"Il lupo perde il pelo ma non il vizio". Mai, come in
questo caso, espressione popolare si rivela essere più efficace, per dare il
senso di ciò che sta accadendo nel 21° anno di vita del Parco. Il 21 novembre,
la III Commissione Consiliare in Regione, ha avviato l'iter sulla proposta di
legge, la 167/17, firmata dai Consiglieri Giancarli, Biancani, Giacinti e
Micucci (tutti del PD), ad oggetto: "Gestione del Parco Naturale della
Gola della Rossa e di Frasassi". Tre asciutti articoli, in cui si propone
di sottrarre la gestione istituzionale ed amministrativa del Parco all'Unione
Montana, per demandarla ad un non precisato organismo che deciderà la Giunta
Regionale. Per l'anniversario di istituzione del Parco, ci si aspettava ben
altro dai legislatori regionali, come ad esempio: la revisione della legge
istitutiva del '97, che superasse quei compromessi al ribasso della politica di
allora con i cavatori, i cacciatori ed altri soggetti economici ed
imprenditoriali, che portarono alla nascita di un'area protetta “zoppa”; un
ampliamento dei confini, valutando l'opportunità di una estensione di questi
fino alla zona della Riserva del Canfaito; l’attribuzione di risorse in più,
che potessero essere finalizzate alla tutela del territorio protetto. E invece,
niente di tutto questo. Al contrario, si propone una legge che toglie la
gestione del Parco agli Enti Locali e, conseguentemente, anche ad un maggior
controllo dei cittadini, ed un diretto contatto con le comunità, per
consegnarla nelle mani di un "organismo", emanazione fiduciaria della
Giunta Regionale. E ciò, non è un semplicistico artificio amministrativo, ma è
un’ulteriore lesione al valore della democrazia elettiva e rappresentativa.
Verrebbe spontaneo chiedere ai Consiglieri Regionali ("quattro",
sinistro ed eversivo numero, rievocativo del periodo post maoista), come mai solo
ora tale iniziativa, anziché negli anni precedenti, in cui alla guida della
Municipalità fabrianese e dell'Ente Montano, si sono avvicendati sempre amministratori
della stessa cultura politica dei legislatori regionali proponenti. I “bene
informati”, quelli del bar dello sport del paesello, luogo delle verità al pari
del confessionale, raccontano che verso la fine di settembre, i vertici del PD
territoriale e regionale si siano riuniti a Sassoferrato, per capire come far
fronte al fatto che, dopo più o meno vent'anni, seppur sotto sigle diverse,
alla guida dell'Unione Montana e del Parco, a seguito delle elezioni a
Fabriano, per la prima volta, ci fossero da giugno amministratori di una parte
politica molto avversa alla loro. Sempre in quel bar, tra un campari e un
frizzantino, gli stessi raccontano anche che, a seguito di quella riunione, si
siano fatte pressioni sul Sindaco di Sassoferrato, un galantuomo, perché si
dimettesse da neo Presidente dell’Unione Montana, facendo decadere tutte le
cariche. E, guarda il caso, la proposta di legge dei Consiglieri Regionali del
PD, viene depositata agli atti il 10 novembre e, con una celerità inusuale, il
22 è già in commissione. La scaltrezza politica di qualcuno, ha partorito la soluzione:
una legge che toglierà del tutto la gestione del Parco al territorio, per
ricondurla ad una discrezionalità di scelta politica regionale. La motivazione
ufficiale, riportata nella scheda allegata all'articolato legislativo è che,
siccome i Comuni di Genga ed Arcevia, pur stando territorialmente all'interno
del Parco, non fanno parte dell'Unione Montana, tanto vale allora
centralizzarne ad Ancona la gestione. Come se non fosse vero, che è proprio la criticata
modalità di gestione del Parco che, negli anni passati, ha indotto il Comune di
Genga a non entrare nell'Unione Montana a guida PD. E se fossi il Sindaco di
Genga, convocherei ora d’urgenza il Consiglio Comunale, per deliberare l’ingresso
nell’Unione Montana. Come se non fosse vero che il Comune di Arcevia, pur
essendo un attore importante dell'Area Interna pilota dell'Appennino
anconetano/pesarese, non abbia storicamente preferito guardare sempre verso la
valle del Misa ed il mare; tanto che è di qualche giorno fa l'annuncio che
Arcevia entrerà a far parte non dell'Unione Montana, ma della costituenda
Unione dei Comuni della Valle del Misa, Senigallia compresa. In tutto questo,
il Sindaco pentastellato di Fabriano, accortosi del trappolone, grida
giustamente allo scandalo e organizza la barricata. Ma sbaglia, almeno nel
linguaggio, nell’impostare la battaglia. In un post del 17 novembre, scrive:
"il PD vuole toglierci il controllo del Parco", lasciando intendere
un assalto alla sua parte politica. Con l'operazione congegnata da Giancarli e
dagli altri tre, per me, che dei giochini politici mi interessa assai poco (avendone
anche visti di migliori), non si toglie il Parco agli amministratori cinquestelle,
ma lo si toglie alla vicinanza e relazione con i cittadini e le comunità che
nel parco abitano e vivono; sottraendone la gestione basata sulla relazione
democratica eletto/elettore, per consegnarla ad una fiduciaria ed esclusiva,
priva di connessioni e relazioni con il territorio. In cui il criterio sarà la ricollocazione
di una qualche "riserva" della politica regionale o territoriale. Un
po' alla stregua della legge sui Parchi Nazionali, che ha recentemente
approvato il Parlamento. E se vuole vincere questa battaglia, il Sindaco di
Fabriano dovrà saper uscire dai confini della sua storia politica, e saper
includere tutte quelle esperienze, risorse e storie, a cui stanno a cuore il
rispetto delle pratiche democratiche e partecipative, la tutela dell'ambiente e
la valorizzazione del paesaggio. Senza timore che culture diverse, nel fare un
tratto di strada assieme, possano contaminare l'originalità della sua parte
politica. E se non sarà così, ma al contrario sarà uno scontro tutto politico
tra partiti, la battaglia sarà perduta. E si darà il privilegio a quattro
Consiglieri Regionali, che negli anni scorsi inveivano, da militanti politici,
contro le cosiddette leggi ad personam,
di fregiarsi di essere i primi ad aver proposto e fatto approvare, una vera e
propria legge contra personam.
giovedì 23 novembre 2017
sabato 11 novembre 2017
SPARA JURIJ SPARA SPERA JURIJ SPERA
Premessa necessaria: non
sono un animalista (nonostante il cognome che porto…), tantomeno vegetariano.
Penso che l’attività venatoria, la caccia, non abbia alcuna caratteristica per
essere ricondotta ad una pratica sportiva (non per niente, alle Olimpiadi,
nella disciplina del tiro a volo si spara a dischi di ceramica, e non a uccelli
o lepri). Considero la caccia una pratica antistorica, a partire dal momento in
cui l’uomo nel Neolitico ha inventato la pastorizia e l’allevamento. Il fatto poi
che una persona si svegli la mattina, per andare in mezzo ad un campo o ad un
bosco a sparare ad esseri viventi, è un comportamento che afferisce ai misteri
della psiche umana. Ricordo di aver conosciuto anni fa, uno che di giorno era
un impeccabile impiegato di banca ma, appena smarcato il badge e dismesse giacca e cravatta, si trasformava in bracconiere.
Così come, aumenta il mio senso di insicurezza, la consapevolezza che in migliaia
di abitazioni civili siano conservate armi da fuoco funzionanti. Ho avuto a che
fare con la gestione amministrativa dell’esercizio dell’attività venatoria,
durante l’esperienza elettiva fatta in Consiglio Provinciale. E si, perché
prima della riforma Del Rio del sistema delle Province italiane, che ha
lasciato tutte le Province, ma soppresso la democrazia elettiva e
rappresentativa diretta delle stesse, e ridotto diverse funzioni per passarle
alle Regioni o ai Comuni, la caccia era una delle attività amministrative più
importanti e strategiche di una Provincia. Ed anche, di conseguenza, la delega
Assessorile alla Caccia e Pesca, era una delle più ambite dalla politica e dai
partiti. Chiara anche la ragione: tramite quell’Assessorato si veniva a
contatto con una grande realtà organizzata come quella dei cacciatori e delle
associazioni venatorie; e quindi, potenzialmente, un notevole bacino di voti.
E, spendendo molte ore di quell’impegno consiliare, ad occuparmi obtorto collo di caccia, ho avuto,
qualora ce ne fosse stato bisogno, conferma del perché ancora venga consentita
nel XXI secolo l’attività venatoria: è un enorme business, ed è funzionale alla costruzione del consenso politico,
almeno in Italia. Niente quindi a che vedere con tutte le giustificazioni che
nel corso degli anni ci sono state costruite intorno, comprese quelle di
carattere ambientale e paesaggistico. Ed in particolare, credo sia
immaginabile, come la caccia al cinghiale, che dal bosco finisce sulla filiera
commerciale della ristorazione, rappresenti un segmento significativo del più
generale business legato all’attività
venatoria. Attività economica della ristorazione che, qualora il cinghiale non
venisse più sparato, non ne avrebbe alcuna penalizzazione, perché è possibile
allevarlo rispettando precise norme, tanto che ci sono allevamenti di cinghiale
gestiti da imprese private, debitamente autorizzati. E’ indubbio comunque, che
negli ultimi anni nel nostro territorio, ma non solo, il numero della presenza
del cinghiale è aumentato e di molto. Ma non è giustificabile, considerata
l’intensità dell’attività venatoria, con la forte prolificità della specie, e
con la sua attitudine a spostarsi per parecchi chilometri. Tanto da arrivare,
come accade a Fabriano, anche a ridosso o dentro i centri urbani. E se arrivano
in città, non è perché i cinghiali hanno Google Map, ma perché negli anni, un’esagerata
e scellerata antropizzazione ed urbanizzazione della montagna, ha spezzato
quelle filiere biologiche, che avevano sempre consentito una regolarità di
selezione tra specie e di approvvigionamento alimentare. Facciamo un esempio
paradossale: i cantieri della Quadrilatero, per il raddoppio della ss 76, di
forte impatto naturalistico ed elevato consumo di suolo, quanta selvaggina
hanno costretto a migrare e spostarsi verso altre zone “più sicure e protette”?
C’è l’aspetto, serio, dei danni degli ungulati arrecati alle colture; sarebbe
sicuramente più efficace e riparatorio, che l’indennizzo economico venga
corrisposto dalle amministrazioni competenti in tempi brevi, anziché anche anni
dopo; unitamente al pensare ad incentivi per la messa in sicurezza delle
colture stesse. Comunque, gli unici danni non risarciti, sono quelli che fanno
nei fondi privati i cacciatori, unica categoria che il codice civile dispensa
dall’intromissione nella proprietà privata altrui. Sarebbe naturale pensare che,
considerato l’incremento ed estensione temporale dell’attività venatoria, e di
abbattimenti selettivi durante l’anno, di cinghiali ce ne dovrebbero essere
sempre meno. Ma invece ce ne sono di più. Però è anche vero che se, per
assurdo, il numero dei cinghiali dovesse essere ridotto ai minimi termini, ne
avrebbe penalizzazione da una parte il giro dell’attività venatoria, e
dall’altra, anche quello della filiera commerciale ed economica. E quindi, non
è malizioso pensare, che più cinghiali ci sono e meglio è… E che cinghiali! Se
pensate che la specie autoctona dell’Appennino centrale ha capi adulti in media
con pesi non superiori al quintale, si può pensare che se vengono osservati e
abbattuti capi anche tendenti ad un peso doppio, qualche mescolamento genetico
è avvenuto o potrebbe essere stato provocato…
Curiosa, in tal senso, è la situazione della zona del Monte Conero, dove
anche lì i cinghiali proliferano e scorrazzano, che è un territorio dove
storicamente il cinghiale non è mai stata una specie autoctona presente… Chi si
occupa della caccia al cinghiale? I cacciatori, che la fanno tradizionalmente,
nei periodi previsti dal calendario venatorio, in squadre composte fino a venti
unità (moltiplicate per i voti potenziali…). Fatevi una passeggiata, ad esempio,
nei giorni di caccia previsti dal calendario venatorio, per il territorio
fabrianese tra Poggio S. Romualdo e Serra S. Quirico, ed assisterete a scene
tipo commando alla Rambo, che si aggirano per boschi e intorno ai piccoli
centri abitati; nonostante le battute di caccia siano segnalate con appositi
cartelli, valutate se ve la sentite in tutta tranquillità di farvi una
passeggiata a piedi o in bicicletta, o inoltrarvi nella macchia a cercare
qualche fungo… (una carabina da cinghiale, se il proiettile non incontra
ostacoli, può avere una gittata fino anche a 4000 m.) Oppure, sono titolari
della caccia di selezione al cinghiale, gli Agenti Venatori ed i
selecontrollori, singoli cacciatori abilitati e gestiti all’interno di piani di
abbattimento controllato, che vengono predisposti dalle Autorità competenti.
Tutto questo “circo” sopra descritto, è mio convincimento che per ragioni
politiche ed economiche, avendo necessità di perpetuarsi e riprodursi
(contestualmente ai cinghiali), nonostante i proclami, gli intendimenti, non
porterà mai a rimettere a normalità biologica il sistema. Come fare allora?
Bisogna sperimentare, e sottrarre gli interessi politici (adesso trasferitisi
dalle Province alle Regioni) ed economici alla questione. Da una parte restringere
il più possibile la caccia al cinghiale all’interno del calendario venatorio e
non fare occupare i cacciatori dell’attività di selezione, riservandola
esclusivamente ai singoli selecontrollori e agli Agenti venatori, con un
rigoroso controllo. E dall’altra, come avviene in diversi Paesi europei e in
qualche Regione italiana, praticare più che l’esercizio della carabina, quello
dei farmaci anticoncezionali somministrati negli alimentatori posti nei boschi
o nei fondi. Tra l’altro di ciò, ne beneficerebbe indirettamente anche la
specie umana: dall’inizio di settembre di quest’anno ad oggi, in Italia ci sono
state già 12 vittime e 20 feriti per incidenti di caccia. Facile, si direbbe.
No, perché così, il legame innaturale caccia-consenso politico, verrebbe anch’esso
sterilizzato…
lunedì 6 novembre 2017
DIETRO LA FACCIA DELLE PERSONE
L'orario, domenica mattina presto,
l'età tra i 50 e i 60, lo zainetto minimale di nylon e il sacco a pelo
arrotolato inducevano che, a prima vista, lo classificassi come un vagabondo.
Poi, più da vicino, sulla piattaforma prospiciente il binario, osservo
l'abbigliamento firmato e penso anche che un vagabondo, forse, un Frecciabianca
non può permetterselo. Sarà uno di quelli che fanno i Cammini, penso, le
caratteristiche a guardarlo bene ci sono tutte. Caso vuole poi che me lo
ritrovo nella stessa carrozza, dall'altra parte del corridoio, stesso ordine di
posti. Mi metto a leggere il giornale, lui tira fuori lo smartphone, non
recentissimo, e chiama. Alla stazione successiva, sale un altro, anche lui borsone
vecchio stile tipo palestra, e sacco a pelo. Anche questo oltre i 50.Si
conoscono, era questo il tizio a cui aveva telefonato l'altro prima. Si siedono
accanto. Parlano di quando saliranno altri che conoscono, di in punto di
ritrovo all'arrivo del treno. Parlano di "cambi" che hanno dietro, di
viveri, di quanti giorni staranno via. Si, si, mi dico, sono di quelli che
fanno i Cammini, tipo la Francigena e l'Appia Antica; dopotutto adesso vanno
molto, ieri a Roma hanno presentato al Ministero l' "Atlante dei Cammini".
Un giorno lo farò anch'io un Cammino vero, anziché le passeggiate col cane sui
monti sopra casa e lungo la Gola della Rossa. Mi rimetto a leggere, per poi
passare ai social sullo smartphone. Davanti loro un ragazzo. Il viaggio
prosegue. Ad un certo punto comincio a capire che i due hanno fatto conoscenza
con il terzo davanti a loro. Parlottano, si fanno domande reciproche, dove vai,
che fai, di dove sei...il classico della chiacchiera da treno. Però ad un certo
punto c'è qualcosa, dalle parole che ascolto, dai nomi, che mi fanno capire che
i due non sono dei camminatori. Si parla di politica, di economia, di banche,
di termini nuovi e di nomi che non ho mai sentito; eppure, penso, un po' di
quel mondo me ne intendo... Non resisto, dallo smartphone, metto un po' di nomi
ed espressioni che ho sentito su Google, e mi esce una situazione
inimmaginabile, che mi classifica i due viaggiatori con sacco a pelo. Sono due
esponenti del movimento dei forconi e combattono contro "il
signoraggio". Vanno a Roma, dove da oggi è previsto un presidio permanente
del movimento (forse Montecitorio?), che prevede l'attendamento e che potrebbe
durare diversi giorni. E dalle chiacchiere, capisco che i due sono parte di una
rete di militanza organizzata, capillare, in cui si conoscono tutti come in
setta. Fanno discorsi pacifici, confusi e qualunquisti, come fa una
moltitudine di cittadini delusa e stanca della politica e delle Istituzioni. I
due, ho capito, hanno una famiglia, un lavoro, i problemi e le aspettative che
hanno tanti. Però hanno questa sorte di "doppia vita", uno sliding doors civile e sociale. E mi
chiedo, anche un po' turbato, a quale livello sia arrivata l'asticella della
politica e del senso dello Stato, e di come si sentano e vivano milioni di
persone se, come si dice, "due padri di famiglia", vanno a dormire in
tenda in una piazza di Roma, in quanto seguaci di un generale sputtanato, un aspirante
golpista che non troverebbe posto neanche sui fumetti delle Sorelle Giussani.
Che di mattina si erge ad antisistema e a pranzo siede al ristorante del
Senato... Ma, nel mentre ascolto i loro discorsi e rifletto, sullo smarphone
l'occhio mi cade su un passaggio di un'intervista rilasciata da un neo eletto
segretario provinciale del piddì, che afferma "Noi come Pd siamo una
realtà concreta fatta di numeri nomi e cognomi non di idee”. Ecco,
appunto.
venerdì 3 novembre 2017
IN NOME DEL PAPA (e del) RE
Ed ecco che all'improvviso, inaspettato, non cercato, arriva, come
nel basket, il gancio-cielo alla Kareem Abdul Jabbar, che ti meraviglia, e
rende chiara la differenza tra realtà e mito. Qualche giorno fa, amico su
Facebook, ma anche nella realtà, pubblica la foto di un documento d'archivio di
Jesi del 1826. La cui lettura accende la scintilla e, per la prima volta, pensi
al finora inimmaginabile: esiste una ragione, fondata storicamente, che lega la
tua città natale e di vita per oltre 40 anni, Jesi, al paesello sull’Appennino,
dove sei venuto a vivere da qualche anno, Genga. Finalmente trova pacificazione
la dura scelta di essere emigrato di ben 28 km. Dando la giusta soddisfazione a quei due cicloamatori jesini che, qualche settimana fa, incrociandomi lungo la storica Clementina mentre passeggiavo con il cane, ho sentiti, una volta superatomi, dire uno all'altro: "Oh, hai visto quello chi è, è di Jesi, adesso s'è ritirato quassù...". Jesi, nell'anno domini 1826, si
chiamava Regia Città di Jesi, c’era lo Stato Pontificio, e si stava sotto il
dominio e pontificato di Leone XXII; ovvero Annibale Francesco Clemente
Melchiorre Girolamo Nicola della Genga. Si, si dirà, ma adesso stiamo nel
2017... E mica tanto, perché da qualche giorno nella repubblicana, democratica
e antifascista città di Jesi (così recita lo Statuto Comunale, quello della
legge 142/90, non quello del XIII secolo), il Consiglio Comunale, ha approvato
un atto in cui si stabilisce di avviare tutte le procedure volte a
riappropriarsi del titolo di Regia Città, o Città Regia. Si motiva tale ambizioso
obiettivo, in funzione di farne volano seducente nella promozione turistica e
culturale della città, in cui nel 1194 nacque Federico II di Svevia, lo "Stupor Mundi". Il quale Federico,
narra la leggenda, ma non conferma la storiografia ufficiale, ad un certo
punto, in segno di riconoscenza per la natalità, avrebbe concesso a Jesi il
titolo, o privilegio, di Città Regia. Ma siccome stiamo appunto alla leggenda,
come per la verità, anche per la prima bisogna raccontarla tutta, e non solo un
pezzo. E l'altra metà della leggenda, narra che Federico II, pose le autorità
jesine e il popolo del tempo di fronte ad una scelta: o fregiarsi del titolo di
Città Regia, o beneficiare di un grande gesto di mecenatismo, consistente nella
realizzazione di una grande opera pubblica dell'epoca: rendere il fiume Esino
un corso d'acqua navigabile da Jesi fino al mare e al porto d'Ancona, per
sviluppare il commercio e l'economia di allora; e fare della città una
metropoli del tempo. E gli jesini, posti di fronte alla scelta, un po'
narcisisti ed egocentrici, rinunciarono all'infrastruttura e scelsero il titolo
di Città Regia. A tal proposito, ricordo che anni fa, un imprenditore jesino,
oggi main sponsor della
riappropriazione della denominazione di Regia Città, mi disse che, a suo
giudizio, gli jesini dell'epoca erano stati proprio stronzi a rinunciare al
fiume navigabile per un titolo su un pezzo di carta... Di una scelta politica
dell'oggi di questa natura, il primo sicuramente a sganasciarsi dalle risate
sarebbe proprio Federico II... Come se Jesi, avesse bisogno per promuoversi dal
punto di vista culturale e turistico, di un titolo sepolto non solo dentro il
Pantheon, ma dal Referendum popolare del 1946. Ma, una classe dirigente a corto
d'idee ed idealmente un po' nostalgica, s'attacca a tutto... La cosa seria, è
poi però che, a forza di nostalgie e superficialità, in piazza a Jesi, ti ci
ritrovi, come già accade, anziché frotte di turisti trasportati dal nuovo brand “Royal City of Jesi”, i neofascisti di Forza Nuova. Ma veniamo al
nostro Leone della Genga, di cui la storia narra che, come Pontefice, non fu
proprio un pastore di anime e uomo di Dio illuminato, ma anzi il contrario.
Anche lui, qui nel paesello, è considerato un mito, e un forte promoter del genius loci contemporaneo,
e di una vocazione culturale del territorio. Recentemente, gli hanno dedicato
anche una fusione bronzea, opera di un artista del territorio, di cui si dice
essere anch'egli un poco nostalgico "di quando c'era Lui...". Posizionata,
non in una piazza o nel castello del borgo, ma in mezzo alla Gola di Frasassi,
dove contrasta fortemente con i terrazzi stratigrafici dei calcari giurassici
intorno. Qui, nel territorio dove sono state spremute a dovere per quarant'anni
le Grotte di Frasassi, ma senza aver costruito alcun progetto duraturo di
ospitalità, che andasse oltre le due ore di visita alle cavità. Qui, dove per
decenni sono stati sacrificati il paesaggio e la bellezza, non al Regno di Dio, ma al regno familistico
(oramai decaduto) novecentesco delle lavatrici e scaldabagni, e ai potentati
dei cavatori, ed ultima la Quadrilatero (guarda caso nata dal genio imprenditoriale di uno jesino). Qui, si pensa, nel XXI secolo, che la
valorizzazione del territorio non debba passare per politiche di recupero e
nuova residenzialità degli abitati di 37 frazioni, e dell'ambiente (considerato
che c'è un Parco Regionale), ma per l'immagine di un Papa che non ha lasciato
tracce per primo nella storia della Chiesa. Visto che oramai la statua c'è, e a
suo modo rappresenta un patrimonio artistico, io opterei per una sua ricollocazione
al centro della mega area cementificata dello svincolo della Quadrilatero
Valtreara-Gattuccio, pensato non per il raddoppio della statale 76, ma forse
per l'ingresso in una megalopoli americana, visto il consumo di suolo, dove il
bronzo farebbe più pendant con il
calcestruzzo. Oltre che a fungere da utilissimo monolite apotropaico per gli
automobilisti. Tutto questo, tra un'interpretazione caricaturale di un
Imperatore e di un Papa, per prendere atto di come le modeste classi dirigenti
attuali (ma non solo quelle politiche), non abbiano una benché minima visione di
futuro per le loro comunità e per il territorio, ma abbiano solo lo sguardo
puntato a corto sulle cabine elettorali. Facendo così perdere opportunità ai
cittadini, e potenzialità di costruzione di un modello economico, prendendosi
cura del territorio e dei centri storici, capace di riparare i guai dei decenni
più recenti, favorendo una più giusta ed etica rete di relazioni sociali. In
fondo, tra Jesi e Genga, a testimoniarci quotidianamente che siamo ancora al
1826 del famigerato documento d'archivio, c'è la ferrovia, che in qualità e
tipologia del servizio, è rimasta ferma all'Ottocento. E, ad appiccicarci sopra
delle infrastrutture storico-culturali, temporali e spirituali, si corre solo
il rischio di essere ridicoli. E di perdere di vista il treno giusto e i bisogni reali delle comunità.
martedì 26 settembre 2017
QUALCOSA DI PERSONALE
26 settembre 1997, ore 11.40. Giornata di sole. Jesi, via Roma
sede del PDS. In una stanza io, il compagno Gigetto e il compagno Enrico. Si
chiacchiera del più e del meno, probabilmente si fanno i conti della festa de
l'Unità, terminata da poco. Il pavimento, la scrivania e il poco mobilio
iniziamo ad oscillare, come se si stesse su un canotto in mezzo al mare.
Rimaniamo inchiodati, gelati sulle sedia, per secondi interminabili,
probabilmente c'è scappato il bestemmione, contestuale alla intima preghiera a S.
Settimio, patrono di Jesi, protettore dal terremoto; "sgrullerà ma non
cascherà" dice il detto popolare riferito alla città. Finita la scossa
usciamo all'aperto, abbastanza frastornati. Incontro Figo, all’anagrafe Federico.
Dice che stava dal barbiere, e che era scappato per strada via con la tovaglia
intorno al collo e lo shampoo sui capelli. Non ci sono i social, non c'è
internet. Il telegiornale a pranzo dice che c'è stato un terremoto tremendo tra
Marche ed Umbria, 6.0, dopo una forte scossa della notte che non avevo, uno dei
pochi, sentito; facevo tardi al bar, la sera, in quei tempi. Nel primo
pomeriggio arriva la telefonata di mia madre, c'erano però già i primi
Motorola. Stavano a Falcioni, 28 km da Jesi. Piange (mia madre nei momenti topici,
anche quelli superlativi, piange sempre, come mia nonna). Dice che casa è
venuta giù, è un disastro. Sono frastornato. Parto, prendo la fiesta e arrivo a
Falcioni; non ci andavo tanto spesso, era la seconda casa dei miei, che oramai
per loro era diventata la prima. Io ci andavo ogni tanto di notte, per le
spaghettate e le svinate (soprattutto le ultime) con gli amici. Arrivo,
sono tutti per strada. Le case sono quasi tutte danneggiate. Casa fuori ha
molte crepe e ci sono calcinacci. Entro, incautamente. Mia madre fuori continua
a piangere. Babbo non parla, è molto serio. Salgo le scale, crepe, calcinacci.
Arrivo sopra alle camere. Dal tetto entra la luce del sole. È crollato, c'è un
buco enorme e le travi spezzate, come se ci fosse cascata una bomba. Scendo.
Esco. Rassicuro i miei. Dai, che la rimettiamo in piedi. Dopo 24 ore arrivano i
tecnici per la verifica: inagibile; casa rossa, più che zona rossa. Da quel
momento parte un percorso lungo, quello della ricostruzione. Col senno di poi,
a vedere la situazione di oggi, manco tanto lungo. Il Presidente della Regione
era Vito D’Ambrosio, un galantuomo, un antifascista, magistrato, incasellato nella
generazione dei “pretori d’assalto”, che indagavano su scandali e corruzione
pubblica molto prima di Tangentopoli. I miei tornano stabilmente a Jesi, io nel
frattempo parto per altre avventure. Confesso che ho seguito a distanza e con
scarsa partecipazione quegli anni. Parte l'iter della ricostruzione,
progetto, conto dedicato e tutta la solfa, carte su carte. Contributo del 50%
per la ricostruzione, era una seconda casa. Mio padre la ritira su, il suo
lavoro di vecchio muratore si aggiunge a quello dell'impresa, probabilmente
quello determinante nella direzione e tempistica dei lavori. La casa in 5/6
anni da quel giorno di settembre è di nuovo fatta. Alla fine, conti alla mano,
per rimetterla come è oggi, mio padre ci ha messo sopra del suo, e non di poco,
rispetto al contributo del 50%. Nel mentre, era arrivato l'avviso di garanzia a
mio padre. Il geometra del Comune l'aveva denunciato perché, secondo lui, aveva
preso indebitamente i contributi per la ricostruzione; probabilmente al
geometra era rimasto fuori qualche progetto di amici degli amici… Ipotesi di
reato, truffa ai danni dello Stato. Inizia il processo. Cinque anni di udienze,
con i miei trasfigurati ad ogni udienza. Arriva la sentenza: archiviazione
perché il fatto non sussiste. Nel frattempo, il geometra del Comune, era stato
arrestato all'alba una mattina dai carabinieri, mentre scappava in mezzo ad un
campo, con dei rotoli di progetti sottobraccio, insieme ad una collega
(l'amante dicono le malelingue di qui), per delle porcate che aveva combinato
in Comune. Due anni fa il geometra è morto. La politica e le istituzioni locali
l'hanno pianto molto; io no. Mio padre oggi ha 83 anni, sta benino. Lui e mamma
hanno lasciato Jesi, adesso abitano a 100 metri da casa mia. Gli ultimi
risparmi di una vita di lavoro l'hanno spesi per comprarci una casetta qui a
Falcioni. In quella terremotata nel '97 adesso ci abito io. Laura, quando la
vide in un tramonto di settembre, mi disse che voleva vivere qui; io pure c’avevo
da tempo fatto un pensiero. Adesso Falcioni è diventata la nostra finis terrae; provvisoria come direbbe
Franco Arminio. In Patagonia, lungo la Ruta 40 ci andremo più in là... Qui
abbiamo fatto il 24 agosto, il 26 ottobre, il 30 ottobre 2016 e il 18 gennaio
2017. Siamo scappati fuori di casa in pigiama, abbiamo dormito in macchina, e
per mesi a piano terra, sul sobrio divano letto ikea. La frazione le ha prese
di nuovo, due terzi delle case danneggiate, dieci sfollati per inagibilità su
40 abitanti. Il Comune sta fuori dal cratere, per scelta; perché qui vige il “prima
le Grotte (di Frasassi) e poi i bambini”. Casa nostra è integra; quella accanto
alla nostra è puntellata; rimarrà così per almeno vent'anni, perché qui, come
si dice, cambiando l’ordine degli addendi, il risultato non cambia; la politica
locale è la stessa del 26 settembre di vent'anni fa. Quella che commemora la
memoria di un mascalzone, di uno che, anziché servire lo Stato, fugge nei campi
con la borsa. Io e Laura rimaniamo qua, c'è pure Broz adesso (lui si occupa
della sicurezza, e non solo). Si, si chiama come Josip Broz Tito, così è chiaro
come la penso su certe questioni. Ogni tanto ci stanno anche Chiara e Jacopo;
loro sono cervelli, per giusta causa, in fuga. Vivere qui, sull’Appennino, in
una piccola comunità, ti fa guardare le cose in maniera differente; amplifica a
approfondisce sensazioni, valori e radici che già c’erano. Io non so ancora,
vent'anni dopo, se sto realizzando un desiderio o scacciando l'incubo di un tetto scoperchiato Comunque sto sperimentando una
nuova visione di democrazia e di comunità. Mi diranno, un giorno.
domenica 3 settembre 2017
LA NOTIZIA ARRIVO' IN UN BALENO
Lo
scorso 8 luglio è stato un bel pomeriggio a Sassoferrato e per Sassoferrato,
che grazie alla scrittura di Loredana Lipperini, autrice di “L’Arrivo di
Saturno”, ha ritrovato la vita e la carica ideale di due persone care alla
città come Italo Toni e Graziella De Palo. C’era la Sala Ottoni piena,
c’erano i familiari di Italo, il fratello Aldo, il cugino Alvaro Rossi, il
nipote e la cognata. Oggi ricorre il 37° anniversario della scomparsa di
Graziella ed Italo, usciti quella mattina da un albergo di Beirut, e poi
spariti. Una storia che ancora oggi, purtroppo, per primo nelle Marche, è
scarsamente conosciuta. E di conseguenza, dopo 37 anni, è una Memoria che ha
ancora bisogno di essere costruita. E sarebbe importante e significativo se,
sull’emozione di un pomeriggio d’estate a Palazzo Ottoni, la Città di
Sassoferrato scegliesse a breve, oramai per il prossimo anniversario, di dare
un segno concreto e visibile, alla costruzione di questa Memoria, e alla vita,
alla passione e alla professionalità di due italiani come Graziella De Palo e
Italo Toni; entrambi, allo stato civile, tutt’ora scomparsi.
C’è
bisogno di segni concreti per sentire la Memoria, c’è bisogno di un luogo, uno
spazio, un contenitore pubblico, dove i parenti e i cittadini possano ricordare
due persone care, non avendo una tomba, una lapide su cui appoggiare un mazzo
di fiori. Perché Sassoferrato, è stata ed è la città di Italo Toni, scomparso
in Libano insieme alla collega ed ex compagna Graziella De Palo, il 2 settembre
1980.
Di loro
ad oggi non si è saputo più nulla. Sulla loro vicenda Craxi, Presidente del
Consiglio, allora mise il Segreto di Stato, parzialmente rimosso solo nel 2015.
Erano quelli gli anni, di un’Italia in cui era facile sparire. Era, quella del
2 settembre 1980, quando Graziella ed Italo scompaiono, un’Italia ancora
sgomenta e provata dalla strage della stazione di Bologna giusto il mese prima,
e da lunghi anni di stragismo e terrorismo; che neanche si accorge che due
giornalisti quella mattina, usciti da un hotel di Beirut, non vi faranno più
ritorno, diventando, anche loro, uno dei tanti “misteri d’Italia”. E
probabilmente, il “più mistero di tutti”.
Graziella
e Italo erano andati in Libano, perché seguivano delle tracce che avevano a che
fare con la strage di Bologna, con traffici di armi, con servizi segreti, con
l’OLP, con palestinesi e fascisti, con le stragi dei treni e Ustica. E,
soprattutto, con il “Lodo Moro”. Ovvero, quel patto tacito e mai scritto, ma
mai smentito, tra lo statista DC e i servizi segreti palestinesi, in cui lo
Stato avrebbe consentito, chiudendo un occhio, il passaggio di flussi di armi
attraverso il nostro Paese, in cambio che in Italia non avvenissero attentati
di matrice mediorientale. Un patto che ha retto e che, a guardare bene, regge
anche oggi…
Ma
Graziella ed Italo, avevano intuito che a Bologna il 2 agosto, qualcosa di quel
patto, non aveva funzionato. E avevano deciso di partire per Beirut. Aldo Toni,
fratello di Italo, e Alvaro Rossi, il cugino del giornalista: loro per decenni
hanno lottato per conoscere la Verità, hanno incontrato Pertini, il Papa,
Arafat, Presidenti del Consiglio e Ministri, alti e oscuri funzionari e
faccendieri dei servizi segreti; hanno cercato di tenere viva una memoria;
Alvaro ha creato un sito e scritto un libro inchiesta anni fa. “Poi a
un certo punto – ammette con sofferenza Alvaro – mi sono
fermato, quando ho capito che essere “il parente delle vittime”, stava
diventando un lavoro“.
Perché
in Italia è così, si può restare “parenti delle vittime” per sempre. I
parenti e gli amici di Italo e Graziella, forse, oggi hanno fatto i conti,
quelli privati, quelli dell’anima, con questa dolorosa vicenda. Chi non ha
fatto ancora i conti con la storia d’Italo e di Graziella (non ha voluto?, non
ha potuto?, non ha saputo?) è l’Italia, lo Stato, la Repubblica, come con tante
altre, passate e più recenti, drammatiche vicende. Perché, come scrive Loredana
Lipperini, l’autrice del libro “L’Arrivo di Saturno”, “tutti i romanzi
mentono, ma chi ha mentito nel mondo reale non lo ha fatto per raccontare,
bensì per far dimenticare“.
2 settembre 2017
venerdì 1 settembre 2017
ERA UN MONDO ADULTO SI SBAGLIAVA DA PROFESSIONISTI
‘Nessuno ci ha chiesto cosa volevamo fare’; ‘Hanno deciso
sopra le teste della gente del paese, non sappiamo mai nulla, nessuno è stato
coinvolto’; ‘Abbiamo una grande ragione per rimanere qui e mille per
andarcene’.
A leggerli,
questi pensieri, si potrebbe attribuirli a quelle che un famoso sociologo, di
giovanile militanza eversiva, ha definito “comunità rancorose”; genti
marchigiane indigene, abitanti l’Appennino terremotato. Oppure a esponenti
incarogniti di qualche comitato. O alle “tribù”, a cui una nota fondazione
economica marchigiana vuol spiegare, e imporre, “il come” si fanno rinascere
queste zone dell’Italia centrale, piegate dal terremoto dodici mesi fa, ma
cannibalizzate per decenni dal distretto industriale di un “capitalismo dolce”.
E invece no, quelli
sopra sono i pensieri di alcuni ragazzi e ragazze di Arquata del Tronto, che
hanno tutti intorno a vent’anni, e che da un anno animano una pagina Facebook
che si chiama “Chiedi alla polvere/Ask the dust”. Si definiscono “un gruppo di
ragazzi colpiti dal terremoto del 24 agosto nella zona del centro Italia,
abbiamo la fortuna di poter raccontare la nostra esperienza e l'unico nostro
obbiettivo è non cadere nel dimenticatoio e poter descrivere a tutti com'era,
com'è e come secondo noi sarà il nostro territorio che se pur ferito ha una
forza d'animo da poter trasformare il voler fare nel poter fare.” Il loro
slogan è “Chi dimentica è complice”.
Li ho
conosciuti un anno fa, e alcuni li ho ritrovati qualche giorno fa; sui social
non li ho persi mai di vista, sulla pelle li ho sentiti sempre vicini.
Scrivono,
informano, raccontano, si tengono stretti tra loro, sballottati qua e là sulla
costa o in pianura, dopo l’esplosione sismica del loro paese.
Non hanno
titoli accademici, non fanno i conferenzieri a gettone, non coniano espressioni
del cazzo come “capitalismo dolce” e “sociologia delle macerie”.
Però, alla
fine, sono gli unici che hanno presente, in questo anno che è passato da quel 24 agosto, e contrariamente ad un mondo adulto e alla filiera dei soggetti decisori, ed al di là dell’emergenza, della devastazione, delle inefficienze e dei
ritardi, della mancanza di una visione della ricostruzione, qual’è il nodo vero
che le crepe dell’Appennino hanno fatto affiorare: la mancanza, colposa o
dolosa (agli esperti l’ardua sentenza), di reali pratiche di partecipazione
democratiche nei territori colpiti dal sisma.
Passaggi fatti
di informazione, ascolto, coinvolgimento, mediazione, sintesi e decisione
condivisa. Quelli che riescono a far sentire, anche chi ha perso tutto, e da un
anno stenta a vedersi nel lungo periodo, meno solo, meno abbandonato, meno
disperato. E che servono a preservare in ciascuno i valori della dignità, della
cittadinanza, di un senso di appartenenza ad una comunità civile più ampia.
Se questi
giovani non verranno sopraffatti alla lunga dalla #strategiadellabbandono, e
sapranno resistere, insieme a tanti altri sparsi sull’Appennino, saranno loro i
veri artefici della ricostruzione; ma non tanto e solo di quella materiale, ma
di un’idea di territorio e di comunità, e di ripristino di normali pratiche di
democrazia, come sono quelle che fondano il loro riunirsi ed essere semplicemente
comunità di giovani donne e uomini, e non associazione, comitato, o altro
soggetto organizzato.
La
#strategiadellabbandono, dopo un anno ha sempre nuove lusinghe, fondate su un
“IO” (pubblico o privato) che decide e impone (e solo quando va bene comunica)
cosa va fatto per il bene del territorio e di tutti; “IO” decido che ti
deporto, IO decido quale economia e lavoro sulla montagna, IO decido quale
ricostruzione, IO decido che il tuo paese non può essere ricostruito, etc etc.
E molte volte lo fa anche inventandosi perlopiù puttanate finalizzate a
riempire qualche saccoccia, spesso sempre le stesse. L’antidoto è la rimessa in
campo di un “noi” e di un “insieme”.
Ma è uno scatto
che deve fare anche il genius loci,
superando piccoli e arcaici egoismi, opportunismi, rendite di posizione,
lasciandosi contaminare da innesti che hanno scelto di vivere sull’Appennino
come fatto valoriale e non pecuniario, dandosi una classe dirigente locale
migliore e più all’altezza delle sfide, isolando una volta per tutte quelli che
Franco Arminio chiama “gli scoraggiatori militanti.
“Bisogna andare avanti e ricostruire meglio di prima”;
“Valorizzando il nostro paesaggio”; “Si potrebbe puntare la ricostruzione sul
turismo”; “E quindi anche su un’economia che prima non c’era”; “Deve vivere di
questo, non di centri commerciali”.
Eccoli qua i
ragazzi di Chiedi alla Polvere, hanno le idee chiare e, soprattutto, sono
integri. Al contrario di altri, corrosi da qualche ideologia perduta, o avvezzi
alla marchetta istituzionale.
L’Appennino può
contare su di loro. Deve.
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