La Commissione ministeriale preposta o magari un algoritmo, ha avuto l'idea, qualche giorno fa, di inserire tra le tracce dello scritto di italiano della maturità, un tema dal titolo "Disastri e Ricostruzione", da svolgere sotto forma di saggio breve o di articolo giornalistico; non oltre le cinque colonne di protocollo scritte a metà. Prova di scrittura stimolata da tre documenti, due articoli di giornale in cui si richiamano il bombardamento di Montecassino e il sisma del 2016, l'alluvione di Firenze, e un brano del Principe di Machiavelli. La prima cosa che mi è venuta in mente è, che ai tempi della mia maturità, 29 anni fa, arrivare alle cinque colonne era un record da medaglia olimpica, uno sforzo leonino di scrittura e fantasia che solo pochi arditi erano in grado di raggiungere... Mentre ora viene fissata l'asticella del "non oltre". Dall'idea che mi sono fatto, leggendo qua e là, è che la pensata della Commissione/algoritmo, non ha avuto grande riscontro tra i maturandi. Dopotutto, perché uno studente che vive lungo lo Stivale, dovrebbe cimentarsi su tale tema: il terremoto del 2016 l'ha visto per pochi giorni in televisione o su internet quando c'erano i morti, dell'alluvione di Firenze dubito che vi sia cenno nei programmi di storia, il Machiavelli "due palle", figuriamoci poi per il bombardamento di Montecassino. E perché poi invece, uno studente terremotato nel 2016, dovrebbe fare oggetto pubblico ad una commissione di estranei di quello che vissuto, se malcelatamente fosse questo stato un obiettivo? Pensate che sia facile parlare di che cosa sia visceralmente la paura, il terrore, non ritrovarsi in pochi minuti più niente di ciò rappresentavano quotidianità e normalità, di cosa rappresenti dover vivere da dieci mesi in una casa in affitto in un'altra città, o in un albergo, in un bungalow sulla costa e, per non pochi, non ritrovarsi più magari neanche la scuola. Ti piacerebbe, Commissione/algoritmo, sapere invece cosa uno di questi studenti possa provare a vedere le facce opache dei propri genitori, senza più casa e lavoro, o gli occhi spenti allucinati dei nonni, parcheggiati in una panchina sul lungomare a gennaio, che aspettano solo che faccia di nuovo notte e poi giorno, e poi di nuovo notte... Ma invece, non te lo dirà mai, perché sono cose indicibili, e ti commenta la poesia del Caproni. Forse, Commissione/algoritmo, avresti più avuto successo se anziché due passaggi di articoli di giornale e il Machiavelli, avessi messo semplicemente un verso di una poesia Alvaro Mutis, in cui si parla di "elementi del disastro", la Preghiera di Maqroll il Gabbiere. Ma tu, Commissione/algoritmo, che cazzo ne sai di chi è Alvaro Mutis, grande poeta e scrittore colombiano scomparso quattro anni fa, che l'unica sfiga è stata per lui quella di essere contemporaneo di Marquez, ma a cui per poetica e genio, non era di certo secondo...E si, perché mica è vero che determinate sciagure e loro conseguenze postume, sono esclusiva colpa della natura cattiva? Gli elementi del disastro, secondo Mutis, sono gli uomini, quelli che determinano "le leggi del branco" con le loro decisioni, scelte, azioni, interessi. E allora forse, su questa traccia avrebbero potuto cimentarsi sia gli studenti dentro il cratere, che quelli fuori. Perché sanno magari che se costruisci a cazzo in zona sismica, il terremoto ti rovescia sopra tutto; che se fai passare una pedemontana sopra un giacimento naturale di gas, forse potrebbero esserci dei problemi di sicurezza; che se un territorio lo devasti con insediamenti antropici ed attività economiche impattanti e lo rendi più vulnerabile, è quindi più probabile che una pioggia torrenziale si porti via tutto; che se potentati russi ed italiani debbono far passare centinaia di chilometri di gasdotto lungo l'Appennino, meno gente che ci vive e che rompe i coglioni c'è lì, meglio è; che se...tanto altro. Ma tutto questo ha degli "elementi del disastro", che noi e i maturandi conosciamo, stanno anche dalle nostre parti, hanno avuto ed hanno responsabilità, e sarebbe davvero sconveniente che dei temi scolastici della maturità, atti pubblici, possano solo lasciare intendere, neanche necessariamente fare i nomi. Ma la Ricostruzione, quella vera, materiale e morale, passa attraverso l'accantonamento definitivo degli "elementi del disastro", che stanno sempre lì pronti a riproporsi anche con nuove sembianze. E questo, oggi, molti studenti lo sanno, è molto più veloce e più semplice essere informati. E intendono magari non occuparsene in un tema, ma in altre forme partecipative e democratiche. Perché qualcuno di loro si sente già, seppur giovane, "servo disobbediente alle leggi del branco". Come Enzo, Gilberto, Francesca, Emamuele, Daniele, Rachele, Agostino, Claudia, e tante e tanti altri, che da dieci mesi o da tutta la vita, "viaggiano in direzione ostinata contraria". Sul tema, per ora, meglio Caproni.
domenica 25 giugno 2017
martedì 9 maggio 2017
LA SQUADRA
La tensione e l’attesa erano palpabili nell'aria da giorni; se ne
parlava durante i parlamenti serali, fino diventare l'argomento esclusivo.
Oggi, alle 9, sarebbe arrivata al paesello la Squadra. C'era già chi si
aggirava con carte e lettere, illustrando e spiegando al vicino, ipotizzando
responso e soluzioni. Alla fine, pur non essendone direttamente coinvolto,
dall'arrivo e dall’opera della Squadra, stamattina m'è toccato stare qui pure a
me. "Tu sai le cose - mi dicono - sei quello che ha studiato, e c'hai le
conoscenze...". Per cui quando verso le 8 esco con il cane, lì trovo già
tutti fuori, la strada brulica, è tutto un chiacchiericcio, e il cane un po' si
incazza; lui di solito a quell'ora per strada c'ha l'esclusiva, a parte il
pulmino che passa a prendere i bambini per la scuola. La mattinata, sentivo,
già non deponeva al meglio, vuoi per il tempo, vuoi per aver letto che nella
città confinante dove a giugno si vota, si è arrivati a far leva sulla buona
fede e generosità di un anziano di 95 anni, un Partigiano, candidandolo a modo
di marchio di qualità come Capolista; sperando di prendere qualche voto in più.
Mi hanno insegnato che il Capolista dovrebbe essere quello che prende più voti
di tutti. E se poi non prende più preferenze di tutti o non viene eletto, che
cazzo di figura si fa, non con la città, ma con la dignità di questa persona?
Su quella di chi ha avuto questa folgorante idea, sorvoliamo. Sarà che quando
vivi in una frazione dove i più sono anziani, ridefinisci con queste persone la
modalità del rapporto, teso all'ascolto, alla clemenza, alla cura... E qui
stamattina sono proprio tutti, pure quelli di fuori, sono arrivati dal Belgio, da
Roma e da Terni e quelli sparsi per la Regione. Succede solo a Ferragosto, ma
oggi però arriva la Squadra. Per tutti, la Squadra sono i tecnici dell'Ufficio
per la Ricostruzione della Regione, che verranno a fare i sopralluoghi sulle
case danneggiate dal terremoto, e li accompagneranno i tecnici del Comune. La
richiesta per i sopralluoghi andava fatta entro la metà di gennaio, così tanto
per avere presente una temporalità di risposta. Ma appena arriva la macchina,
la delusione al paesello è subito percettibile tra la piccola folla radunata
nell'attesa. Dall'auto scendono solo i tecnici comunali, gli altri non ci sono;
la Squadra sono loro. Mi spiegano, a me che "so le cose", che siccome
il Comune non sta nel Cratere, l'Ufficio Regionale ha delegato loro a fare i sopralluoghi.
Sul perché il Comune non stia nel cratere, per il prevalere di interessi di
bottega locali sulla disponibilità dello Stato, è una questione lunga, che
"io che so le cose, che ho studiato e c'ho pure le conoscenze",
regolerò tra un paio d'anni alle elezioni comunali... Per cui i tecnici
comunali, sempre disponibili e sensibili, stamattina hanno passato in rassegna
solo alle case su cui il Comune ha già emesso l’Ordinanza Sindacale lo scorso
fine ottobre, e compileranno una scheda FAST sommaria. Poi il Comune o la
Regione (non s’è capito), la trasmetterà ai proprietari, che dovranno trovarsi
un tecnico di fiducia qualificato per compilare la scheda AEDES, che è
condizione necessaria per avviare la procedura per richiedere il contributo
della ricostruzione e fare i lavori. Per le altre richieste di sopralluogo,
formalizzate sempre nei tempi dai proprietari, quelle senza Ordinanza
Sindacale, bisognerà aspettare che passi la Squadra della Regione, quando non
si sa. Per cui, alla fine, stamattina i tecnici del Comune si sono rivisti case
già ispezionate da loro per primi mesi fa, ed in alcune, chiaramente, non ci
sono manco entrati, perché la situazione era più che nota. Con i paesani, che
chiedevano che almeno rientrassero a vedere, come segno di attenzione e solidarietà:
"se venite dentro da me - fa una signora - vi faccio il caffè". Questo
è quanto, alla fine chi era arrivato da lontano se n’è ripartito, chi sta qui,
tra un chiacchiericcio di espressioni rituali, dal preoccupato "qui non si
sa quando rimetteremo a posto", al più classico "a quelli lassù bisognerebbe
ammazzarli tutti". Poi ad un certo punto, come ha detto Aldo da Ciampino,
che è venuto col nipote, "s'è fatta 'na certa". "Senti Leonà -
chiede Aldo - ma stamattina le Grotte so' aperte? Quanto dura un giro?" Si, certo - rispondo -
fino alle 18, la visita dura un'oretta" "Allora - fa Aldo - io porto lui a vedè le Grotte che
non l'ha viste mai, e io le rivedo prima de morì, poi s'annamo a magnà 'na
cosa e ripartimo. Vieni a magnà co' noi dopo?"
domenica 7 maggio 2017
VENITECI A PRENDERE
Molòn labé (μολὼν λαβέ): "Vieni a prendere".
Il motto, che fu nell'antichità degli eroi di Leonida I alle Termopili di
fronte alla sterminata armata di Serse, e più recentemente nel 1973 degli
studenti del Politecnico di Atene, asseragliatisi dentro i cancelli dell'ateneo,
contro le milizie dei Colonnelli fascisti, potrebbe benissimo diventare il
motivo della resistenza di questi ragazzi di Castalsantangelo sul Nera. Da
ottobre hanno scelto di restare qui in roulotte, assieme ad alcuni allevatori,
per ribadire il diritto a vivere sull'Appennino, e a non far chiudere
definitivamente i battenti a questa comunità, deportata d'ufficio sulla costa.
All'inizio erano otto, poi come nelle brigate partigiane, altri si sono
arruolati e adesso sono in tredici. Da subito, dopo le scosse, si è fatto il
possibile perché non si piazzassero
roulotte o container nel parcheggio, ma poi loro le hanno messe e basta. Altri,
raccontano, stanno arrivando e si aggregheranno; si sono trovate, grazie al
volontariato e alle donazioni, nuove roulotte, per allargare la comunità. Sono
stanchi, provati, sfiduciati; hanno passato l'inverno anche a temperature
inferiori ai 15 gradi. Hanno tutti intorno a trent'anni. Sanno,
consapevolmente, due cose; la prima è che in qualsiasi momento potrebbero essere
forzosamente allontanati: il paese è chiuso, evacuato, zona rossa. La seconda,
più demoralizzante, è che se non ci saranno, come dicono loro, segni concreti
di ripristino di una minima quotidianità entro qualche settimana, chi se n'è
andato non tornerà più, e loro stessi non ce la possono fare a sopportare
un'altra invernata pesante dentro la roulotte. "Perché – si chiede uno di
loro - io non posso immaginare di continuare ad avere una vita qui, a metter su
qua una famiglia? Ma se continua a non succedere niente, come faccio a proporre
ad altri un futuro qui accanto a me? I miei se ne sono dovuti andare a forza
subito, gli hanno dato una tripla in albergo: ci sono babbo, mamma e nonna che
c'ha più di ottant'anni, chiusi insieme in una stanza da sei mesi; poi adesso
può darsi che li spostano da un'altra parte." Mi portano a vedere intorno
alla zona rossa, a piedi fino ad una piccola frazione; ha smesso di piovere ed
è uscito un sole caldo e umido. Il paesaggio magnifico dei Sibillini, è oramai
assurdamente integrato con le rovine delle case e i cumuli di macerie. Si vede
bene un versante della Cima di Passo Cattivo, dove la montagna in sommità s’è
proprio staccata ed ha originato due coni franosi di detriti. Mi raccontano,
storie, episodi di questi mesi. Alcuni sono da filmografia fantozziana. Come
quello di un paesano che è stato costretto ad andar via, e ha trovato un
affitto in un paese non lontano, usufruendo del contributo di autonoma
sistemazione. Un buon affitto, poi però quando lo Stato ha aumentato,
giustamente, la cifra erogata riparametrando le situazioni, anche il
proprietario gli ha subito aumentato l'affitto; una storia italiana quasi
ordinaria, se non fosse che il proprietario dell'appartamentino non fosse anche
il sindaco pro tempore della cittadina... Mi fanno vedere dove la faglia ha
aperto e sollevato di diversi centimetri l’asfalto, per poi proseguire sul
pavimento del ristorante, aprendolo in due come se ci fosse passata una saetta.
Mi raccontano della mattina della 6.5, quando la macchina da dove uno di loro
era appena sceso, si è sollevata di un palmo da terra. Della paura e del
terrore che ti lascia attonito e paralizzato. Da quei giorni, ogni fine
settimana, ai tredici si aggiungono altri che tenacemente, lavorando fuori la
settimana e buona parte dell'anno, vengono da comode case a stare
quarantott'ore in roulotte, per dare il segnale che non vogliono l'abbandono
definitivo del paese, ma al contrario la sua ripresa e ricostruzione. Non certo
"com'era dov'era", mica sono scemi, ma lì, dove da secoli, anche dopo
i rovinosi e luttuosi terremoti del
1700, la comunità è riuscita a ripartire e diventare fino a qualche mese fa, un
borgo splendido a forte vocazione agroalimentare, culturale e turistico, e dove
girava una dignitosa ed etica economia. "Guarda - prosegue il quasi
trentenne - alla fine se vengono qui ad arrestarmi e portarmi via, quasi quasi
io resisto, così mi danno il penale e mi mettono in galera, dove almeno c'è un
tetto, un letto vero, un pasto e la doccia. Io so che se non cambia qualcosa,
se non arrivano in fretta le strutture abitative di emergenza, o con un minimo
di buon senso e di assunzione di responsabilità da chi di dovere, si ridà
agibilità a quelle case che hanno danni lievi, e che ci sono, in mezzo alla
zona rossa, e un po' di gente riesce a tornare, alla fine dell'estate mi tocca
andarmene in un'altra città, lontano da qui. Già diversi che sono via al mare o
da altre parti, è certo che non torneranno più. Non posso rinunciare a
costruirmi una famiglia per stare a tribolare qui; mi sento in colpa, ma in
coscienza non riesco ad imputarmi niente. Io c'ho provato, sono loro alla fine che
mi avranno mandato via da qui". Chissà come finirà la resistenza di questo
e degli altri nuovi partigiani dell'Appennino? Se in maniera tragica come alle
Termopili, dove oggi più che un novello Serse, nell’Alta Valle del Nera avrà la
meglio la strategia dell'abbandono. Oppure come nell'Atene dei Colonnelli, dove
i fascisti furono deposti e tornò la democrazia? Passa un pick-up, si ferma,
tira giù il finestrino. "Io a te ti riconosco - sorride prima con gli
occhi, poi con la bocca, è Agostino, quello delle mucche - allora sei tornato
fratello?" "E certo - rispondo, e le mani si stringono in maniera non
formale - i fratelli hanno il dovere di ritrovarsi, come va?" "Finché
se vedemo - dice ridendo quello accanto ad Agostino sul sedile - va sempre
bene." C'ha quasi novant'anni, qui c'ha le pecore e le mucche; sta qui
pure lui da ottobre in roulotte. "A questi - penso ripartendo - andateli
un po' a prende'...che dopo ridemo..."
sabato 15 aprile 2017
AL PUNTO DI PARTENZA
“…anni dopo al punto
partenza”. Non due come scrive Guccini in una sua canzone, ma venti. E’ tempo
di anniversario quest’anno per il Parco Naturale Regionale Gola della Rossa e
di Frasassi. Fu infatti il 2 settembre di vent’anni or sono che il Consiglio Regionale
delle Marche approvò la Legge istitutiva dell’area protetta. Un parto non
semplice, epilogo di un confronto politico e sociale complesso. Ricordo che in
quegli anni, vista dalla città di Federico II, ambientalista antesignano anche
lui, quella scelta mi pareva assai una forzatura e, per certi aspetti, poco
naturale. Era come se si volesse appiccicare un marchio dop, su un formaggio
prodotto con latte in polvere. Nel senso che la previsione di area protetta andava
a circoscrivere un territorio fortemente già compromesso dal punto di vista
ambientale: l’attraversava una rete ferroviaria, una strada statale, fortemente
antropizzato, con attività industriali e manifatturiere pesanti che vi
insistevano da decenni, con un’attività estrattiva che aveva già compromesso
l’originaria morfologia del paesaggio. Ma era quella la stagione del governo,
nazionale e locale, dell’Ulivo; e la legge del Parco non poté che risultare
alla fine il compromesso tra due anime di quella stagione politica: quella
“industrialista” e quella “ambientalista” (in questa categoria c’erano poi
ambientalisti rigorosi, ed altri un po’ meno), che alla fine produsse tutte le
contraddizioni che oggi sono sotto gli occhi di tutti: nessuna riconversione
industriale verso un modello leggero, che oggi si definirebbe green economy (una certa riconversione
non green poi nell’ultimo decennio
l’ha prodotta la crisi…), le aree di cava, pur facenti parti del territorio
naturale del parco, furono perimetrale fuori dell’area protetta (attività a cui
il Comune di Serra S. Quirico ha rinnovato la concessione di escavazione fino
al 2050 con delibera di Consiglio n. 57 del 2008), il mantenimento di alcune
aree tutt’oggi interessate dall’attività venatoria, deroga a qualsiasi opera
infrastrutturale che avesse avuto interesse e rilevanza nazionale (di qui lo
scempio del paesaggio in corso in questi anni con il raddoppio della ss 76 per
opera della Quadrilatero). E, non secondarie, la mancanza di un reale processo
partecipativo con le comunità che abitavano nel parco, una serie di mediazione
al ribasso con chi viveva di agricoltura e zootecnia in questo territorio, e
che rappresenta il primo custode del territorio. Furono anni di scontri accesi,
l’aneddotica narra addirittura di una riunione di promotori e sostenitori del
parco, riparatisi dentro una chiesa di Serra S. Quirico, circondata da cavatori
e cacciatori imbelviti e liberati dai Carabinieri… Negli anni si è fatto molto
poi per la promozione del parco (convegni e pubblicazioni sono stati
abbondanti…), dei suoi obiettivi, e buono è stato ed è il lavoro didattico e
formativo con le scuole. E’ cresciuta una frequentazione turistica, al di là
del tradizionale afflusso alle grotte di Frasassi, sono nate piccole imprese
che sul valore paesaggistico e naturalistico del Parco, promuovono le proprie
attività. Allora è stata una scelta giusta, si darà, alla fine? Certo, però
basta girarci un po’ dentro il parco, al di là dei sentieri più battuti, per
constatare che ancora la strada da fare molta. Chi ci vive, come chi ci pratica
un’attività agricola, fa tutt’oggi fatica e vedere il bicchiere tutto pieno. Il
fenomeno dello spopolamento dei borghi e delle piccole comunità rappresenta un
dato demografico allarmante, il patrimonio artistico ed architettonico non è
stato per niente curato, basti pensare alle condizioni in cui si trova il
millenario Eremo di Grotta Fucile, fondato da San Silvestro, la situazione di
degrado che negli anni si è prodotta al lago Fossi a Genga, ai bordi dei
sentieri oltre asparagi e funghi, è altrettanto comune trovare elettrodomestici
e altri rifiuti abbandonati; tante tabelle, insegne, molte logore ed
arrugginite oggi. La vera funzione di manutenzione e di guardiaparco, la
svolgono alla fine più i volenterosi abitanti delle piccole comunità, che chi
di dovere. Il limite di tutto questo, che produce il bicchiere mezzo pieno di
oggi, è stata la governance del
Parco. Non si diede allora vita ad un
Ente autonomo, ma si affidò subito la gestione del parco alla politica locale e
territoriale, la quale, chiaramente, esercitò la propria funzione con tutti i
vizi compromissori della stessa, in cui spesso il parco è risultato essere un’istituzione
di compensazione ed aggiustamento dei risultati elettorali, di bicchiere di
cristallo tra gli elefantiaci scontri dei campanilismi locali della politica.
Che ha visto, negli anni, avvicendarsi classi dirigenti consumate e più
propense a cedere alle spinte corporativistiche di turno, che intente a far
radicare nelle comunità una nuova cultura ambientalista, capace di costruire
dal basso una riconversione economica e sociale di un territorio. Giace da
qualche tempo nell’Assemblea Legislativa delle Marche (oggi si chiama così),
una proposta di legge che mira ad allargare i confini del Parco, estendendoli.
Credo che non sia questo il necessario, ed il tema. Ma, al contrario, ciò che è
urgente è una riforma vera della Legge di vent’anni fa, che con rigore renda coerenti, tra norma e prassi, le finalità di
un’area protetta. Che ad esempio dica basta subito con l’attività estrattiva in
questo territorio, altrimenti nel 2050 non ci saranno più alcune montagne; che
investa risorse vere e controllate per la prevenzione e la salvaguardia del
territorio; che sottragga la governance
del parco alla schermaglia della politica locale; che pretenda dalla
Quadrilatero, alla fine dei lavori del raddoppio della statale 76, opere di
riforestazione e rimboschimento coerenti con il patrimonio vegetativo del
territorio (anziché aree semidesertiche come sulla ss 77); che l’attività venatoria
venga bandita definitivamente dal territorio del parco senza più zone franche;
che l’azione di contenimento della proliferazione dei cinghiali venga sottratta
ai cacciatori e ai fucili, e si
sperimentino sistemi farmacologici come avviene in gran parte d’Europa; che chi
in decenni ha tratto profitto smisurato dall’attività estrattiva, riversi parte
degli utili in opere di salvaguardia, compensazione e ripristino del territorio
violato; che i Comuni interessati dal parco facciano una nuova politica
abitativa tesa esclusivamente al recupero del patrimonio immobiliare privato,
con incentivi fiscali e tributari, con servizi reali alle persone e alle
famiglie che vivono sul territorio, e che da anni continuano a sentirsi
cittadini di serie B; che si favoriscano la creazione di piccole imprese
giovanili e non, nel settore turistico, agroalimentare, sportivo. Ma per far
tutto questo, serve per prima una diversa classe dirigente politica, quella
attuale non ce la può fare; non nuova tanto anagraficamente, ma con una diversa
cultura amministrativa, e neanche necessariamente autoctona, ma che veda
impegnati anche quelli che in questo territorio, pur non essendoci nati, hanno
scelto di viverci. Capace di tenere testa alle tante tirate di giacca,
rigorosa, forte proprio di un’autonomia che deriva dal non essersi logorata nel
territorio e in baruffe sedimentate in anni addietro. Serve una ripartenza
insomma, per non logorare del tutto, senza rimedio, una buona scelta che, pur
con tutte le contraddizioni ed i limiti, si fece vent’anni fa. E che andrebbe
rifatta.
GLI ARTEFICI DEL DISASTRO
L’incipit di questa storia, potrebbe essere “Cedi la strada agli
alberi”, titolo del libro di Franco Arminio. Michele, fabrianese acquisito, che
come dice un noto talk televisivo “si guadagna da vivere come” gestore dell’accoglienza in un bellissimo
monastero del territorio, me l’aveva detto: “vacci a vedere di giorno che
scempio al paesaggio stanno facendo da quelle parti”. Ci passo di giorno, sulla
strada delle Serre, e vedo l’avvio della perimetrazione delle aree di cantiere,
con le ruspe già in azione, ed immagino quello che questo comporterà per il
paesaggio. E’ il cantiere della pedemontana Fabriano-Muccia del progetto
Quadrilatero, quello partorito oltre 10 anni fa, che prevedeva di realizzare il
raddoppio delle ss 77 e 76, e di modernizzando i collegamenti tra Marche e
Tirreno. La storia di questa vicenda è molto complessa, ma la racconta bene in
ogni suo aspetto Loredana Lipperini, nel libro “Quel trenino a molla che si
chiama il cuore”. Dietro quel progetto, c’era l’idea della politica e di una
classe dirigente, trasversale per appartenenze culturali e per livelli di
governo, che la risposta più efficace ad un sistema economico che stava crollando,
potesse essere che “il fare strade moderne”, urbanizzando ed edificando le aree
contigue, avrebbe rimesso in moto le imprese e le lobby degli appalti, rilanciando
un modello economico in crisi. “Dopo che saranno fatte le strade – mi disse uno
anni fa - si arriverà dall’Umbria all’Adriatico un quarto d’ora prima.” “E poi
– gli risposi – quando sei arrivato quindici minuti prima – che t’è cambiato?” Devastato
già il paesaggio della Val di Chienti e dell’Alta Valle dell’Esino, per
arrivare da qualche parte un quarto d’ora prima, adesso toccherà al bellissimo
paesaggio collinare e pedemontano che da Fabriano si protende fino alle pendici
dei Sibillini a Muccia: le colline del Verdicchio di Matelica e di altre
tipicità su cui, mentre le ruspe cancellano suolo agricolo, si continua a scommettere
un nuovo futuro per l’economia territoriale e turistica. Quarantadue km, 5
ponti e viadotti, una galleria da 900 m (un metro costruito in galleria fa
guadagnare tre volte rispetto ad un metro a giorno). Non si è poi portati a
pensare, che una strada così produrrà un danno indotto ad una microeconomia ed
imprenditorialità che sono radicate nei borghi e nelle cittadine che stanno tra
Fabriano e Muccia. Già molti dei piccoli produttori che vendevano patate rosse
ed altri prodotti sull’altopiano di Colfiorito, adesso sono costretti a
scendere sulle provinciali a valle, perché con la nuova 77, lassù non ci passa
più nessuno. Pensiamo ad esempio ai bar, piccoli esercizi commerciali, e tante
piccole attività artigianali che guadagnavano dall’automobilista che passava
dentro i borghi tra Fabriano e Muccia; a strada nuova il loro fatturato si
vedrà significativamente ridotto. Al posto del prodotto tipico acquistabile
fermandosi lungo la provinciale, nella stazione di servizio che verrà
realizzata lungo la superstrada si troveranno poi la maxiconfezione di barrette
Kinder e l’orsacchiotto di peluche fatto dai bambini asiatici schiavizzati. Per
non parlare dei danni irreversibili al paesaggio e all’agricoltura, con il consumo
di suolo per realizzare strada e infrastrutture necessarie annesse. Ma i vignaioli del territorio lo sanno? Perché
non si mobilitano come stanno facendo in questi giorni gli olivicoltori
salentini contro il passaggio di un gasdotto? O qui interessa solo che il
furgoncino impieghi una manciata di minuti in meno per un trasporto? Ad un
territorio già interessato da anni da un consistente fenomeno di spopolamento, e
ora interessato da una vera e propria “strategia dell’abbandono” post terremoto,
la nuova strada darà il colpo di grazia. Mi colpisce, ma fino ad un certo punto
poi, che tutto questo avvenga senza che chi ha una qualsivoglia responsabilità
politica od istituzionale, non dico si incateni lungo il cantiere (non sono più
i tempi, e poi in molti sono corresponsabili dei fatti), ma almeno si faccia
attraversare dal beneficio del dubbio. E invece no, tutti a suonar le trombe del
“W la nuova strada!”. L’unico soggetto politico, il solo che rende dignità alla
parola “politica” nel comprensorio fabrianese, e che si è espresso contro la
Quadrilatero e questi progetti, è il Laboratorio Sociale Fabbri; ma si sa,
quelli sono pericolosi estremisti… Questa strada non servirà a niente, non
porterà nessun progresso e crescita, consumerà in maniera irrimediabile suolo e
paesaggio a forte vocazione agricola di qualità, non ha nulla di strategico. E’
sicuramente più strategico, per la valorizzazione del territorio e per una
nuova idea di essere comunità, il progetto di Paolo Piacentini, fabrianese
acquisito anche lui: l’”Università del Camminare”. Perché quella non è solo
un’idea per il tempo libero o hobbystica, o sentimentale (chi la pensa così
sbaglia, una passeggiata non purifica il cervello…), ma è una proposta di come
possa ridestarsi uno spirito civico che nel tempo è stato centrifugato e
aspirato dal mito industriale, e di come sia indispensabile prendersi cura del
suolo e del territorio. E questo ce lo ricorda non un ambientalista estremista,
ma un urbanista del Politecnico di Milano, Paolo Pileri, nel libro “Che cosa
c’è sotto”, in cui invita a diventare “partigiani della pelle del mondo”. Capita
spesso di trovare sui social un leit
motiv, che è quello di additare chiunque si contrapponga al perpetuarsi di modello
economico novecentesco (travolto peraltro dalla crisi), come i promotori di una
cosiddetta “decrescita infelice”; scimmiottando in maniera assai molto
ignorante, una teoria e una prassi dell’economista francese Serge Latouche: la
“decrescita felice”. Pensando malevolmente che si voglia perseguire una sorta
di cialtronesco ritorno al “poveri ma belli”. Mentre il tema vero, in generale
e di questo territorio, in cui tra
disoccupazione ed inoccupazione, si registrano cifre vicine ai quattro zeri, e
che pone non ultimo Papa Francesco, è quello della sobrietà. Ma quest’ultimo è
un valore e uno stile di vita che, come li avrebbe classificati il grande poeta
colombiano Álvaro Mutis, “gli artefici del disastro” di questo territorio, non sanno
ancora cosa possa significare, avvezzi ancora a praticare l’arroganza dei
ricchi.
venerdì 10 marzo 2017
YES WE CAN
Sarebbe stato
magnifico arrivarci che fosse ancora giorno in questa osteria sul lago, da cui
si scorgono i Sibillini, anche se la fase di luna piena ci lascia intravedere
le cime imbiancate delle creste che spezzano il buio. Ma tant’è, come da
tradizione, certe riunioni si fanno di notte… Arrivano alla spicciolata, un
sacco di gente, più del previsto, dicono i promotori. Nell’afflusso arriva un
gruppetto, una decina circa, di persone palesemente straniere; strano, turisti
da queste parti, d’inverno e col terremoto. “Sono venuti pure gli inglesi!”
dice un organizzatore dell’incontro; quindi non sono turisti, concludo, ma
partecipanti all’incontro. Gli “inglesi” sono i proprietari di case-vacanza
acquistate in questo territorio, e che se le sono ritrovate lesionate o crollate
con il terremoto; sono venuti per capire, per informarsi, per chiedere. Sono un
po’ buffi, sembrano i protagonisti compassati di quei format televisivi tipo “vado
a vivere in campagna” o simili. Si siedono in cerchio insieme a tutti gli
altri, dopo aver preso al bancone della locanda, la tradizionale birretta, come
se fossero al pub, solo che qui hanno esclusivamente Menabrea o Moretti. E’
osservandoli, così composti, integrati ed estranei al tempo stesso, che per una
semplice ed illogica rimuginazione anglofona, mi viene in mente lo “yes we can”
di anni fa… La riunione è quella di Terreinmoto Marche, “una rete di realtà sociali, associazioni e semplici
cittadini che vogliono intervenire sul terremoto a livello informativo,
comunicativo e sociale”, come si definiscono sulla pagina facebook. E alla
riunione ci sono tante realtà democratiche di base, persone che col terremoto
hanno perso tutto, allevatori, chi resiste in roulotte e chi è sfollato sulla
costa. Con un comune obiettivo: non disperdere quel senso di comunità che ha
sempre contraddistinto questo territorio, e rendersi parte attiva, direttamente
coinvolta, e contraddittoria se occorre, nel processo di ripartenza e
ricostruzione dopo la catastrofe del terremoto; portare a chilometro zero
quella che è oggi la distanza siderale tra livelli decisori e popolazioni, nei
processi e nelle scelte da compiere. Uno scopo gigantesco, considerata la
situazione del territorio, già attraversato con forza dalla
#strategiadellabbandono, ed i tempi e modi della politica, in giorni in cui si
ripropone nuovamente una spompata visione leaderistica, che alla fine però sa
tanto di concordato preventivo. Lo spirito che attraversa il salone della locanda
è diverso dalla semplice solidarietà e beneficienza. Lo straordinario e
generoso moto, che il dramma del terremoto ha attivato in opere ed azioni
filantropiche, e di cui c’è ancora enormemente bisogno, si esaurisce al, seppur
prezioso, gesto di filantropia diretta: la donazione, la raccolta fondi, l’aiuto
al singolo o alla comunità. Qui c’è qualcosa d’altro, che va oltre: c’è il
sentimento della solidarietà che diventa fatto politico, che attiva pratiche di
partecipazione e democrazia, e che muove dalla storia, dalle problematiche non
solo urgenti e recenti, di un territorio, e dei diritti chi ci vive, per
nascita o per scelta; questa realtà si chiama montagna, con la sua peculiarità
e specificità. Ad un certo punto entra in sala, ad incontro iniziato, Paolo. Ci
riconosciamo subito, sorpresi ma fino ad un certo punto; un abbraccio forte,
senza parole. L’ultima volta che siamo stati assieme è quando abbiamo dormito per
più notti sui banchi del laboratorio di Scienze della Terra all’Università di
Perugia, durante la Pantera, più di venticinque anni fa. Lui vive da queste
parti in montagna; ci bisbigliamo un po’ di cose, quello che facciamo, dove e
come viviamo, senza avere la pretesa di raccontarci nel dettaglio quello che è
successo a ciascuno per un quarto di secolo, dopo che si scappava insieme da
qualche manganello della Celere che sgomberava il Rettorato. Per questo ci
prenderemo adesso il giusto tempo. Mi ha colpito una cosa che mi ha detto, ad
un certo punto, ascoltandomi; “allora sei come noi”. Ecco, questa frase è un
segno distintivo, che appartiene ad una comunità sparsa ma al tempo stesso
attraversata da una forte fraternità, quella della montagna. Chi vive in città,
in pianura o sulla costa, pur sentendosi sinceramente solidale ed anche
generoso con i territori segnati dal terremoto, una roba così non riesce a
percepirla, perché te il terremoto non ce l’hai avuto dentro, perché qui non ci
vivi e la notte non ci devi tornare a dormire. E di conseguenza per te la
solidarietà esaurisce il tuo bisogno di renderti utile; ma per il popolo dell’Appennino
è fisiologico che quello che vive a seguito di una condizione di straordinaria
destabilizzazione, diventi ad un certo punto pratica civile e politica; perché c’è
in gioco il tuo presente e il tuo domani, e sai bene che non ti puoi fidare di delegarne gli esiti e le strategie a qualcun altro che sostiene di rappresentarti. Per questo Terreinmoto Marche è un’originale
e nuova pratica di democrazia, che mette insieme senza gerarchie e
appartenenze, la vita delle persone e di un territorio, per quello che sono,
ancor prima di quello che potrebbero rappresentare. Da questa locanda di
montagna in riva ad un lago, comprendi che qui il “si, possiamo farcela” è
autentico, vero, senza filtri e opacità. Perché è un obiettivo condiviso di
tanti e diversi, non il desiderata di
uno per tutti.
giovedì 23 febbraio 2017
RICOSTRUTTORI DI COMUNITÀ
“L'altezza mi mette paura, e il sangue e i terremoti; per il resto non temo nulla, tranne la morte, il pensiero di mettermi a urlare in mezzo alla folla, l’appendicite, e un attacco di cuore, già, anche questo; così me ne sto seduto nella mia stanza con l’orologio in mano e un dito premuto sulla giugulare, a contare i battiti ascoltando i misteriosi borbottii del mio stomaco. Per il resto, niente mi turba.” (Ask the dust, John Fante)
“Ask
the dust/Chiedi alla polvere” è la loro pagina facebook. Loro, sono un gruppo
di ragazze e ragazzi di Arquata del Tronto e dintorni, tutti con meno di
vent’anni. Quando li incontri hanno gli occhi luminosi anche se, in circa due
minuti, nella notte del 24 agosto, la polvere delle macerie ha ricoperto la
quotidianità. Sono stati i primi e sono i più giovani (e per questo saranno gli
unici che cito per non dimenticare qualcuno tra tanti), a sentire il bisogno,
di fronte ad una catastrofe come quella che da 6 mesi interessa l’Appennino di
quattro Regioni, di raccontare, di raccontarsi, di fare comunità ancora in
senso fisico e sulla rete, di mettersi a disposizione. Decine di comitati,
associazioni, incontri, iniziative, assemblee; tutto rafforzato ed amplificato
dai social, ma trascurato dai media tradizionali. E’ un fenomeno nuovo, il solo
positivo chiaramente, quello generato dalla forza della natura, ma che coinvolge
le persone e la società civile in maniera per certi versi imprevedibile. E che
non va confuso con lo straordinario manifestarsi di gesti di solidarietà e
filantropia che in questi mesi si stanno riversando sull’Appennino ferito dal
terremoto. Quello di cui parliamo è un fenomeno autoctono, radicato nei
territori. La gestione del post terremoto ad oggi è a dir poco complicata e
difficoltosa, e su questo qui mi fermo. Ma ci sono dati di fatto: intere
comunità “deportate” (come si definiscono loro) in alberghi e residence sulla
costa, che vedono allungarsi lì la propria permanenza; paesi e frazioni oramai
già prossimi al processo di fossilizzazione; persone che, nonostante tutto (e
tutti) resistono a vivere precariamente sull’Appennino con i loro animali e le
loro attività economiche, che sono la peculiarità non delocalizzabile di questi
territori. A questa situazione, che in parte è figlia del caso, ed in parte è
il prodotto perseguito di una vera e propria “Strategia dell’Abbandono”
(#strategiadellabbandono su facebook), in questi mesi si sta contrapponendo un
impensabile risveglio di civismo, di senso di comunità, di partecipazione
democratica, che attraversa l’Appennino colpito dal sisma. L’espressione più
evidente la troviamo sui social e sulla rete, ma questa è sempre la conseguenza
anche di una pratica fisica di persone, associazioni, movimenti, gruppi
impegnati in settori diversi della società, che si incontrano, discutono,
propongono, con una solo obiettivo: quello di non far spegnere i riflettori sul
terremoto e su quello che sta accadendo (o meglio su quello che non sta
accadendo) a loro e in quei luoghi. I limiti dell’intervento pubblico sono
parzialmente attutiti da questa società civile (che in diversi casi diventa per
fortuna anche sostitutiva), parte integrante della quotidianità delle montagne
che si autorganizza, mobilita, si informa e promuove, diventa soggetto attivo
interlocutore con le Istituzioni. Tutto questo trova narrazione sui social, in
un modo che è tutto fuorché nostalgico e retorico (la nostalgia del paesello o
la meraviglia di fronte al paesaggio), ma al contrario è progetto,
dimostrazione che la montagna significa casa, lavoro, servizi, economia, e che
l’obiettivo è quello di proseguire a far essere questo territorio ciò che storicamente
è sempre stato: un luogo di vita, la casa del Popolo dell’Appennino. Gli
archivi storici narrano che a Castelsantangelo sul Nera, dopo il rovinoso sisma
della Valnerina del 1703 (oltre 10.000 morti), gli abitanti sopravvissuti non
scapparono o migrarono lungo la costa, costretti dalle Autorità del tempo, ma
si misero subito a tagliar legna nei boschi per costruirsi delle casette
provvisorie in attesa di rimettere in piedi quelle in pietra e muratura. E
invece, la “strategia dell’abbandono”, ha tutto l’interesse perché l’Appennino,
complice una volta il terremoto, o altre calamità naturali, si spopoli e le
persone si distribuiscano altrove. Perché dare i servizi alle persone in
montagna costa di più, tocca spendere risorse per la salvaguardia e prevenzione
dell’assetto geomorfologico; e poi quando ci sarà da realizzare il nuovo
gasdotto Rete Adriatica (ed anche l’inceneritore a Castelraimondo) la gente
protesterà, i Sindaci si mobiliteranno, nasceranno comitati, con il rischio di
rallentamenti, pause, interruzioni (un po’ come per l’oleodotto nei territori
Sioux che ha fatto fare marcia indietro ad Obama e la farà fare alla fine anche
a Trump). Meglio l’Appennino spopolato, per farci affari ad alto e losco
impatto ambientale, tutt’al più con qualche villaggio vacanza; già molti
servizi essenziali sono stati concentrati da tempo sulla costa e in pianura, e
poi da quelle parti c’è tutta quell’edilizia residenziale e commerciale
invenduta che è rimasta “sul gozzo” ai costruttori e palazzinari, e pure a
qualche banca; se la gente la spostiamo suo malgrado lì, si rimette in circolo
pure quell’economia fallimentare… Invece tutto il variegato civismo che si è
generato a seguito del terremoto ribadisce il contrario: che l’Appennino è un
valore e la vita su quel territorio è strategico per il futuro dell’intero
Paese. Va colto come una spinta democratica, pur nella sua frammentarietà,
finché non troverà un suo filo di continuità e di unità. Rappresenta, nella sua
genuinità, un rilevante fatto politico. Dopotutto sull’Appennino italiano
vivono oltre 20 milioni di persone. Circa la metà dell’elettorato passivo ed
attivo del Paese. E’ prossimo forse il tempo che il Popolo dell’Appennino,
stanco di essere più o meno degnamente rappresentato da terzi, si farà
rappresentanza diretta, con nuove ed originali pratiche di democrazia
partecipata dal basso? Anche questa, è una domanda da rivolgere alla polvere;
non a quella americana dell’Est e del Middle West di John Fante, “da cui non cresce
nulla”, ma a quella che il vento sposta dalle macerie dei paesi terremotati
dell’Appennino; da cui è probabile ed auspicabile che possa crescere una nuova
idea di comunità e di democrazia.
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