La
strategia dell’abbandono risiede da sempre in molti paesi dell’Appennino. Sta
lì, silente e dormiente per lungo tempo, un po’ come le faglie nella crosta
terrestre. Poi, come il terremoto, all’improvviso ritorna a manifestarsi con
tutta la sua forza, arruolando proseliti, capi ed esecutori. Il terremoto è il
suo più grande complice. Nel tempo di quiete, la strategia dell’abbandono si alimenta di
cattiva edilizia, saccheggio del paesaggio, mancata prevenzione geomorfologica,
di patrimoni immobiliari lasciati all’incuria da eredi che neanche si ricordano
di essere proprietari di una casa della bisnonna; ma si alimenta anche di
amministratori locali che non hanno poteri di intervento efficaci e
sanzionatori verso quanti lasciano depauperare un patrimonio immobiliare, fino
al punto di renderlo pericoloso per tutti; si alimenta di politica locale sempliciotta, che pensa prima
ai turisti che agli abitanti e, di conseguenza, non è consapevole del fatto che sull’Appennino
i turisti ci sono se i paesi sono vivi, se chi ci abita è anche un animatore della
vita del proprio borgo, se ci sono servizi, se le strutture ricettive sono
sicure, se le due stanze che prendi in affitto per una settimana (e magari in
nero) non ti si accartocciano sopra di notte se arriva il terremoto. Altrimenti
perché venire qui, meglio il villaggio vacanze esotico o la nave crociera. Poi
ci sono quelli che resistono alla strategia dell’abbandono. Sono quelli che
sull’Appennino ci abitano, non perché condannati ad espiare qualche reato, ma perché
hanno scelto consapevolmente di farlo, perché qui trovano le ragioni di una,
seppur opposta al modello Briatore, idea di felicità. E allora ci sono bambini,
ci sono vecchi, cani, pecore, maiali, mucche e galline; ci sono imprese che
producono qualità esclusivamente per il fatto di essere lì, in quelle
condizioni ambientali ed altimetriche. Ci sono ragazze e ragazzi che investono
il proprio futuro qui, sull’Appennino, con competenze e conoscenze elevate. Tutto questo la strategia dell'abbandono vorrebbe delocalizzarlo, reinpiantandolo sulla costa o in qualche estesa pianura. E quando arriva il terremoto, la strada verso l'obiettivo, come si dice, è spianata. Perché
la battaglia alla strategia dell’abbandono abbia successo c’è però bisogno di
un nuovo civismo, di nuove pratiche democratiche e partecipative che promuovano, in chi ha scelto di vivere sull’Appennino, una diversa coscienza di attenzione e
valorizzazione del territorio, capace di superare anche difetti, qualche
cattiva abitudine incrostata, localismi e particolarismi di caseggiato, la
saccoccia come fine ultimo ed esclusivo di ogni iniziativa ed attività. La
sfida è riuscire a coltivare e far crescere una nuova idea di comunità e di
appartenenza, che tenga conto dei valori dell’identità e delle radici, ma che
sappia valorizzare anche quegli innesti che nel tempo si sono inseriti e che
vogliono essere parte insieme a tanti. Una necessità di riorganizzazione culturale e procedurale. Una nuova “lunga marcia”, insomma. Sull’Appennino
e per l’Appennino.
venerdì 18 novembre 2016
domenica 9 ottobre 2016
LA MANO NERA
Piove a Pescara del
Tronto. E’ freddo, il primo vero freddo. “Cominciamo da quelle leggere – dice
Enzo mentre rovista nello zainetto che ha salvato dal crollo di casa la notte
del 24 agosto – poi passiamo alle altre. “ Leggere e pesanti sono le cose che vuole raccontarmi. Alla fine
passano più di due ore, accartocciati dentro il camper del GUS. Enzo partendo
da sé, dalla sua vita a Pescara, è un
fiume in piena. Racconti, idee, proteste e proposte, che come l’acqua del fiume
che passa, si mescolano, accavallano, confondono. Mi colpisce però un’espressione
ricorrente che attraversa le storie di Enzo, quasi un’intercalare, con cui
identifica ciò che in quel territorio è stato fatto da molti anni. “E’ successo
– dice – per opera della “mano nera”. Non specifica cosa sia o chi sia, ma dopo
un po’ lo capisco. Chi, o coloro, singoli e aggregati, che pur essendo figli di
quella terra, ad un certo punto, per ambizione ed avidità personali, hanno
sfruttato quel territorio, provocato danni e ferite non rimarginabili, in nome
di un presunto benessere della popolazione, a cui peraltro si appartiene. La “mano
nera” non ha una fisiognomica precisa, un’anagrafica codificabile, può essere
la politica, l’imprenditoria, la chiesa, o commistioni opache di tutto questo. Quello
o quelli che le strade, il cemento, le fabbriche, portano lavoro, sviluppo e
crescita economica. Ma che sotto, appena oltre il cotico del suolo, lasciano
inquinamento, depauperamento delle risorse naturali, lesioni all’assetto
geomorfologico originario, malattie. Enzo poi è costretto a smettere di
raccontare, perché io devo ripartire, ma ne avrebbe ancora per molto; “non
preoccuparti che tanto torno per riprendere il discorso - gli dico salutandolo
– mica abbiamo finito…”. Lui ritorna verso la sua tenda-casa, a presidiare il
suo paese e le sue storie, quasi a vigilare da qualche altra “mano nera” che
potrebbe riaffacciarsi da dietro quei cumoli di rovine e macerie, e riproporre
nuove lusinghe su come riportare sviluppo e benessere dopo la tragedia ed il
lutto del terremoto. Tornando e ripensando alle storie di Enzo, in fondo se si
guarda, anziché semplicemente vedere, ogni paese, ogni città, ha la sua “mano
nera”. La “mano nera” è figlia di un territorio, c’è nata e cresciuta e, in
molte realtà, continua a viverci. Vuole bene alla propria realtà nativa,
desidera sviluppo, lavoro, progresso per tutti i conterranei. Però, c’è un
però. Per la “mano nera” la priorità resta comunque la propria saccoccia, i
cazzi propri. E allora per la “mano nera” è normale che gli scarti industriali
tossici della propria fabbrica li si sotterri sotto superfici su cui poi la gente
è andata ad abitare o li si riversi nel fiume. Che volete? Grazie alla
produzione industriale è stato dato lavoro a tutti, dai nonni ai nipoti. Per la
“mano nera” le montagne non sono luoghi da tutelare e da promuovere per le
attività naturalistiche e turistiche, ma oggetti da far saltare con le mine e
da segare a fette, perché quella pietra lì è un gran business nell’industria
chimica e farmaceutica, e poi ci si sbianca anche lo zucchero da barbabietola; perché
indignarsi poi: quattro spicci di diritto di escavazione vanno al Comune, alla
Provincia e alla Regione; e poi, ogni volta che c’è la campagna elettorale, s’è
sempre data una mano (e una bustarella) a tutti, senza distinzioni ideologiche.
Per la “mano nera” ci sta che ogni territorio vasto abbia il suo inceneritore,
e va fatto proprio lì sopra, dove tanto il terreno è già stato inquinato da
decenni da quell’impianto industriale chiuso, che così almeno all’impianto di
termovalorizzazione (espressione elegante per definire l’inceneritore) si
riassume pure qualche decina di licenziati senza alcuna speranza. “La mano nera”
è quella che poi chiama direttamente il ministro di turno per far spostare la
direttrice di un nuovo asse stradale. E’ più funzionale, meno costoso e meno
impattante si dirà; ma no, è più costoso, si allunga il percorso, si inquina di
più, però se passa dall’altra parte, là ci stanno i terreni di tizio e di caio
(e qualcosina pure di sempronio). Le discariche, come sanno gli addetti ai
lavori, hanno un tempo di vita predefinito; dopo un po’ vanno ad esaurimento e
deve essere chiuso e risanato il sito. Ma la “mano nera” pensa che sia una
cazzata: ci si fanno talmente tanti soldi, si da lavoro, si danno soldi ai
Comuni che ci fanno nuovi giardinetti e piste ciclabili; sai che facciamo? Ne
chiediamo la proroga temporale per la durata e pure l’ampliamento per metterci
più rifiuti speciali, perché sono quelli che fanno l’affare, mica i quattro
sacchetti di indifferenziato delle famigliole del posto… Ecco, e si potrebbe
continuare a lungo, così come Enzo racconterebbe all’infinito le storie del suo
paese che in una notte d’estate è scoppiato. Poi a valle incontro un gruppo di
ragazzi che hanno deciso di scrivere su Facebook quello che succede ai loro
paesi dopo il 24 agosto, ma anche quello che era la vita delle loro piccole
comunità prima di quella notte. Anche loro non se ne vogliono andare e vogliono
diventare adulti e vecchi lì. Hanno tutti meno di vent’anni e gli occhi
luminosi anche in questi giorni di lutto, di separazione, sbandamento, di
pioggia e freddo. La pagina Facebook si chiama “Chiedi alla polvere/Ask the
dust”. Sono loro il miglior antidoto nei confronti della “mano nera”; e come
loro i tanti adolescenti sparsi nei paeselli che credono che lì, ancor più che
in grandi città, si possa costruire felicità. Anche questi giovani sono quelli
che Paolo Pileri, nel bel libro “Che cosa c’è sotto”, chiama “i partigiani del
suolo”.
*il manifesto è affisso sotto un pilone del viadotto che passa sopra Pescara del Tronto
domenica 25 settembre 2016
ENZO ABITA QUI
La macchina rossa era di
Enzo; sopra la macchina c’è, crollata, la casa di Enzo. Avevo letto di Enzo i
giorni scorsi, la sua scelta di rimanere l’unico abitante dentro il paese
disintegrato dal terremoto di Pescara del Tronto mi aveva colpito. Poi una
serie di concomitanze hanno fatto si che con Enzo ci siamo incontrati e conosciuti;
forse, per certi imperscrutabili aspetti, riconosciuti. “Lui fuori dalla zona
rossa non ci viene – mi hanno detto – bisogna che vieni giù tu”. “Ma a me –
avevo ribattuto – dentro la zona rossa non mi ci fanno entrare”. Poi il
compromesso, ci incontriamo in una sorta di striscia interterritoriale, subito oltre il confine della zona rossa. Ci
conosciamo lì, proprio davanti la sua macchina rossa sfondata dalle macerie. Mi
sento ridicolo con il caschetto giallo modello pupazzetto Toys, non tanto
per ragioni estetiche; mi interrogo da cosa dovrebbe rendermi incolume quel
pezzo di plastica se ci fosse un pericolo vero e serio. Enzo mi racconta un po’
di sé, che vive lì da più di vent’anni, che il padre era di Pescara, ma che lui
è nato e vissuto a Roma, per poi scegliere di venire a vivere in quella casa
delle radici familiari. Enzo non se ne andrà da Pescara, non lo ha fatto dalla
notte della catastrofe sismica, non lo farà in seguito. I primi giorni ha
dormito sopra una tettoia all’aperto, poi i ragazzi del GUS gli hanno portato
una tenda, e gli continuano a portare i pasti, perché lui da lì non esce, come
se uscendo dalla zona rossa temesse che trovano il modo di fregarlo e non farlo rientrare
più. Gli hanno offerto in dono una roulotte per l’arrivo della stagione fredda,
ma è stato detto ai benefattori che non è possibile procedere al dono, perché si
creerebbe un precedente. Enzo mi racconta che ha dato una mano fondamentale nelle
ore immediate alla tragedia, consentendo di tirare fuori in poche ore sia i
vivi che i morti; si, perché lui sapeva quali erano, tra tutte, le case abitate
quella notte, e chi c’era in ogni casa. Poi mi dice anche che lui sta lì non
per protesta, ma perché ha da fare delle proposte. E che ha un sacco di cose da
raccontare. Gli dico che mi interessa ascoltarlo e che torno; mi lascia il suo
numero di telefono. Chi è Enzo? Il suonato del paese, come è semplicistico
pensare, o la testimonianza di qualcos’altro di più profondo, significativo,
che ci mette di fronte a verità rimosse o sconosciute? Ogni terremoto, con il
suo carico di tragedia e di dolore, per molti, purtroppo, è l’occasione per
prendere atto di un fatto, o di fare una scoperta: che su per quelle montagne non ci
sono solo i turisti, gli escursionisti, i villeggianti estivi a cui è rimasta
la casa della nonna o dello zio; no, pensate, che su per quelle montagne, c’è
gente che ci vive sempre, che ci lavora, ci sono bambini che nascono, che vanno
a scuola e che diventano grandi. C’è gente che lì ha scelto di vivere e che,
incredibilmente, è felice di viverci per tutta la vita; e che neanche adesso
che il terremoto gli ha portato via tutto, se ne vuole andare. Strana la gente…
Nelle città si sta meglio, più sicuri, ci sono tutte le comodità; perché ricostruirgli
il paese spianato dal sisma, sarebbe tanto meglio per loro che lo Stato gli ricostruisse una nuova e
migliore vita in città… Però dal lavoro e dall’economia di quelle montagne, ci
piace riempirci borse della spesa e imbandirci tavole per la nostra
convivialità, anche per la nostra sempre più mirata ricerca di una maggior sana
alimentazione. Ma quella roba si fa lassù, in cima all’appennino, è lassù che
il lavoro di chi vive consente di ottenere beni non riproducibili e delocalizzabili.
E allora se facciamo l’amatriciana solidale, è un po’ una presa per il culo
farla con i prodotti comprati all’ipermercato; forse è più solidale se troviamo
il modo di comprare gli arrosticini che anche in questi giorni con la casa
crollata, ma con la macelleria più o meno stabile, continua a preparare e a
vendere l’allevatore-macellaio del paesello. Perché se gli arrosticini e gli
altri prodotti di un duro lavoro su quei monti, non glieli compra più nessuno, perché
il paese non c’è più e fra un po’, passata l’emergenza e sgomberate le tende,
non ci faranno spesa più neanche i vigili del fuoco, lui con l’amatriciana
solidale non ci fa un cazzo; tra qualche settimana, arrivato l’inverno, chiude
bottega. Enzo mi deve raccontare un sacco di cose; “devo parlarti – mi dice
salutandomi – della cava qui dietro il paese, del cemento che c’era qui, della fonte dell’acqua, e
ti devo dire delle proposte”. “Ok – gli dico – mi organizzo e tra qualche
giorno ritorno. E tu lo sai che ritorno. Vedi di farti trovare qui dentro, a
Pescara del Tronto”
venerdì 8 luglio 2016
EMMANUEL E CHINYERY, LE MARCHE, E L'INNOCENZA PERDUTA (se mai avuta)
Il barbaro assassinio di
Emmanuel a Fermo, non è sufficiente che possa essere riconosciuto come un gesto
fascista, fatto da un fascista. Per molti, fascista, è una parola quasi
impronunciabile, che non sta bene usare nel XXI secolo, e quindi meglio
razzista, estremista di destra, o la molto più soft ultrà. Ed è quindi comprensibile
e condivisibile, che anche molti si incazzino e pretendano che quel gesto e
quell’omicida vengano appellati con la parola più propria, fascismo. Ma non può
esaurirsi e finire qui. Quell’omicidio apre questioni e problematiche più
profonde, che interpellano una regione e che esigono che, almeno, questa
tragedia possa rappresentare l’opportunità, non rinviabile, per una terra di un
milione e mezzo di abitanti, per fare un tagliando. Un tagliando al livello del
suo sentimento democratico, che coinvolga i singoli, la società organizzata, le
classi dirigenti, la politica e le istituzioni. L’omicidio di Emmanuel ci dice
che abbiamo superato il livello di guardia, tutti e tutto. Il fatto che uno
spacchi il cranio ad una persona perché considerato diverso, ha alle spalle tutta una filiera di valori, di sentimenti,
di comportamenti, consapevoli ed inconsapevoli, propri di una comunità, che non solo
negli anni si sono indeboliti, ma addirittura incrinati. E' il fatto che uno,
al di là del suo istintuale tasso di aggressività e di cultura, arrivi a
considerare normale, comprensibile e giustificabile, considerare l’altra
persona, per provenienza e per etnia, una scimmia. E se questo avviene,
significa che quell’omicida ha una certa consapevolezza che, nel considerare un africano una scimmia, possa essere nel pensiero comune della gente che ha
intorno, un atteggiamento se non del tutto legittimabile, quantomeno sopportabile. E allora che
cosa è diventata negli anni la società marchigiana, cosa sono diventati i tanto
prudenti e timorati marchigiani? Dov’è finito quel tanto decantato humus
comunitario ed identitario, che è stato per decenni assunto a modello e ad
esempio (nelle relazioni, nell’economia, nei rapporti della società
organizzata,…)? Perché, in un certo senso, l'omicidio di Emmanuel sancisce l'attimo in cui si è persa quell’aurea di innocenza?
O non c’è mai stata? Perché è sufficiente oggi la presenza, in una piccola
cittadina, di una decina di richiedenti asilo, per mandare in tilt una
cristallizzata e apparentemente tranquilla dinamica quotidiana, per far
smarrire ai responsabili delle Istituzioni, senso di responsabilità, e
trasformarli persino in promotori della paura, per smuovere sentimenti di
ostilità, egoismo ed intolleranza anche in persone insospettabili? E’ stata la
crisi? E’ stato il venir meno, nelle Marche di un’idea dei rapporti padronali e subalterni, concretizzatasi per decenni classe dirigente diffusa, e che creando
dipendenza, nella sua implosione, ha lasciato tutti senza la figura rassicurante
di un padrone? E’ stata la mutazione genetica, probabilmente irreversibile, di
un modello e una pratica della politica improntata alla sola semplificazione,
razionalizzazione, cultura del “The Truman show”? E’ stato il fatto che da
diversi anni si è spinto sull’acceleratore culturale della costruzione di un’identità
marchigiana (storicamente inesistente), anziché sulla crescita consapevole e partecipata di un nuovo e
necessario umanesimo ed autentica comunanza? O è stato il fatto che, non solo nelle Marche, quando ogni
aspetto della vita e della quotidianità, è improntato alla supremazia assoluta della
merce, di conseguenza tutto è giustificabile al perseguimento di quel fine?
Oggi, se usciamo dai mantra dei tweet e degli #, ci accorgiamo che questa
regione (e i suoi abitanti) è più povera, più sola, più egoista e più corrotta.
E di conseguenza più propensa a far sedimentare germi e sentimenti fascisti. E la
risposta a tutto questo non può essere ancora la semplificazione di questioni che hanno necessità di complessità ed articolazione, ed un generico
e riverniciato riformismo. Ma deve necessariamente essere la radicalità. Delle
idee, dei comportamenti, delle scelte; private e pubbliche; individuali e
collettivi. E’ necessaria una forte iniezione di eresia. Don Vinicio Albanesi,
quando eravamo molto più giovani, e più giovane anche lui, ai campeggi ci
portava a tavola una grande pastasciuttiera con dentro la pasta fumante, e ci
diceva nel posarla al centro della mensa a cui sedevamo: “ecco l’Eucarestia”.
Era eretico e blasfemo, nel fare e nel dire? Non saprei; certo era un messaggio
forte per dei ragazzi di vent’anni, c’era l’idea di sentirsi una comunità di
eguali, di mutualità, e di condividere un po’ per uno, ma per tutti con tutti, quanto
bastava per vivere, il necessario. E di conseguenza nessuno si sentiva diverso,
subalterno, ma autonomo e tra pari; libero di impegnarsi nel dispiegare la
propria vita nella comunità più grande. Ecco, forse le Marche, hanno bisogno di
prendere atto che "il tempo della merce è finito, e sta arrivando il tempo
del sacro*". Ne saranno all’altezza, ne saremo all’altezza? Non ho molta fiducia,
guardandomi attorno. Vedo molte indignazioni di giornata, costernazioni da
primo post su facebook il ripetersi di stanchi ed inefficaci riti di solidarietà
e cordoglio. Vedo la paura, se non il terrore, per chi ha responsabilità, seppur diverse, verso i cittadini, di chiamare la cose con il loro vero nome, perché ciò metterebbe in discussione un pezzetto del proprio potere e consenso. Non vedo, ma è dovuto sicuramente alla miopia, quasi niente di
radicale. Quel gesto così apparentemente senza finalità e concretezza, a cui
invita un poeta ed un intellettuale come Franco Arminio: “Mettiti in
ginocchio anche se non credi a nessuno.
*cit. Franco Arminio
*cit. Franco Arminio
PS. Immagine di Serrabernacchia (frazione di Genga)
martedì 24 maggio 2016
PARTIGIANI DI IERI E PRETORIANI DI OGGI
Non saprei, nel momento in
cui mi accingo a scrivere alcune riflessioni personali, se mi trovo nello status, come detto da alcune e alcuni in questi
giorni, di possessore della “eredità morale della Resistenza”; l’unica eredità
che mi sono ritrovato, ed anche casualmente, semidimenticata in una scatola di
cartone tra un trasloco e un altro, sono due medaglie di bronzo delle Brigate Garibaldi. Mio padre ed io,
solo più di settant’anni dopo, abbiamo ricostruito che, anziché essere state regalate
negli anni a nonno Serafino da qualche parente o conoscente, come c'avevano detto, erano DI nonno
Serafino. Nonno (scomparso nel 1974), mica l’aveva detto a nessuno che a tutti
gli effetti aveva fatto parte di un distaccamento partigiano in quel di Ostra,
che stava con Brutti e Maggini…(fucilati dai fascisti Ostra il 6 febbraio del 1944); c’è toccato andare all’Archivio di Stato, all’Istituto
di Storia e al Distretto Militare, per trovarlo lì, il Serafino, in lista con
tutti gli altri partigiani, 70 anni dopo la Liberazione. Questo, per avvalorare
una cosa che ho imparato in questi anni, avendo avuto il privilegio di
conoscerne tanti, italiani, slavi, di tutta Europa: che i Partigiani parlano
poco o niente; o meglio di quello che hanno fatto e del perché l’hanno fatto,
non ti raccontano proprio nulla, nonostante sollecitati. Anzi, più chiedi e più
si infastidiscono. Poche parole, quello che è si è si, quello che è no è no. E allora
da questo capisci che è meglio lasciarli stare, non tirarli per la giacca, né tantomeno
esibirli come una sorta di Buffalo Bill al circo. E capisci una cosa, specialmente: che questi qui è giusto che dicano su tutto quel che cazzo gli
pare e gli passa per la testa; è così e basta. Ma questo, chi pensa che l’attività
e le scelte della politica, il consenso a queste, si fondano sulla fedeltà ad una persona fisica, ad un capo, con metodi, parole e prassi scopiazzate da qualche setta psico-socio-spirituale,
non lo può capire. Chi ha combattuto per la Libertà ha praticato, nell’essere
certamente fedele ad un ideale e ad una causa, tra i suoi simili, capi o
sottoposti, esclusivamente il valore della lealtà. Cosa assai diversa dalla
fedeltà. E allora, di conseguenza, per la politica modello scientology (o altre
esperienze nostrane similari), è impensabile, inammissibile, che un’associazione,
autonoma giuridicamente e statutariamente, di oltre centoventiquattromila
iscritti, che si ritiene idealmente vicina, possa nel merito di una questione
specifica, democraticamente decidere di pensarla diversamente. Proprio perché quella
politica lì, fondata e tenuta in piedi sul concetto della fedeltà, è forte e
vincente solo se crea rapporti di sottomissione, asservimento e subalternità.
Ecco perché l’aggressione all’ANPI, politica, morale, per certi versi con una
fisicità, è di una gravità e di un pericolo inaudito. Perché non è la solita
schermaglia, gioco fra parti, composizione e scomposizione interna ad un’area o
schieramento. E’ qualcosa di più infido, profondo, pericoloso. E’ il riprodursi
e nuovo prodursi della pretesa di controllo delle coscienze e delle intelligenze e, di
conseguenza dell’esercizio della libertà di pensiero e azione di ognuno. E’ allora,
in quella politica lì, non ci si confronta lealmente nel merito riconoscendosi reciproca autonomia e scelta; si scatenano i pretoriani, quelli televisivi,
giornalistici e da tastiera; quelli che li fai inserire in un corpo estraneo,
avverso, per sovvertirne l’equilibrio, l’ordine, la gerarchia. L'altro, nella sua soggettività organizzata, diventa il nemico da distruggere. E i pretoriani
non sono, figurativamente, equiparabili oggi ai semplici iscritti, militanti,
opinionisti di un partito o movimento. Nell’antichità erano militari scelti che
svolgevano compiti di guardia del corpo dell’imperatore; erano pronti a morire
per l’imperatore, non per una causa o un ideale, si badi bene, per il corpo
dell’imperatore. Per il militante o l'iscritto ad una associazione, a battaglia politica finita, il giorno dopo
è un giorno come un altro, con la propria vita, il proprio lavoro, i propri
affetti. Per il pretoriano la posta è molto più alta, vitale; sul piatto ci si
gioca spesso tutto, metaforicamente la vita. La coscienza individuale, l’esercizio della propria
convinzione, che in una associazione è sinonimo di confronto, dialettica e
democratica sintesi, non può essere riconosciuta da una determinata
strutturazione politica; pena il cedimento delle sue fondamenta. E’ un concetto
che mi genera, e non mi ritengo certamente uno che si impressiona, spavento. Quattro
anni fa, e questa riflessione di oggi coincide con un anniversario, casualmente
il 24 maggio (quello del Piave…), con la maggioranza politica dei Consiglieri
Provinciali di Ancona uscii dall’aula facendo mancare il numero legale, quando
si voleva far approvare un atto che avrebbe fatto aprire una nuova cava su
Monte S. Angelo ad Arcevia; su quel monte il 4 maggio del 1944 i fascisti
ammazzarono più di settanta civili, tra cui una bambina di sei anni, Palmina.
Un luogo sacro, al di là del valore ambientale del territorio, che non può
essere oggetto di interessi privati e speculativi, tanto più autorizzati da
provvedimenti pubblici. L'atto non fu approvato, il Consiglio
Provinciale decadde pochi giorni dopo per fine consiliatura e poi le Province
non sono state più elette dai cittadini. La cava ad oggi non è stata fatta. Non comunicai anticipatamente ad alcuno (a livello politico e di partito) che avrei agito in quel modo e sollecitato altri compagni ad agire così. Chiesi esclusivo consiglio ad un anziano che oggi ha quasi 93 anni, uno di quelli che oggi è giusto dica quello che stracazzo gli pare, un Partigiano; uno offeso e aggredito verbalmente in maniera virulenta, e pubblicamente, da settimane dai famigli dell'imperatore e dai pretoriani. Fu
doloroso quel 24 maggio; la coscienza versus l’appartenenza ad un partito. L’ideale o la
saccoccia. In quel giorno, con quella scelta, si sarebbe esaurito un mio
percorso nella politica attiva, e di questo ne ero consapevole uscendo di casa
la mattina. Da quel giorno, ogni mattina, però, riesco ancora a guardarmi nello
specchio. E per questo non c’è alcuna Mastercard che valga.
martedì 26 aprile 2016
ALLA STAZIONE C'ERANO TUTTI
Ho scelto di condividere
la Festa della Liberazione con una piccola comunità dell’entroterra marchigiano
di meno di 5000 abitanti; la consuetudine avrebbe voluto che la trascorressi
nel capoluogo di Regione. In quella cittadina nelle settimane scorse si era
verificato un problema, definiamolo così: il Sindaco non voleva andare al di là
di un manifesto copia/incolla e di un mazzo di fiori portato da un usciere del
Comune, di buon mattino e senza cerimonia, al monumento dei caduti (anziché al
murales della Resistenza, scambiando volutamente il 25 aprile con il 4
novembre); ma soprattutto non voleva fare il 25 Aprile con l’ANPI. In quella
cittadina c’è un sindaco-imprenditore, a capo di una lista civica molto eterogenea.
Uno che pensa che “occupare” con il proprio conflitto di interessi l’Istituzione,
possa portare benefici ai cazzi propri; e di cazzi d’impresa, quell’imprenditore
ne ha tanti. Nelle settimane precedenti, l’ANPI di quel Comune non si è persa d’animo,
e si è messa ad organizzare una sua cerimonia del 25 aprile, chiamando
a raccolta quella società civile che non ritiene giusto stare “a bottega” dal sindaco-imprenditore
e che, soprattutto, non è ricattabile da quel potere politico. Cosa curiosa, a
rendere atipica quella dinamica locale, c’è la consuetudine da qualche anno che
la parrocchia del paese, con il beneplacito del vescovo ciellino-operaio, il 25
aprile fa le cresime, a prescindere se la festività cada di domenica o in un
altro giorno della settimana; che coincidenza singolare… Mi hanno raccontato
che, dopo che l’ANPI s’è data da fare, nella maggioranza politica che governa
il Comune, abbiano litigato parecchio, intravedendo, i più lucidi, lo sputtanamento.
Ma niente, il sindaco –imprenditore ha avuto la meglio; si è fatto come comanda
lui, solo manifesto e, sembra che questi addirittura ieri fosse in Cina. Non
per impegni istituzionali, ma per cercare qualche cinese che fosse possa essere
interessato alle sue aziende, che non se la passano proprio alla grande. Ho
letto il manifesto del 25 aprile del Comune ieri, arrivando in centro; non c’è
mai la parola “antifascismo” e “Resistenza”; solo un vago richiamo alla pace e
alla fratellanza universale. E al murales della Resistenza, in una fredda, anzi
freddissima e ventosa mattinata di primavera, che sta davanti la stazione
ferroviaria (chissà perché ad un certo punto m’è venuta in mente la stazione di
Bocca di Rosa…), ho trovato l’ANPI, le ragazze e i ragazzi del centro di
aggregazione giovanile, l’AVIS, i Carabinieri del paese in veste da cerimonia,
qualche coccinella e boy scout, alcune insegnanti dell’istituto comprensivo,
delegazioni dei sindacati e di alcuni partiti, e diversi cittadini. E abbiamo
condiviso una bella cerimonia del 25 aprile fai da te. Mi hanno raccontato nei
giorni scorsi che il sindaco-imprenditore, da tempo si sarebbe venduto la
storia, le radici e l’autonomia del Comune e della comunità, favorendo la
fusione della sua municipalità con quello confinante di trentamila abitanti, in
cambio di qualche salvacondotto per le sue imprese, ma non certo per i
lavoratori, ma solo per le sue saccocce. Il tutto con il beneplacito di livelli
istituzionali superiori e, teoricamente, politicamente avversi alla maggioranza
che regge il Comune. Di questo aspetto poco mi importa; trovo invece che quel
manipolo di cittadini, che andava dalle coccinelle al locale partito comunista
che più comunista non si può, che s’è ritrovato al freddo di fronte al murales
della Resistenza, rappresenti l’unica speranza per quella comunità, e il germe
di un nuovo fronte di democrazia comunitaria che ha il dovere di non
disperdersi. Da lì si può ripartire, dalla sperimentazione di una nuova pratica
di partecipazione, fra storie ed individualità differenti, fra pari, e che liberi a breve
quella comunità dal padrino di turno, e che riaffermi che storia, identità,
democrazia di un paese, non si vendono, né si svendono, con la puttanata delle
fusioni tra comuni, per gli affari di qualche sindaco-imprenditore pro tempore,
e neanche per le lusinghe della moda istituzionale di turno, portata porta a
porta da qualche commesso viaggiatore della politica del governo nazionale. Spero
che l’ANPI locale, insieme ad altri, sappia raccogliere questa eredità, non di
71 anni fa, ma di appena ventiquattr'ore fa.
lunedì 18 aprile 2016
I REFERENDUM PICCINI PICCIO'
Domenica scorsa si sono
svolti, contestualmente al referendum nazionale sulle trivelle, due mini referendum
locali per far pronunciare le comunità locali sulla proposta di fusione del
proprio Comune con un Comune più grande limitrofo (tecnicamente definita
fusione per incorporazione). Due piccole comunità dell’entroterra marchigiano,
una con neanche mille abitanti, l’altra con poco più di duemila. Il primo dato
significativo è che la partecipazione al quesito referendario locale nei due
piccoli centri è stato sensibilmente più ampio della partecipazione la voto sul
referendum nazionale. Il secondo dato è che in entrambi i centri il NO alla
fusione per incorporazione ha visto una stragrande maggioranza dei consensi.
Quindi la maggioranza degli abitanti di quei piccoli Comuni non vuole essere fusa. Si dirà:
hanno prevalso resistenze ingiustificate, localismi e particolarismi; non è
bastata neanche la lusinga della seduzione economica per quei cittadini, due milioni
di euro per dieci anni di trasferimenti statali in più per il bilancio del neo Comune risultante dalla fusione. Forse è
il caso però, oltre che colpevolizzare gli istinti localistici e conservatori
di quelle persone, di fare anche una riflessione sul senso della oramai diffusa
strategia politica del principio amministrativo della fusione municipale.
Premesso che è vero che i Comuni, specialmente quelli più piccoli, stanno in
grande difficoltà economica ed organizzativa da anni. Non ci sono più risorse
sufficienti per garantire una normalità dei servizi erogati, non ci sono più
risorse umane disponibili per gestire il funzionamento della macchina
amministrativa. Ma è un problema magicamente spuntato da qualche tempo, o
invece magari è il frutto di un lento logoramento del valore delle Autonomie
Locali da parte di politiche statali, che hanno perseguito scientemente da anni
un’aggressione per primo al sistema democratico delle Istituzioni locali, ed
insieme alla loro capacità di operatività, fino a produrre il crack di una rete
di sussidiarietà orizzontale nei territori? Spesso in nome di parole d’ordine
qualunquiste e populiste, la casta, gli spechi, le inefficienze. Che negli anni
problemi di questo genere non se ne
siano verificati, sarebbe negare delle evidenze; ma da qui la generale
colpevolizzazione di tutto e tutti, ha prodotto solo l’indebolimento e lo
screditamento del livello istituzionale più prossimo ai cittadini, e di conseguenza
più riconosciuto. Che ha contribuito a screditare generalmente la politica. Una
politica incapace, nel suo insieme, di elaborare una vera riforma dell’ordinamento
statale a settan’anni dalla Costituzione repubblicana; che sapesse rivedere e
rimodulare i diversi livelli di governo in maniera equilibrata rispetto alle
condizioni della società, dell’economia, delle corporazioni, che non sono più
quelle di quando decenni fa venne disegnato il quadro istituzionale del Paese.
Ma che invece, al contrario, ha corso dietro in maniera disorganica al vento
delle stagioni: prima il problema avvertito dall’opinione pubblica erano le
Province, e quindi via le Province. Poi il bicameralismo e l’eccessivo numero
dei parlamentari (il numero, si badi bene, non il costo, che è rimasto pressoché
invariato), e quindi largo alla riforma della Costituzione di questi mesi. Ora,
da qualche tempo, il problema sono i Comuni che non ce la fanno più, e quindi
via alle fusioni. In tutto questo inalterato il livello regionale, che negli
anni ha assunto ruolo e proporzioni elefantiache. In tutto questo solo interventi
a spot ed una tantum, in cui non si intravede
nessun disegno organico di un nuovo modello statale. L’unico obiettivo finora
raggiunto è che si è solamente ridotto il livello di democrazia: le province ci
sono ma non si eleggono più direttamente i rappresentanti; il Senato ci sarà
ancora, ma di fatto sarà non elettivo e vi finiranno eletti già in altri
livelli, regioni e comuni, scelti dai partiti con il criterio della fedeltà; i
Comuni già da anni hanno visto tagliarsi il numero dei Consiglieri Comunali e
delle Giunte, che di fatto erano e sono dei volontari della politica. Ed ora l’assalto
finale da parte di classi dirigenti miopi ed ignoranti (per essere educati): la
fusione dei piccoli Comuni. Meno Sindaci, che nei piccoli Comuni sono un
presidio della democrazia, e chi lo fa il più delle volte anziché guadagnarci, come
si malpensa, ci rimette di proprio. E la creazione di neologismi nel chiamare
le nuove municipalità, che niente hanno a che vedere con storia, radici ed
identità locali. E lì davanti, sempre le sopracitate classi dirigenti, a brandire
la ricompensa: vi diamo più soldi. Come se la storia, le radici, l’identità di
una comunità si potessero comprare. Ben altra cosa sarebbe stimolare alla pratica di messa in comune di servizi e risorse umane tra comunità, senza andare ad indebolire ed annullare la rappresentanza democratica ed indentitaria. Tra l’altro alle scelte di fusione si arriva sempre con percorsi informativi,
partecipativi e di formazione del consenso,
senza alcuna pratica comunitaria, ma pensati ed imposti dall’alto da qualche
raìs di partito territoriale. E allora quando i cittadini possono esprimersi
liberamente e senza condizionamenti e ricatti, questi piccoli pretoriani di
partito di provincia li mandano a cagare. Come è successo nell’entroterra
marchigiano domenica, e come è auspicabile che succeda ancora. Perché gli
abitanti di una piccola comunità ci tengono ai propri valori, alle proprie
radici e, forse, anche alla democrazia molto di più di quello che si pensa. E le
piccole comunità, specie nelle aree interne, hanno bisogno dalla politica di ben
altre attenzioni che non sia qualche pugno di euro; hanno bisogno di scelte e
politiche nazionali che riguardano la qualità della vita, dei servizi, del
paesaggio, delle quali, al di là dei soliti slogan e gettonati convegni, non se ne
intravede alcuna concretezza. Hanno
bisogno di scelte d’amore da parte della politica. Di una visione e di una passione
che non c’è più. Ci sono solo ambizioni personali e tanti piccoli capetti, emuli
al ribasso del capo di turno più grande. E allora viva le piccole comunità e i
piccoli Comuni, presìdi di democrazia e di una moderna resistenza (con la r minuscola, sia ben chiaro) civile.
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