio di qualche salvacondotto per le sue imprese, ma non certo per i
lavoratori, ma solo per le sue saccocce. Il tutto con il beneplacito di livelli
istituzionali superiori e, teoricamente, politicamente avversi alla maggioranza
che regge il Comune. Di questo aspetto poco mi importa; trovo invece che quel
manipolo di cittadini, che andava dalle coccinelle al locale partito comunista
che più comunista non si può, che s’è ritrovato al freddo di fronte al murales
della Resistenza, rappresenti l’unica speranza per quella comunità, e il germe
di un nuovo fronte di democrazia comunitaria che ha il dovere di non
disperdersi. Da lì si può ripartire, dalla sperimentazione di una nuova pratica
di partecipazione, fra storie ed individualità differenti, fra pari, e che liberi a breve
quella comunità dal padrino di turno, e che riaffermi che storia, identità,
democrazia di un paese, non si vendono, né si svendono, con la puttanata delle
fusioni tra comuni, per gli affari di qualche sindaco-imprenditore pro tempore,
e neanche per le lusinghe della moda istituzionale di turno, portata porta a
porta da qualche commesso viaggiatore della politica del governo nazionale. Spero
che l’ANPI locale, insieme ad altri, sappia raccogliere questa eredità, non di
71 anni fa, ma di appena ventiquattr'ore fa.
lunedì 18 aprile 2016
I REFERENDUM PICCINI PICCIO'
Domenica scorsa si sono
svolti, contestualmente al referendum nazionale sulle trivelle, due mini referendum
locali per far pronunciare le comunità locali sulla proposta di fusione del
proprio Comune con un Comune più grande limitrofo (tecnicamente definita
fusione per incorporazione). Due piccole comunità dell’entroterra marchigiano,
una con neanche mille abitanti, l’altra con poco più di duemila. Il primo dato
significativo è che la partecipazione al quesito referendario locale nei due
piccoli centri è stato sensibilmente più ampio della partecipazione la voto sul
referendum nazionale. Il secondo dato è che in entrambi i centri il NO alla
fusione per incorporazione ha visto una stragrande maggioranza dei consensi.
Quindi la maggioranza degli abitanti di quei piccoli Comuni non vuole essere fusa. Si dirà:
hanno prevalso resistenze ingiustificate, localismi e particolarismi; non è
bastata neanche la lusinga della seduzione economica per quei cittadini, due milioni
di euro per dieci anni di trasferimenti statali in più per il bilancio del neo Comune risultante dalla fusione. Forse è
il caso però, oltre che colpevolizzare gli istinti localistici e conservatori
di quelle persone, di fare anche una riflessione sul senso della oramai diffusa
strategia politica del principio amministrativo della fusione municipale.
Premesso che è vero che i Comuni, specialmente quelli più piccoli, stanno in
grande difficoltà economica ed organizzativa da anni. Non ci sono più risorse
sufficienti per garantire una normalità dei servizi erogati, non ci sono più
risorse umane disponibili per gestire il funzionamento della macchina
amministrativa. Ma è un problema magicamente spuntato da qualche tempo, o
invece magari è il frutto di un lento logoramento del valore delle Autonomie
Locali da parte di politiche statali, che hanno perseguito scientemente da anni
un’aggressione per primo al sistema democratico delle Istituzioni locali, ed
insieme alla loro capacità di operatività, fino a produrre il crack di una rete
di sussidiarietà orizzontale nei territori? Spesso in nome di parole d’ordine
qualunquiste e populiste, la casta, gli spechi, le inefficienze. Che negli anni
problemi di questo genere non se ne
siano verificati, sarebbe negare delle evidenze; ma da qui la generale
colpevolizzazione di tutto e tutti, ha prodotto solo l’indebolimento e lo
screditamento del livello istituzionale più prossimo ai cittadini, e di conseguenza
più riconosciuto. Che ha contribuito a screditare generalmente la politica. Una
politica incapace, nel suo insieme, di elaborare una vera riforma dell’ordinamento
statale a settan’anni dalla Costituzione repubblicana; che sapesse rivedere e
rimodulare i diversi livelli di governo in maniera equilibrata rispetto alle
condizioni della società, dell’economia, delle corporazioni, che non sono più
quelle di quando decenni fa venne disegnato il quadro istituzionale del Paese.
Ma che invece, al contrario, ha corso dietro in maniera disorganica al vento
delle stagioni: prima il problema avvertito dall’opinione pubblica erano le
Province, e quindi via le Province. Poi il bicameralismo e l’eccessivo numero
dei parlamentari (il numero, si badi bene, non il costo, che è rimasto pressoché
invariato), e quindi largo alla riforma della Costituzione di questi mesi. Ora,
da qualche tempo, il problema sono i Comuni che non ce la fanno più, e quindi
via alle fusioni. In tutto questo inalterato il livello regionale, che negli
anni ha assunto ruolo e proporzioni elefantiache. In tutto questo solo interventi
a spot ed una tantum, in cui non si intravede
nessun disegno organico di un nuovo modello statale. L’unico obiettivo finora
raggiunto è che si è solamente ridotto il livello di democrazia: le province ci
sono ma non si eleggono più direttamente i rappresentanti; il Senato ci sarà
ancora, ma di fatto sarà non elettivo e vi finiranno eletti già in altri
livelli, regioni e comuni, scelti dai partiti con il criterio della fedeltà; i
Comuni già da anni hanno visto tagliarsi il numero dei Consiglieri Comunali e
delle Giunte, che di fatto erano e sono dei volontari della politica. Ed ora l’assalto
finale da parte di classi dirigenti miopi ed ignoranti (per essere educati): la
fusione dei piccoli Comuni. Meno Sindaci, che nei piccoli Comuni sono un
presidio della democrazia, e chi lo fa il più delle volte anziché guadagnarci, come
si malpensa, ci rimette di proprio. E la creazione di neologismi nel chiamare
le nuove municipalità, che niente hanno a che vedere con storia, radici ed
identità locali. E lì davanti, sempre le sopracitate classi dirigenti, a brandire
la ricompensa: vi diamo più soldi. Come se la storia, le radici, l’identità di
una comunità si potessero comprare. Ben altra cosa sarebbe stimolare alla pratica di messa in comune di servizi e risorse umane tra comunità, senza andare ad indebolire ed annullare la rappresentanza democratica ed indentitaria. Tra l’altro alle scelte di fusione si arriva sempre con percorsi informativi,
partecipativi e di formazione del consenso,
senza alcuna pratica comunitaria, ma pensati ed imposti dall’alto da qualche
raìs di partito territoriale. E allora quando i cittadini possono esprimersi
liberamente e senza condizionamenti e ricatti, questi piccoli pretoriani di
partito di provincia li mandano a cagare. Come è successo nell’entroterra
marchigiano domenica, e come è auspicabile che succeda ancora. Perché gli
abitanti di una piccola comunità ci tengono ai propri valori, alle proprie
radici e, forse, anche alla democrazia molto di più di quello che si pensa. E le
piccole comunità, specie nelle aree interne, hanno bisogno dalla politica di ben
altre attenzioni che non sia qualche pugno di euro; hanno bisogno di scelte e
politiche nazionali che riguardano la qualità della vita, dei servizi, del
paesaggio, delle quali, al di là dei soliti slogan e gettonati convegni, non se ne
intravede alcuna concretezza. Hanno
bisogno di scelte d’amore da parte della politica. Di una visione e di una passione
che non c’è più. Ci sono solo ambizioni personali e tanti piccoli capetti, emuli
al ribasso del capo di turno più grande. E allora viva le piccole comunità e i
piccoli Comuni, presìdi di democrazia e di una moderna resistenza (con la r minuscola, sia ben chiaro) civile.
sabato 9 aprile 2016
LA BORGHESIA MASSONA
“A
Jesi c’è la borghesia massona”, così se ne esce un amico fabrianese durante una
scambio di opinioni in merito ad un progetto documentaristico sulle vicende
della realtà della Città della Carta degli ultimi anni, dal titolo “La fine
dell’illusione” (lo trovate in rete, www.lafinedellillusione.it). Un progetto
multimediale interessante, che fa lo sforzo di analizzare, soprattutto attraverso
testimonianze, ciò che è successo non solo nel tessuto economico della città,
ma anche in quello sociale e civile. Con alcuni limiti, a mio parere, dovuti
probabilmente, almeno immagino, all’esigenza di confezionare un prodotto che
avesse l’obiettivo di analizzare solamente alcuni aspetti predominanti. Due i
limiti principali: la narrazione testimoniale è circoscritta solo a rappresentanti,
passati ed attuali, delle Istituzioni e
della politica, e ai lavoratori del settore e dell’indotto manifatturiero
meccanico. Proprio per questo, lo spaccato che emerge della città è di
conseguenza parziale; manca il punto di vista degli imprenditori che sono stati
protagonisti per decenni della storia economica della città, i cosiddetti
padroni. Avranno qualcosa almeno da dire, se non a dover rendere conto, sullo
stato in cui si trova, oramai da quasi un decennio, la città? E manca una
fascia sociale, professionale e culturale, fondamentale di una comunità, la
cosiddetta borghesia. Forse perché una borghesia, come storicamente intesa, a
Fabriano non c’è mai stata. E mancano le donne; o meglio, c’è un’operaia
intervistata, ma il ritratto che emerge della figura femminile, è che a
Fabriano la donna è quasi esclusivamente intesa come sposa e madre. E invece,
per quello che conosco di quella realtà, ci sono storie ed esperienze femminili
significative, nel mondo delle professioni, della cultura e del sociale; ma la
storia di quella città preferisce raccontarsi la donna come la moglie e
casalinga, che mentre il marito produce, fa impresa e business, si ritrova
al caffè del centro con le amiche per il
the. E nella mia chiacchierata con l’amico fabrianese, ponevo a confronto una
storia che penso di conoscere un poco, quelle jesina, dove, pur anche lì con
limiti e problemi, c’è un tessuto cittadino che ha attraversato, tenendo, anche
anni difficili, grazie ad un equilibrio e ad un reciproco rispetto ed autonomia
di ruolo tra poteri e strati sociali. La politica ha fatto la politica, l’impresa
ha fatto l’impresa, la Chiesa ha fatto la Chiesa. Mai che a qualcuno fosse venuto
pensato di accentrare o mischiare ruoli e funzioni, o esercitare indebite ingerenze;
e quando a qualcuno è venuto in mente, il pensiero è sempre durato molto poco.
E questo anche perché negli anni, la città è riuscita a far vivere, crescere ed
interagire tra loro, una fiera e forte classe operaia, una borghesia laica e
cattolica, conservatrice e progressista, e storie ed esperienze imprenditoriali
eterogenee e plurali. Ed in cui anche le donne, hanno sempre avuto autonomia,
ruolo ed identità proprie, e mai riflesse. Questo ha significato per la città
negli anni, dialettica, confronto, scontro, contaminazione, competizione,
rispetto reciproco, e per questo vitalità e forza nell’attraversare le stagioni.
A Fabriano no. In quella realtà, quasi per un secolo, potere politico,
imprenditoriale, economico, sono diventati via via sempre più un unicum, con il beneplacito della sfera
ecclesiale. Questo, in tempi di vento in poppa, ha distribuito benessere per
tutti, per alcuni ricchezza consistente, per la stragrande maggioranza
tranquillità economica e sociale; ma quando la tempesta della crisi ha spazzato
via un modello economico basato sul capitale e sul profitto ad ogni costo, il
tappo è saltato, e le spese le ha fatte, e le sta facendo la maggioranza dei
cittadini. Ma soprattutto quella concentrazione di poteri diversi in un unico ed
esclusivo direttorio, negli anni ha prodotto distanze sociali, mancanza di
stratificazione sociale e dipendenza dal capo. E non ha consentito l’affermarsi
di un livello sociale e culturale fondamentale, che è quello intermedio, la
borghesia. Capace di svolgere, forte di una propria autonomia identitaria,
anche in alcune fasi il ruolo di una sorta di cuscinetto ammortizzatore tra
fasce sociali differenti. Che poi a Jesi, siano presenti storicamente diversi circoli
massonici, è un fatto. Ma non tutta la borghesia cittadina è massona, e non
tutti i massoni sono borghesi. E’ un semplicismo. C’è poi un altro protagonista
economico e sociale, anche in un contesto geomorfologico differente, che ha avuto tra le due realtà considerazione
diversa: il contadino. A Fabriano il metalmezzadro: l’agricoltura voce dell’impresa
e dell’economia di fatto hobbystica e dopolavoristica, ed il contadino
considerato culturalmente subalterno all’occupato nel manifatturiero. A Jesi, l’agricoltore,
figura di lavoratore e imprenditore con uno suo status definito e riconosciuto.
Allora ridurre, seppur in sincera amicizia, un confronto ed un’analisi complessi,
con l’espressione “lì c’è la borghesia massona”, come fosse il lessico di un
esorcismo su episodi demoniaci è, del
tutto in buona fede, indice della incapacità di ammettere che, in fondo, per
usare un’espressione calcistica “in zona Cesarini, si spera che quella che è
stata una grande illusione, possa, rabberciata e riverniciata, riprodursi
ancora. E che, quando il padrone, a cui si è delegata nel tempo molta della
propria potenziale autonomia, non c’è più, ci si sente solo disorientati e
orfani; e depressi. Ed incapaci di costruire, ancorché una nuova illusione, una
realtà di concrete opportunità in uno spirito comunitario e solidaristico.
domenica 27 marzo 2016
IL PRANZO E' SERVITO
Che la democrazia passasse
per il cibo, l’avevano capito già i Cervi 73 anni fa. Non a caso, il 25 luglio 1943
alla caduta del fascismo, tra i tanti modi che potessero improvvisare “quei
matti ed anarchici dei Cervi” per festeggiare quel fatto, loro, contadini e
antifascisti, organizzarono una grande cena popolare per tutti i contadini e
gli abitanti della zona. Una cena non sul cortile di casa loro, ma non a caso
nella piazza del paese, un luogo pubblico; una pastasciutta di lusso per quei tempi, per tutti, a km zero diremmo oggi: pasta corta in bianco condita con burro e
parmigiano di produzione locale. Oggi il rapporto tra cibo e democrazia è
servito davanti a noi, ineludibile: in maniera drammatica ed
esponenziale per quello che riguarda il Sud del pianeta; in maniera complessa e
spesso tragicomica per quello che riguarda il cosiddetto Occidente. Le mafie in
giacca e cravatta, che rilevano a quattro soldi imprese agricole ridotte allo
stremo da politiche nazionali ed internazionali, che passano, nella fase
elaborativa, per i lobbisti di grandi gruppi economici e finanziari; la produzione e la distribuzione di massa in
mano oramai esclusivamente ad un pugno di multinazionali; la rete commerciale
programmata non in base al bisogno demografico, ma in base alle logiche di
cubatura urbanistica speculativa di consumati palazzinari e di amministratori
compiacenti; i rapporti occupazionali legati al mercato del cibo, sia per la
distribuzione che alla ristorazione; la truffe, le contraffazioni e le
condizioni igienico sanitarie legate al cibo (lo slowfood che non è slow, il
bio che non è bio, la listeria che ti ammazza e che trovi non nella salsiccia
fresca ce fa il norcino in montagna, ma nel prosciutto cotto che trovi al
supermercato). Questo ed altro. E tra
questo e altro, c’è anche il prezzo del cibo: il prezzo del bio, o presunto tale, che
continua ad essere, come si sarebbe detto un tempo, solo per la borghesia; il
prezzo della ristorazione (gourmet a due zeri a coperto, e menù tipici completi
a 10 €; c’è qualcosa che non porta?). E poi, per entrare nel tragicomico (ma
non per questo meno importante), il proliferare di format televisivi in cui si illude,
o vende, che tutti, senza formazione e sacrificio, possono diventare grandi
chef stellati, compresi i bambini, e che sono spot continui per le
multinazionali del cibo; talk in cui si sbranano verbalmente onnivori,
vegetariani e vegani, senza alcun punto di vista scientifico, ma solamente in
virtù di estremizzazioni ideologiche e gettoni pagati dalle redazioni
televisive; dibattiti in cui si disquisisce di alimentazione e agricoltura, in tra i
cosiddetti esperti non c’è mai un contadino, ma solo politici, chef stellati a
volte pure un po’ sputtanati, grossisti delle catene di ristorazione ingrassati
da protettorati politici. Per non parlare poi di tutta la diffusa e seriale
catena delle fiere, mostre, eventi delle tipicità locali, in chiave promozionale
e turistica dei territori, che almeno un vantaggio, alla fine ce l’hanno:
passare uno stipendio, pagato dalle amministrazioni pubbliche, a tutti quelli
che, spesso altrimenti senza arte né parte, si inventano e vendono le
manifestazioni e gestiscono consorzi, presìdi, enti, in cui tanti produttori seri ed agricoltori onesti, non solo abboccano,
ma gli tocca pure pagarci per esserci, perché così “l’assessore mi vede e, forse, mi considera se c’ho bisogno d’una pratica veloce".
E poi, ma solo per un accenno, perché aprirebbe un mondo quando, sarebbe il caso,
dovrebbe aprire solo qualche cella circondariale, l’attività venatoria; la
caccia, che crea problemi seri all’agricoltura e al territorio, e alimenta
opachi traffici di selvaggina, che dal paniere del cacciatore, finisce
direttamente sul frigorifero del ristoratore, senza “passare dal via”, o meglio
per le autorità sanitarie e di controllo competenti. In tutto questo che c’entra
la democrazia? C’entra eccome, perché in queste giostre ci sono due soggetti, i
soli legittimati, che non contano un cazzo: il contadino e il
cittadino-consumatore; il primo che si spacca la schiena da prima dell’alba al
tramonto e che, quando va bene, con la propria attività non ci rimette, se lo
fa con etica e passione; il secondo, che l’importante è la lunghezza dello
scontrino alla cassa del supermercato, a prescindere dalla monnezza che si
porta sul piatto. Come si rimargina almeno, se non guarire, questa lesione di
democrazia? Non ci sono soluzioni, o forse ce ne sono tante. Una sicuramente è
ridurre la distanza tra contadino e cittadino, saltando tutto quello e quelli
che ci sono in mezzo. E poi smetterla forse un po’ tutti con ‘sta storia dei
piatti gourmet, e pensare che mangiare è una cosa seria per la salute e per l’ambiente
e il paesaggio, e allora guardare alla salubrità del cibo anche nella sua semplicità
di preparazione; imparare a prepararsi da soli alimenti spesso industriali
(tipo il pane, è facilissimo e non sottrae tempo a chissà che cosa). E poi che in
posto ci vai se ti stimola una passione ideale e culturale, senza porti prioritariamente
il problema di qual è il piatto o il ristorante cosiddetto tipico, e
chissenefrega se non c’è un museo aperto e nel centro storico scorrazzano le
pantegane. E a proposito di democrazia, forse non è un caso che le sole e nuove
lezioni di pratiche comunitarie e democratiche, ce le da proprio il Sud del Mondo, dove Capi di Stato,
dopo anni di miseria delle persone e restrizione dei diritti individuali, sono
diventati dei contadini? E’ lì che bisogna guardare, per costruire non più il
cosiddetto nuovo modello di sviluppo, obiettivo ideale verso il quale fare
giustificati gesti apotropaici, ma semplicemente un’idea di felicità condivisa.
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